DAVE EGGERS.
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L'OPERA STRUGGENTE DI UN FORMIDABILE GENIO.
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Parte 2.
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Traduzione di: Giuseppe Strazzeri.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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5.
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Dov' tuo fratello?
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FUORI  TUTTO NEROBLU E STA DIVENTANDO BUIO. Un uomo sta salendo le scale. Ha
la barba lunga, indossa dei sandali e un poncho fatto quasi sicuramente di canapa. Non voglio parlare
con quell'uomo. Ho gi parlato al tizio del California Public Interest Research Group. (CalPIRG). Ho
fatto una donazione alla coppia del Rifugio per le Donne Maltrattate e al ragazzino di quell'associazione
giovanile, alle donne del Partito dei Verdi, ai ragazzi del Club dei Giovani e a quel paio di impettite
adolescenti della fondazione SANE/FREEZE. La berkeleytudine di Berkeley, sulle prime cos
affascinante, sta cominciando a venirmi a noia.
Il campanello suona.
Vai tu dico. Io non ci sono.
Ma sei l a un passo.
E allora?
E allora?
Topher.
Si alza, scalzo. Mi lancia un'occhiataccia.
Digli che sei solo in casa dico. Digli la verit, che sei un orfano.
Toph apre la porta e dice qualcosa all'uomo, il quale un istante dopo si trova nel bel mezzo del
nostro salotto. Che cosa ti avevo...
Ah, ma  Stephen, il baby-sitter.
Stephen  uno studente di dottorato di Berkeley, inglese o scozzese. O irlandese.  un tipo silenzioso
che annoia Toph fino alle lacrime e se ne va in giro con una bicicletta al cui manubrio ha attaccato un
enorme cestino di paglia. Beth l'ha trovato all'universit, tramite un volantino attaccato in bacheca.
Ehi dico.
Ciao dice.
Porta la bicicletta in salotto.
Vado in camera mia a cambiarmi, quindi gli spiego che sar a casa per mezzanotte.
A dire la verit, non  che potresti fermarti fino all'una?
Non c' problema.
Bene. Diciamo l'una allora.
Va bene.
Magari poi arrivo prima.
Okay.
Dipende da come va.
Aggiungo che Toph deve andare a letto alle undici.
Questa  la terza volta che ci rivolgiamo a Stephen, chiamato a sostituire Nicole, la quale ci piaceva
molto - a Toph piaceva almeno quanto io speravo di piacere a lei - ma che purtroppo si  laureata pochi
mesi fa e ha avuto la temerariet di trasferirsi altrove. C' stata poi Janie, la studentessa di Berkeley che
insisteva perch portassi Toph nel suo appartamento su Telegraph Avenue, e che  andata benissimo
fino al giorno in cui, dopo che lei e Toph avevano giocato a calcio in corridoio con un palloncino
gonfiabile - Toph tornava sempre da quelle ore di baby-sitting inondato di sudore - aveva detto, tanto
per fare la spiritosa: Lo sai che sei un tipo davvero divertente, Toph? Una volta si potrebbe uscire
insieme, che ne so, farci un paio di birre...
Da cui l'avvento di Stephen.
Do un bacio a Toph sulla sua testolina coperta da un berretto da baseball portato alla rovescia. Il
berretto puzza di piscia.
Il tuo cappello puzza di piscia dico.
Non  vero dice lui.
Ma  vero.
Invece s.
Come fa a puzzare di piscia?
Non so, forse ci hai pisciato sopra.
Sospira e mi toglie le mani dalle spalle.
Non ci ho pisciato sopra.
Magari per sbaglio.
Stai zitto.
Non dirmi di stare zitto. Te l'ho detto mille volte.
Scusa.
Stephen chiedo, annuseresti questo cappello e mi diresti se secondo te puzza di piscia?
Stephen non prende sul serio la domanda. Sorride nervosamente ma non accenna ad avvicinarsi per
annusare il cappello.
Va bene, allora dico. Ci vediamo pi tardi. Toph, noi... noi ci vediamo domani, immagino.
E poi a razzo gi per le scale e dentro l'auto, e mentre sto uscendo in retromarcia dal vialetto
d'ingresso ecco sopraggiungere la solita euforia.
Libero!
Sono sopraffatto da questa sensazione. Ridacchio da solo, do un paio di manate sullo sterzo, faccio
le smorfie e piazzo la cassetta giusta nello stereo...
L'effetto questa volta dura dieci o dodici secondi.
Nell'esatto istante in cui giro l'angolo, infatti, mi convinco, in un flash preveggente - succede tutte le
volte che lo lascio da solo - che Toph verr ucciso. Ovvio. Quel baby-sitter era un tipo bizzarro, troppo
silenzioso, troppo modesto. Ma i suoi occhi rivelavano un piano. Ovvio. Talmente ovvio fin dal
principio. Ma io non ho saputo leggere i segni. Toph mi aveva detto che Stephen era un tipo strano e mi
aveva pi volte parlato della sua risata inquietante, dello strano cibo vegetariano che si portava da casa e
si cucinava da noi, e io non avevo dato alcun peso alla faccenda. Se succede qualcosa la colpa  mia.
Cercher di fare del male a Toph. Cercher di molestarlo. Mentre Toph  immerso nel sonno far cose
strane con della cera e delle funi. Le possibilit mi sfilano davanti come cartoline pedofile - manette, assi
di legno, abiti da pagliaccio, pelle, videocassette, nastro isolante, coltelli, vasche da bagno, frigoriferi...
Toph non si sveglier mai pi.
Dovrei fare inversione immediatamente.  un'idiozia. Non possiamo permetterci di correre simili
rischi. Non devo farlo per forza, non devo uscire per forza.  sciocco, puerile, futile. Devo tornare
indietro.
Ma s che devo uscire. Non c' pericolo.
Si che c' invece.
Ma vale la pena correrlo.
Apro il finestrino e alzo il volume. Supero due auto in una volta, entro in autostrada e corro verso il
Bay Bridge a cento all'ora sulla corsia di sinistra, lungo il fiume.
Passo il pedaggio, il semaforo, la rampa d'uscita, sono sul ponte.
Adesso non posso pi fare inversione. Sulla mia sinistra i cantieri di Oakland e un cartellone che
invita al risparmio idrico.
Torner a casa e trover la porta aperta, spalancata. Il baby-sitter non ci sar pi e tutt'intorno sar
silenzio. E io improvvisamente capir. Tutto avr un'aria terribilmente sbagliata. Sui gradini che
portano alla camera di Toph ci sar del sangue. Sangue sui muri, impronte di mani ovunque. Un
biglietto scherzoso per me da parte di Stephen, magari una videocassetta di tut... E la colpa sar mia. Il
suo corpicino martoriato, bluastro... Il baby-sitter se ne stava di fronte a me, sapeva esattamente quello
che voleva fare... Erano l tutti e due e io sentivo che c'era qualcosa che non andava, capivo che c'era un
elemento che non quadrava, lo sapevo che la faccenda non tornava, eppure... me ne sono andato. E che
cosa dice di me questa storia? Che razza di mostro... Tutti sapranno. Io capir e non cercher di
difendermi. Ci sar un'indagine, un processo, uno di quei processi spettacolo...
Come  avvenuto il suo incontro con quest'uomo, il baby-sitter?
Avevamo trovato un biglietto attaccato su una bacheca.
E quanto  durato il colloquio con lui?
Dieci, venti minuti.
E l'ha ritenuto sufficiente?
S, credo di s.
In realt lei non sapeva nulla di preciso su quest'uomo, giusto?
Sapevo che era scozzese. O inglese.
O irlandese.
Poteva essere anche irlandese.
E lei ha lasciato suo fratello per recarsi dove?
Al bar.
Al bar. E cosa c'era di cos importante in questo bar?
Amici, gente, birra.
Birra.
C'era un'offerta speciale, se non sbaglio.
Un'offerta speciale.
Sulla birra. Solo su alcune marche.
Oh, credetemi, io volevo semplicemente uscire. Non mi importava per fare cosa. Dovete capire che
a quel punto io uscivo solo una sera alla settimana e basta, a volte ogni dieci giorni, per cui quando
potevo trovare qualcuno per Toph, magari una delle sere in cui sembrava che dovesse accadere chiss
che, mi ci gettavo a pesce, uscivo presto cos potevo stare fuori per un po', facevo venire il baby-sitter
intorno alle sei, sette o gi di l, e scorrazzavo per la citt, cenavo con chiunque avesse voglia di cenare
fuori, a volte magari gli altri erano semplicemente a casa di qualcuno, di solito da Moodie, e guardavano
la tv mentre si preparavano, e io ero l, sul divano con la mia birra gelata ad assaporare ogni singolo
minuto, non sapendo quando sarebbe successo di nuovo, e tutti erano rilassati, ignari di quanto quei
momenti significassero per me, anche quando mi comportavo un po' da fissato ed ero un po' troppo
impaziente e ridevo un po' troppo forte e bevevo un po' troppo in fretta, sperando che qualcosa
accadesse, sperando di andare in qualche posto interessante, di fare qualunque cosa, insomma, che
rendesse la serata significativa, perch valesse tutto lo stress, la costante preoccupazione, le visioni... A
volte mi sentivo totalmente straniato, passavo intere settimane senza uscire con gente della mia et.
Sul ponte, folate di vento trasversale mi investono. Alzo il volume. Da sinistra, in lontananza, a circa
mezzo miglio a sud, delle navi cisterna galleggiano sulla baia nera, in attesa di ormeggiare a Oakland.
 pi coraggioso restare o andare?
Un tradimento. A quest'ora ci saranno gi le ambulanze. Ci saranno le luci. Il quartiere sar
illuminato come in un carnevale silenzioso. Solo le luci, le voci un sussurro. Tutti che si chiedono dove
mi trovi io. Dove sono i genitori del ragazzino? Loro cosa? E allora dov' il fratello? Come?
A destra c' Treasure Island, poi Alcatraz, e poi lo stretto, l'oceano. Attraversiamo il tunnel come
capsule spaziali, le auto cambiano corsia, affamate, bramose, sparate attraverso la galleria, con veloci
scarti improvvisi, simili a enormi scarafaggi, e dopo il tunnel c' la citt, migliaia di chiodini luminosi
piantati nella notte di carta nera.
La bara sar piccola. Io sar al funerale, ma tutti sapranno. Mi porteranno in tribunale e mi
condanneranno e finir sulla sedia elettrica. Oppure mi impiccheranno. S, impiccato, perch sar io a
desiderare il dolore, lento, prolungato, le vene che bruciano, scoppiano...
E quell'imbarazzante erezione, proprio negli ultimi istanti...
Nella luce marrone del cavernoso locale, Brent  ancora alle prese con il nome del suo gruppo
musicale. Al momento si chiamano Gli Dei Odiano il Kansas, nome ispirato a un romanzo di
fantascienza degli anni Sessanta, ma sono gi sei mesi che ce l'hanno, e tutti sono d'accordo nel dire che
 ora di voltare pagina. Si estraggono pagliuzze per decidere tra una delle alternative scribacchiate su un
lungo e sottile pezzo di carta, una specie di piccolo cartiglio:
Scott Beowulf
Van Gogh Dog Go
Jon & Ponzio Pilato
Jerry Louis Farrakhan
Pat Buchanitar
Kajagoogubernatorial Process
Spike Lee Major Tom Dick e Harry Connick, Junior Mints.

Questi sono pi o meno i nomi che girano, frutto della fusione di due o pi elementi culturali,
idealmente uno alto e uno basso, con il compiaciuto e assolutamente insignificante risultato che ne
consegue. Ci sono del resto altre band, perlopi locali, che hanno piantato la propria bandiera in questo
territorio, come JFKFC, Thomas Jefferson Slave Apartment, Prince Charles Nelson Reilly.
Io, Brent e tutti gli altri siamo al secondo piano del bar intenti a osservare i crani delle centinaia di
persone sotto di noi e a bere birra della casa. Sappiamo che  birra della casa perch proprio l, dietro il
bancone, ci sono tre enormi contenitori di rame con dei tubi che fuoriescono. La birra si fa cos.
Ci sono tutti: Brent, Moodie, Jessica, K.C., Pete, Eric, Flagg, John, tutta gente del liceo o ancora pi
indietro, delle scuole elementari, alcuni di prima ancora, tutti di Chicago, appena laureati e trasferitisi
qui, testimonianza vivente di una sorta di inesplicabile migrazione di massa di circa una quindicina di
noi e dell'arrivo, prima o poi, a San Francisco, mese dopo mese, per ragioni differenti e per nessuna in
particolare. Di sicuro nessuno  venuto per approfittare del mercato del lavoro, che  tutto fuorch
elettrizzante. Per adesso ci arrangiamo col lavoro temporaneo e con qualunque cosa capiti. Jessica fa la
babysitter a Santa Rosa, K.C. insegna in una prima media di una scuola cattolica femminile, Eric sta
facendo il dottorato a Stanford, e Pete, in quanto membro di una non meglio identificata Associazione
Gesuita di Volontariato, vive con una mezza dozzina di soci a Sacramento, dove lavora per il sindacato
carcerati, all'interno dello staff editoriale del rinomato periodico Il Carcerato Californiano.
La presenza di queste persone  surreale quanto confortante. Di fatto costituiscono l'unico legame
che io e Toph abbiamo ancora con la nostra citt natale, dato che, anche se  trascorso meno di un
anno da quando abbiamo lasciato Chicago, abbiamo gi perso i contatti con tutti gli amici di famiglia e
anche con le amiche di mia madre. Il che  piuttosto strano, secondo me e Beth. Ci saremmo aspettati
una maggiore attenzione nei nostri riguardi, e di venire per cos dire controllati nel corso della nostra
evoluzione. Ma va bene cos. Quelle conversazioni telefoniche e quegli scambi epistolari dei primi
tempi, quando avvenivano, avevano sempre un non so che di goffo, falso, la preoccupazione
dell'interlocutore cos palpabile, cos malamente celata, cos palesemente accompagnata da un'implicita
sfiducia nei nostri confronti.
Questa gente invece, questi amici, creano per noi e per Toph tutto un mondo, volenti o nolenti, di
finti cugini, falsi zii e false zie. Mangiano con noi, vengono in spiaggia con noi; le ragazze, K.C. e
Jessica, ci comprano arnesi da cucina, di tanto in tanto compaiono e raddrizzano un po' la situazione,
rifanno i letti, puliscono i piatti abbandonati nel lavello e nelle camere da letto, sono sempre disponibili
per domande relative alla bollitura del granturco e a come scongelare la carne. E tutti conoscono Toph
da quando  nato, lo hanno tenuto in braccio quando era piccolo e pelato, per cui non fanno storie sulla
sua presenza al cinema, ai barbecue e in ogni occasione sociale. E anche lui li conosce, ne riconosce la
voce al telefono, l'auto nel vialetto d'ingresso, si ricorda gran parte delle battute del nostro saggio di fine
anno, quello che avevamo provato tutti insieme in cantina per mesi e mesi. A quel tempo Toph aveva
forse quattro o cinque anni ma voleva sempre essere presente e scongiurava nostra madre di farlo
rimanere fino alla fine a guardare, seduto in cima alle scale, divertendosi un mondo. Sapeva ogni battuta
a memoria.
Per questo tento di attirare questa gente a Berkeley il pi spesso possibile e di ospitarli in casa, per il
mio divertimento ma anche per una sorta di continuit, per avere una specie di famiglia allargata,
ciascuno con il suo ruolo: la zia che sa cucinare, quella che sa cantare, lo zio che  capace di fare
giochetti tipo mettersi una pila di monetine sul gomito e con uno scatto del braccio farsele cadere in
mano. E loro vengono e stanno, e non sempre per loro scelta. Moodie, tanto per dirne uno,  sempre
da noi, e di recente  rimasto anche a dormire sul divano del salotto perlomeno tre sere a settimana.
Siamo amici almeno dai tempi del liceo, quando condividevamo la puzza di piedi scambiandoci gli
ultimi ritrovati contro l'acne - da cui entrambi eravamo terribilmente flagellati - e bevevamo Miller
Genuine Draft nello scantinato-camera da letto di casa sua. Sfruttando il successo del nostro business
di false carte di identit - eravamo stati i primi in citt a utilizzare l'allora nuovissima tecnologia
Macintosh, soppiantando rapidamente i nostri competitor che ancora usavano polaroid e cartoncini -
avevamo avviato in un ripostiglio di casa mia un piccolo studio di graphic design dal nome Gigantic
Design Associates, con tanto di carta da lettera a stampa laser e biglietti da visita con lettering a rilievo
lucido ($ 39.99 per 500 biglietti) con consegna a domicilio, simile al servizio di falsificazione a
disposizione dei nostri clienti, i quali volevano un lavoretto rapido ed economico e non facevano caso
se il documento era zeppo di errori come...
Grazie.
John mi ha appena portato una birra.
John poi lo conosco da sempre.
Come al solito ha una splendida abbronzatura. A lui piace essere abbronzato.
 cresciuto nel mio quartiere e i nostri genitori erano amici. Lo conosco da prima di tutti gli altri. Ci
sono foto di noi due che mangiamo seduti sotto il tavolo da cucina, di me che bevo con una cannuccia
l'acqua dei canarini. Insieme, a nove, dieci anni, scrivevamo interminabili lettere alla Lego in cui
suggerivamo migliorie al design e nuove idee per prodotti futuri. Io ero figlio dei suoi genitori quanto
lui lo era dei miei, e anche alle medie e pi tardi, quando avevamo ormai meno cose in comune, siamo
sempre stati incredibilmente legati, appiccicati l'uno all'altro.
Anche i suoi sono morti. A sua madre, una donna alta, bionda, rumorosa, era venuto un cancro
quando eravamo al secondo anno di liceo, un gran casino che lo aveva portato a rifugiarsi ancor di pi
in seno alla nostra famiglia. Cinque anni dopo, trascorso un mese alla University of Pennsylvania, si era
trasferito in Illinois per essere pi vicino al padre, che pure non stava bene per via di un ictus, ed era in
cura per una forte depressione... E dopo un anno se n'era andato anche lui per un aneurisma, e tutti
eravamo talmente incasinati - erano passati pochi mesi dalla morte di mio padre e quell'anno era stato
per entrambi davvero nero e non  che ci vedevamo molto - vederci ci faceva stare solo peggio, ci
faceva solo tirare su col naso e dare colpi di tosse...
Dopo il funerale di suo padre, John era tornato a scuola nel giro di pochi giorni. Era mercoled.
Sei tornato gli avevo detto.
S aveva detto lui.
Del resto, non  che avesse altri posti dove andare.
Cosa  successo alle tue nocche? Erano piene di tagli e scorticature.
Ho rotto una finestra. Sai com'.
Gi.
E adesso  qui, e per ora sta a Oakland. Dopo la laurea ha tentato per un po' di vivere a Chicago, ma
si  stancato di incontrare sempre e solo gente della sua universit di Champaign. Erano tutti l, l'intera
scuola. Talmente pochi ce la fanno a uscire dallo stato. Per la maggior parte della gente Chicago  come
il regno di Oz, qualunque cosa al di fuori  come la Cina, come la luna.
E come sta Toph?
Bene dico.
Pinze, manette...
Dov'? chiede.
Trielina, vaselina...
A casa. Con il baby-sitter.
Altri strumenti. Roba scozzese!
Ah.
Cambio argomento.
Come va la ricerca di lavoro?
Non so. Bene, credo. Ho avuto una riunione con un consulente professionale.
Un che?
Un consulente professionale.
Cosa significa?
Un tizio che ti aiuta a capire...
Okay, ci sono, ma come funziona esattamente?
Be', tu gli parli dei tuoi interessi e lui ti fa fare un test.
Come, a risposta multipla?
S. Ci vogliono circa tre ore.
E lui ti d un test per capire che tipo di lavoro vuoi?
Esatto.
Stai scherzando.
Perch dovrei scherzare?
Osserviamo le persone sotto di noi, vestite con roba di seconda mano acquistata alla missione o, al
doppio del prezzo, a Haight. Portano camicie attillate di fibre sintetiche con due bottoni slacciati,
magliette logore con il logo di compagnie sconosciute, le teste rasate o con chiome studiatamente
scompigliate alla Westerberg. Ci sono giovanotti di Stanford in camicie oxford azzurrine e capelli corti
spalmati di gel. Ci sono donne piccine con scarpe enormi, avvolte in confortevoli camicioni con gli orli
ribattuti.
Tutti parlano. Ognuno  venuto qui con i suoi amici e sta chiacchierando. Colleghi di lavoro, gente
che si vede ogni giorno e si dice cose dette un milione di altre volte. Proprio come noialtri, tutti hanno
in mano un bicchiere di birra appena spillata.
Ordiniamo da mangiare? diciamo/dicono.
Non so. Che dite? diciamo/dicono.
Da qui, dal secondo piano del bar, vedo le bocche muoversi ma le parole non sono altro che un
brusio continuo e monotono, una specie di muggito punteggiato da occasionali squittii tipo: "Oddio!".
Siamo in troppi, sono in troppi. Troppi, troppo simili. Che ci fanno tutti qui? Questo starsene in
piedi, seduti, parlare. Non c' neppure un tavolo da biliardo, delle freccette, niente. Semplicemente un
gran cazzeggiare, perdere tempo, bere birra da boccali di vetro spesso...
Ho messo a repentaglio la mia vita per questo?
Urge che accada qualcosa. Qualcosa di grosso. La conquista di qualcosa, che ne so, di un edificio,
una citt, un paese. Dovremmo tutti armarci e conquistare dei piccoli stati. Oppure dovremmo
organizzare dei tafferugli. Oppure no, delle orge. Ecco, ci dovrebbe essere un'orgia.
Tutta questa gente. Dovremmo chiudere le porte, abbassare le luci e spogliarci tutti insieme.
Potremmo cominciare noi, K.C. e Jessica, e poi via alla grande. Allora s che ne varrebbe la pena, allora
s che tutto troverebbe una sua giustificazione. Potremmo spostare i tavoli, portare dei divani, dei
materassi, dei cuscini, degli asciugamani, degli animali di peluche...
Ma tutto questo... tutto questo  osceno. Come possiamo starcene qui, a parlare di nulla, invece di
correre come un'unica fiumana di gente verso qualcosa, qualcosa di enorme, e ribaltarlo? Perch ci
diamo la briga di venire fin qui in cos gran numero, se poi non appicchiamo nemmeno un incendio e
non facciamo a pezzi tutto quanto? Come osiamo starcene qui senza chiudere le porte, sostituire le
lampadine a luce bianca con altre rosse, e dare inizio a un'orgia di massa in un gioioso mescolarsi di
braccia gambe e seni?
Che spreco.
Di cosa mai potremmo parlare?
Pete salta su.
Ehi, laggi dice, con una traccia dell'accento inglese coltivato negli anni di liceo, dimmi un po',
come va il giovane Toph?
Benone dico.
Ma dov'?
Io adoro Pete, e so che non intende dire nulla di male, ma perch diavolo mi fa questa domanda?
Perch questa domanda per la seconda volta in una sera? Proprio come il tormentone "Ma che bravo
fratello!", "Dov' tuo fratello?"  diventato una specie di frase obbligata, pur essendo priva di ogni
logica interna. Perch mi chiedi, mentre sono qui che bevo e cerco di organizzare orge, dov' mio
fratello? Che risposta si attendono Pete e John? Che razza di domanda. Un conto : "Come sta tuo
fratello?". Ha senso e si pu rispondere facilmente: "Toph sta bene". Ma perch chiedere dove?
A casa dico.
Ah. E con chi?
Rasoi, seghe elettriche, congelatori...
Devo andare.
Mi faccio largo verso il bagno.
Che razza di domande. La gente dovrebbe pensare prima di parlare. Possibile che i miei amici siano
tutti degli idioti?
In bagno c' un tizio che piscia nel lavandino. Nel momento in cui noto che c' un tizio che piscia
dentro al lavandino, quel qualcuno nota che sto notando, e ovviamente pensa che io stia guardando il
suo pene - cosa peraltro non vera - penzolante oltre l'orlo del lavandino simile a un pulcino appena
nato, violaceo e rugoso, in cerca d'acqua.
Vorrei andarmene immediatamente, ma mi rendo conto che agli occhi di questo tizio una fuga mi
renderebbe ancora pi sospetto, come se fossi entrato in bagno specificamente per vedere il suo pene
appoggiato sul bordo di porcellana del lavandino e dopo averlo fatto - okay, lo vedo - mi fossi sentito
libero di uscire. Mi infilo in un gabinetto e mi chiudo la porta alle spalle. E proprio davanti ai miei occhi
ecco uno dei nostri adesivi.
AL DIAVOLO QUEGLI IDIOTI.
MIGHT MAGAZINE.
Moodie e io l'avevamo inventato mesi prima e l'avevamo passato ad amici e conoscenti chiedendo
loro di attaccarli all'interno di bagni, sui muri, sui lampioni, sulle auto. Doveva essere il primo passo di
una campagna marketing trimestrale che aveva il compito di portare sulla bocca di tutti la parola
"Might". Ma che cos' questo Might? si sarebbero chiesti tutti, incuriositi. Non so esattamente, ma quando la
faccenda si chiarir, mi interesser sapere di che cosa si occupano.
C'era stata un'accesa discussione per decidere come doveva essere la scritta sugli adesivi. Per noi la
questione era ovvia, del resto, e per quello che ci riguardava spiegava tutto chiarissimamente:
AL DIAVOLO QUEGLI IDIOTI.
Adesso per, osservando quell'adesivo appiccicato storto sul muro di mattoni, mi rendo conto che
c' un problema: non  del tutto chiaro chi  che deve andare al diavolo. Chi sono gli idioti che
dovrebbero andare al diavolo? Oh, cazzo. Certo, era nostra intenzione rimanere sul vago, di modo che
"idioti" fosse interpretabile come chiunque: altre riviste, i datori di lavoro, i genitori, gli hippie, il
supermercato all'angolo. Adesso per dentro di me fa capolino una terribile domanda: non staremo
mica dicendo implicitamente che il lettore dovrebbe mandare al diavolo noi?
Oddio, certo che s. In fondo, dopo avere pregato il lettore di mandare al diavolo quegli idioti, si
legge "Might Magazine". Quegli idioti siamo diventati noi! Non c' altra interpretazione possibile!
Disastro. Abbiamo coperto la citt con adesivi che dicono alla gente di mandarci al diavolo.
Avremmo potuto formularlo meglio in cos tanti altri modi, che so, per esempio:
MIGHT MAGAZIN DICE:
AL DIAVOLO QUEGLI IDIOTI.
Oppure:
AL DIAVOLO QUEGLI IDIOTI
DICE MIGHT MAGAZINE.
Oppure:
AL DIAVOLO QUEGLI IDIOTI
("QUEGLI IDIOTI" NON SI RIFERISCE ALLE PERSONE CHE OPERANO DIETRO LA
DICITURA MIGHT MAGAZINE, OSSIA COLORO CHE HANNO PRODOTTO L'ADESIVO,
CHE SONO INVECE BRAVE PERSONE E NON DOVREBBERO ESSERE MANDATE AL
DIAVOLO.)
Tutto ci  terribile,  l'Armageddon. Abbiamo gi stampato cinquecento di questi affari. Mi chino
verso la tazza e cerco di staccare l'adesivo - giuro che li toglier tutti, uno a uno, a mano! - ma ne viene
via solo un pezzettino minuscolo. Continuo a insistere senza alcun progresso apprezzabile, le unghie
nere di colla appiccicosa. E non mi sono nemmeno abbassato la patta.
Quando esco dal bagno, il tizio con il pene-pulcino-violaceo non c' pi e quando faccio ritorno alla
nostra postazione accanto alla balaustra, met della gente se n' andata. C' Deirdre da sola, in piedi.
Chiacchieriamo di futilit per un paio di minuti, prima che...
E come sta tuo fratello?
Bene, grazie.
Non mi ricordo come si chiama.
Toph.
...stai a vedere che...
E dov'?
Cristo, 'sta gente. Guardo in basso verso tutti quegli idioti, laggi.
Toph? Oh, non lo vedo da settimane.
Cosa intendi dire?
Voglio dire che a quest'ora credo che si trovi non so se in Sud o in Nord Dakota.
Cosa?
S, guarda, ha dato di matto. Un bel giorno ha preso e se n' andato. In autostop. In giro per il paese
con degli amici.
Stai scherzando.
Vorrei.
Mi spiace davvero tanto.
Oh, non ti preoccupare. Credo che in parte sia colpa mia, del resto. Era un po' incazzato con me.
Tipiche dinamiche adolescenziali.
Cosa intendi dire?
Continuo a guardare gi, osservo un uomo di mezza et con un berretto e una giacca di pelle nera
che chiacchiera con due ragazze dall'aria di studentesse universitarie e, poveretto, non sa che per lui 
finita, per sempre, altro che berretto e tutto il resto. Lancio un'occhiata a Moodie per assicurarmi che
non stia ascoltando. Mi ucciderebbe. Vedo che non sta prestando attenzione, per cui guardo Deirdre in
viso, sia per dare forza drammatica al racconto sia per assicurarmi che stia ancora ascoltando.
Mi ascolta eccome, per cui vado avanti. Non sono sicuro del perch lo faccio. La gente mi pone
domande e io, prima che possa formulare una risposta orientata verso la verit, mento. Mento sul modo
in cui i miei genitori sono morti - Ricordi il bombardamento dell'ambasciata americana in Tunisia? -
sulla mia et - dico sempre di avere quarantuno anni - sull'et di Toph, sulla sua altezza; quando la gente
chiede di lui ottiene le menzogne pi elaborate - che ha perso un braccio, che ha un cervello da
neonato, che  un ritardato, uno scocciatore (quest'ultima la dico solo in sua presenza), che  impiegato
alla marina mercantile, che  in carcere, in riformatorio, o che ne  appena uscito, che spaccia crack -
Vecchio Toph, gli basta un po' di crack e dovreste vedere come gli si illumina il faccino! - che gioca
nella Continental Basketball Association.
Si  cacciato nei guai a scuola.
Che genere di guai?
Sai che non si dovrebbero portare armi a scuola, no?
Certo.
Be',  quello che gli avevo detto io. In poche e semplici parole. Lo sanno tutti. Puoi giocarci in casa,
nel tuo quartiere, fai pure quello che ti pare, ma non portarla a scuola perch le regole sono regole.
Giusto?
Aspetta un momento. Toph ha un'arma?
Ma certo.
E quanti anni ha?
Nove. Quasi dieci, veramente.
Ah. E dunque l'hanno beccato con la pistola?
Be', a dire il vero  andata anche peggio. Devi sapere che Toph ha un caratteraccio e questo
ragazzino, Jason non so che, lo scocciava e lo scocciava cantando la stessa canzoncina da ore, una
canzone che a Toph non piace affatto, per cui a un certo punto  scattato e bang, in un attimo ha
estratto la pistola e ha premuto il grilletto.
Oh mio Dio.
Puoi dirlo forte.
Poi la rassicuro, le dico che no, il piccolo Jason non  morto, che adesso sta bene,  uscito dal coma
proprio la scorsa settimana. E ovviamente che ho revocato a Toph il permesso di usare la sua pistola,
che l'ho pestato fino a fargli perdere conoscenza, con tale impegno che a un certo punto ho sentito
qualcosa che gli si spezzava in una gamba, non so, forse un tendine, infatti si  messo a urlare come un
maiale sgozzato ed  caduto a terra e non si rialzava pi per cui l'ho dovuto portare al pronto soccorso.
E poi, mentre eravamo in ospedale uno dei dottori deve avere fatto la spia per cui a un certo punto 
arrivata la polizia e...
E che cosa hai detto della gamba, alla polizia?
Be', quello  stato facile. Gli ho detto che lui e un suo amico giocavano a menarsi con degli
asciugamani bagnati.
E ti hanno creduto?
Naturale. Naturale. Neanche ti immagini cosa  disposta a credere la gente, quando viene a sapere
di noi e della nostra storia. Sostanzialmente sono pronti a bere qualunque cosa, a credere a qualunque
fandonia, perch sono presi in contropiede, si chiedono se quello che stanno ascoltando  la verit, se la
nostra storia in generale  vera, ma d'altra parte non possono essere sicuri e hanno un sacro terrore di
offenderci.
Eh gi dice lei, e ancora non ci arriva. Decido di andare fino in fondo.
A ogni modo, Toph si  beccato tre settimane di stampelle e ovviamente era incazzato con me, ma
questa volta per davvero, e a un certo punto... puff, nell'istante in cui si  tolto le stampelle era gi
sparito.
In autostop.
Esatto.
Mi spiace davvero tanto. Se c' qualcosa che posso fare...
Ecco, forse una cosa...
Cosa?
Non parlarne a Moodie.
Va bene.
Sai, si preoccupa.
Moodie mi uccider, lo so. Meglio filarsela. Lei glielo dir e Moodie mi far fuori. Mi prender a
pugni. Come quella volta al liceo, dopo la festa della scuola, al lago, quando ero ubriaco e gli sono
caduto addosso gi da un albero. Mi dar un cazzotto come quella volta - uno solo ben assestato, in
pieno sterno, un semplice e rapido messaggio - sei un testa di cazzo - che ho sentito ancora per mesi
dopo, ogni volta che inspiravo.
Trovo la mia macchina e guido per la citt, e tutti i semafori verdi mi osservano e sembrano
prendersi gioco di me -  stata una brutta cosa, quello che ho fatto a Deirdre, un analista sicuramente lo
confermerebbe. Su per la Nona, attraverso Market, lungo Franklin e gi per Cow Hollow, dove abita
Maida. Ai piedi della collina, dopo qualche isolato si scorge il suo appartamento al terzo piano. Maida
vive all'ultimo piano di una casetta azzurra su Gough, a pochi isolati di distanza da Union Street, in un
appartamento che lei stessa ha decorato assieme a sua madre, con tanto di presine e tendine e un
centinaio circa di cuscini troppo imbottiti. La mia idea  di finire nel suo letto. Che  enorme e dotato di
testiera.
Parcheggio dall'altra parte della strada e alzo lo sguardo per vedere se ci sono luci accese in casa sua.
Buio. Sulla scala antincendio, il solito piccolo gufo di plastica. Sta dormendo. No, no, ecco una debole
luce che proviene dalla cucina. Forse la tv. Potrebbe essere ancora sveglia. Potrebbe essere uscita e poi
tornata a casa e potrebbe essere ancora in piedi. Sono solo le undici e mezzo. Oh, essere l dentro! No, no,
che stupidaggine. Aggiro l'isolato. Non ho scuse per essere l a quell'ora. Faccio inversione e torno.
Devo escogitare qualcosa.
Mi fermo nel vialetto d'ingresso dietro la sua macchina e con un balzo supero i gradini di legno della
veranda. Suono il campanello. Le dir che voglio dormire l stanotte. Le dir che ho bisogno di dormire
l stanotte. Che sono rimasto chiuso fuori casa. Scusa,  una cosa talmente imbarazzante, le dir
ridacchiando. Eh, eh, eh. Una di quelle cose bizzarre che capitano, dir. Passavo da queste parti, ero in
citt e poi mi sono ricordato che Toph  da Beth, dir. Scusa. Come stai? Stavi dormendo?
Mi far entrare. Andremo in spiaggia, come abbiamo fatto l'altra volta, quell'altra volta in cui mi
sono fatto vivo da lei a mezzanotte, bisognoso. Quando le ho chiesto se veniva in spiaggia con me era
gi in pigiama, ma l'idea l'aveva entusiasmata, si era rivestita, e mentre si vestiva io avevo fatto scorta di
banane, biscotti ai fichi e una bottiglia di vino. Lei aveva portato delle coperte, e quando siamo saliti in
macchina, col buio, e i sedili freddi, abbiamo acceso il riscaldamento, ci siamo stretti la mano e ci siamo
sparati sul Golden Gate verso le Headlands, la strada nera che si snoda lungo le colline violacee, come
seguendo la silhouette di un enorme corpo dormiente. Abbiamo superato le vecchie baracche di legno
dell'esercito e le torrette di guardia sul Pacifico, diretti verso la spiaggia di Fort Cronkite. Abbiamo
parcheggiato proprio accanto alle baracche scure, siamo usciti dalla macchina e dopo esserci tolti le
scarpe abbiamo fatto una passeggiata fino a quel laghetto attraversato dal ponticello di legno grigio -
c'era cos tanto rumore, intorno - e l'oceano era nero e il vento soffiava dal mare. Ci siamo avvolti nelle
coperte, ancora a piedi nudi, scaldandoci le mani sotto le ascelle l'uno dell'altra...
Non risponde.
Scuoter la testa, quando mi vedr, ma mi far entrare. Premo il campanello un altro paio di volte.
Mi giro e guardo la strada.
Un'auto nera e luccicante sale su per la collina e si ferma all'angolo. Al suo interno c' una donna
intorno ai trentacinque anni ben vestita, da sola alla guida. Tira il freno a mano e cerca qualcosa nella
borsetta. Io mi trovo a non pi di una ventina di metri. Sta per guardare verso di me. Alzer lo sguardo
in direzione della veranda e mi vedr. Aprir la portiera opposta alla sua e mi chieder di salire da lei e
di fare l'amore. Speravo proprio che me lo chiedessi, dir con una certa dolcezza. Non mi importa cosa
faremo, qualunque cosa andr bene, e anche niente del tutto. Non importa. Un letto spazioso e caldo e
le sue gambe intrecciate alle mie sotto le coperte. Io la prender in giro per le sue dita fredde e lei me le
strofiner contro le gambe per scaldarle.
Cose del genere accadono, a volte.
La donna trova quello che stava cercando nella borsetta, rilascia il freno, si dirige su per la collina e
poi scompare dietro l'angolo. Maida non  in casa. Me ne vado.
In Union Street i bar hanno appena chiuso e c' gente ovunque. Julie lavora come barista in un posto
che si chiama Blue Light che, oltre a essere inondato per l'appunto di luce blu,  pieno di specchi e di
gente che indossa mocassini e pantaloni bianchi. Julie e io ci siamo incontrati all'ultima festa di Moodie.
Le far un'improvvisata. Finger di cercare qualcuno oppure mi far avanti decisamente e le dir che
sono venuto per lei, perch all'improvviso ho pensato a lei e volevo vederla. Le piacer. Sar sorpresa e
lusingata. Potrebbe perfino dirlo: Sono sorpresa e lusingata!
Parcheggio cinque isolati pi gi. Union Street scoppia di gente in mocassini e pantaloni bianchi.
Gente che viene da Marin, da New York, dall'Europa. Alla porta il buttafuori non mi far entrare. Ho
lasciato la patente in auto.
Ho bisogno di un documento.
Lo so, ma...
Spiacente. Smammare.
Io volevo solo...
Gira sui tacchi. E cammina.
Ovviamente mi immagino nell'atto di ucciderlo. Per una non meglio precisata ragione con uno
spadone a doppio taglio. Con cui spiccargli quel testone pelato.
Senti... c' Julie?
No.
Se n' andata?
Non lavora, stasera.
Mi dirigo di nuovo verso la mia auto, superando qualche altra dozzina di individui in mocassini e
pantaloni bianchi. Ci sono anche due o tre sfigati vestiti di kaki. Se solo accadesse qualcosa. Non accade
mai nulla. Dev'essere tutto un terribile ingranaggio, in cui passa solo il risaputo.
Mi infilo in un alimentari per telefonare. Chiamo Meredith. Meredith uscir.
Risponde. Le chiedo che succede. Mi dice che non succede nulla. Le chiedo cosa fa di bello. Mi dice
che non fa niente di bello. Le chiedo se le va di fare qualcosa insieme. Mi dice che le va bene.
Io e Meredith non siamo mai stati pi che amici, e fin dal college, quando lei era a Los Angeles e io
ero qui, ci siamo sempre sentiti per telefono.  qui in visita per una settimana e sta appena fuori Haight.
Vado a prenderla. Andiamo da Nickie's, un posto minuscolo, stipato di corpi umani accaldati.
Si balla?
Prima devo bere un altro po'.
... E dopo avere bevuto al banco, schiacciati come in una limousine da ballo delle debuttanti,
balliamo. Goffamente, urtando la gente intorno a noi, sudando subito e vergognosamente. La gente
affolla la pista, per cui siamo costretti a ballare vicinissimi. In cerca di un po' di spazio ci spostiamo in
un angolo proprio sotto le casse. Qualunque cosa sia (Earth, Wind & Fire?)  assordante. Le frequenze
sono massicce, invadenti, il basso pulsa potente provocando come delle ondate dentro i nostri cervelli
per poi diffondersi ovunque, cancellando tutti i nostri pensieri, come se entrasse in casa con una decina
di valigie e si installasse nella camera principale, spostando anche il mobilio, ci vibra dentro la testa
facendo da colonna sonora alle nostre sinapsi e a tutto quello che  depositato l dentro, dai numeri di
telefono ai ricordi dell'infanzia. Lasciamo che i nostri corpi si avvicinino e ovviamente l'unica direzione
in cui guardare  in gi, al corpo di Meredith in torsione, alle sue membra che ora si allontanano e ora si
avvicinano...
Ce ne andiamo. Al mare.
Il tragitto fino all'oceano  lungo.
A quest'ora il baby-sitter avr fatto tutto quello che gli pareva, sar montato in sella alla sua bicicletta
col cestino e sar tornato nella sua tana per raccontare tutto agli amici. Si staranno facendo due risate.
Lui gli star mostrando le polaroid...
No, Toph se la sar cavata. Avr fatto finta di essere addormentato o morto e poi, quando Stephen si
sar addormentato, dopo essersi ingozzato di roba direttamente dal frigo, gli sar arrivato alle spalle e
l'avr colpito con qualcosa. Forse con la mazza da baseball. Quella che abbiamo comprato da poco, di
metallo. Gli avr rincagnato il capoccione con una bella mazzata e quando torner a casa trover un
eroe, stanco e pieno di lividi, ma pur sempre un eroe, e non me ne vorr per averlo lasciato solo, capir.
IO Accidenti, a momenti ci ammazzavamo.
LEI Davvero!
IO Hai fame?
LEI Questo s che  parlare.
Io e Meredith parcheggiamo e ci togliamo le scarpe. La sabbia  fredda. Mentre camminiamo verso
la riva, vediamo dei fal qua e l sulla spiaggia. Sistemiamo un asciugamano vicino alle onde illuminate
dai lampioni alle nostre spalle e ci sediamo, appoggiandoci l'uno all'altra. Ma al nostro slancio iniziale 
accaduto qualcosa; proprio mentre eravamo sul punto di abbandonarci a un innocente gioco di dare e
prendere piacere, a cui entrambi stavamo lavorando fino a questo momento e che solo venti minuti fa
sembrava l'unica logica conclusione, ora che siamo qui tutta la faccenda ci pare una forzatura, una
scemata, buoni amici che certe cose dovrebbero saperle. E allora parliamo del nostro lavoro. Al
momento lei sta lavorando alla postproduzione del telefilm della serie Flipper.
Davvero? dico. Questa  nuova.
 meglio di quanto sembra dice.
Per quello che le piacerebbe  di fare film, avere uno studio tutto suo, produrre bei film, roba
strana, fondare una specie di cooperativa, tipo la Factory di Warhol, con tutta la gente che va e che
viene...
Ma lo sai mi spiega che magari ci vogliono cinque, dieci anni per mettere insieme una cosa del
genere? E costa talmente tanti soldi... Voglio dire, anche se cominciassi ora... non c' niente di peggio
dell'attesa. L'attesa di essere quello che vuoi essere. Il trascinarsi di giorno in giorno, i lavori temporanei
tipo la postproduzione di Flipper...
Per qualsiasi cosa ci vuole un sacco di tempo.
Vero. Per sapere esattamente quello che vorresti fare, per sapere esattamente cosa faresti, dati i
mezzi, con un po' di tempo a disposizione, tutti i progetti davanti a te, le idee chiare su quello che c' da
fare, e tutto ben progettato, dalle persone che bisogna coinvolgere a come dev'essere l'ufficio, a dove
sistemare le scrivanie, i divani, la vasca da bagno...
Dovrebbe essere pi facile.
Dovrebbe essere automatico. Istantaneo.
Ogni giorno una rivoluzione che sgombri il mondo, una rivoluzione pacifica, volta alla
rigenerazione pi che alla distruzione. Cominciare ogni giorno con un mondo nuovo di zecca... O
meglio ancora, cominciare ogni giorno col mondo che conosciamo ed entro le nove, dieci del mattino,
distruggerlo.
Ma hai detto...
Lo so. Mi sono appena contraddetto. Va bene allora, ci sar un po' di distruzione, ma non sar ai
danni di nessuno n contro la volont di nessuno.
Va bene, va bene, e...?
Diciamo che ogni giorno, ogni mattina, milioni di persone, a un segnale prefissato, buttano gi
l'intera dannata baracca, citt e paesi, con martelli e seghe e sassi e bulldozer e carri armati e roba del
genere. Un colpo di spugna alla lavagnetta magica. Ci raduniamo nei pressi degli edifici come formiche,
poi li imbraghiamo e li tiriamo gi, buttiamo gi tutto quanto, ogni giorno, cos che il mondo, entro
mezzogiorno,  ben piatto, ripulito di ogni edificio e ponte e torre.
Ogni tanto faccio dei sogni del genere, nei quali sposto delle cose enormi.
S, s. E dopo avere tirato gi tutto, quando la tela  ritornata vuota...
Si ricomincia da capo. Ma non un inizio del tipo "Roma non  stata fatta in un giorno". E neppure
stile ricostruzione della Germania. Voglio dire, ci svegliamo, buttiamo gi il mondo fino alle
fondamenta, o anche pi gi, e poi, per le tre del pomeriggio, ci ritroviamo con un mondo nuovo.
Per le tre?
S, due o tre, a seconda del clima, se  estate o inverno... dovremmo avere abbastanza luce per
goderci il panorama. Intendo dire, credo che potremmo fame di cose. Cio, immagina un po' se un
centinaio di milioni persone o pi, molte di pi... Quante persone ci saranno al mondo, devono essere
almeno due miliardi, giusto?
Due mi...
S, allora immagina di prendere tutte quelle persone e di spargere la voce che da oggi in poi ogni
giorno creiamo tutto daccapo.
Intendi dire un mondo pi giusto ed equo...
S, certo, maggiore giustizia e tutto il resto, ma a parte questo e tutte la ragioni politiche ed
economiche per farlo, voglio dire, oltre a questo, in realt,  la sensazione che... Voglio dire, immagina
come dev'essere camminare sulle rovine. Non sarebbe una cosa fantastica? Non intendo dire cadaveri o
roba del genere, intendo dire macerie, nel senso di cose a pezzi, spazzate via, in modo da trovarsi ogni
giorno di fronte a un paesaggio nudo e puro - ci vorrebbero un sacco di camion e di treni per caricare
tutta quella roba e portarla, che so, in Canada o da qualche altra parte...
E tutti i giorni si ricomincerebbe da zero, e tutti i giorni uno potrebbe dire, ehi, tiriamo su qualche
edificio qua, e s, laggi sistemiamo un ippopotamo imbottito alto centocinquanta metri, e l, proprio di
fonte a quella montagna, un enorme ehm... che cazzo ne so.
Certo, certo. Ma bisognerebbe poter accelerare le cose e rendere tutto un po' pi facile di com', in
termini di costruzioni e roba simile. Ci sarebbe bisogno di enormi robot o qualcosa del genere.
Come no, dei robot.
Guarda che dico sul serio.
Anch'io. Sono con te su tutta la linea..
Possiamo farcela.
Certo.
Dobbiamo riuscire solo ad attirare l'attenzione della gente.
Di tutti quelli che conosciamo.
Anche degli sfigati.
Come John.
Certo. Buona fortuna.
Lo so. Sai di cosa parlava stasera?
Perch, l'hai visto?
S.
Lo devo richiamare.
Diceva che ha sostenuto questi test, tipo test attitudinali, per sapere che tipo di lavoro dovrebbe
fare, in modo che qualcuno gli dica cosa deve fare nella vita...
Cristo.
Lo so,  pazzesco.
Dobbiamo cambiarlo.
Ispirarlo.
Lui e tutti gli altri.
Mettere tutti assieme.
Tutta la gente.
Basta con le attese.
Azione attraverso le masse.
Fermarsi  un crimine.
Come esitare.
E lamentarsi.
Dobbiamo essere felici.
Sarebbe difficile non esserlo.
Dovremmo proprio impegnarci per non esserlo.
Abbiamo un compito preciso. Abbiamo dei vantaggi.
Abbiamo una base da cui permetterci di rischiare.
Una rete sui cui cadere.
Questo si chiama lusso.
Lusso di spazio e di tempo.
Qualcosa di raro e prezioso.
Che quasi non ha precedenti nella storia.
Dobbiamo fare cose eccezionali.
Dobbiamo.
Sarebbe vergognoso non farle.
Prenderemo quello che abbiamo avuto in dono e uniremo la gente.
E cercheremo di non sembrare cos terribilmente teste di cazzo.
Giusto. Da adesso in poi.
Le dico quanto  buffo che si parli di tali faccende, dal momento che proprio in questo momento io
mi sto gi dando da fare per mettere insieme qualcosa che affronti tutto questo, che ispiri ad alte mete
milioni di persone, e che con alcuni amici del liceo, Moodie e altri due, Flagg e Marny, stiamo mettendo
in piedi qualcosa che far piazza pulita di tutti gli equivoci che ci circondano, e le spiego come questa
cosa ci aiuter a sbarazzarci dei ceppi dei nostri supposti obblighi, delle nostre prospettive di carriera
senza costrutto, e di come spingeremo - o al limite solleciteremo - milioni di individui a vivere esistenze
d'eccezione e (alzandosi a questo punto in piedi per maggiore effetto) a fare cose eccezionali, a
viaggiare per il mondo e ad aiutare la gente, a mettere fine a delle cose per costruirne altre...
E come farete tutto ci? vuole sapere. Con un partito politico? Una manifestazione? Una
rivoluzione? Un colpo di stato?
Con una rivista.
Ah... ecco.
S dico io, osservando l'oceano, cullandomi nell'ovazione che mi sta tributando. Sar una cosa
enorme. Avremo una grande casa da qualche parte, oppure un loft, e sar una galleria d'arte, e forse
anche un dormitorio...
Come la Factory!
S, ma senza le droghe e i travestiti.
Certo. Una comune.
Un movimento.
Un esercito.
Che ammetter chiunque.
Senza limitazioni di razza.
O di sesso.
Giovinezza.
Forza.
Potenziale.
Rinascita.
Oceani.
Fuochi.
Sesso.
E improvvisamente le nostre bocche si incollano l'una all'altra. Tutto quel parlare di progetti e nuovi
mondi... Siamo seduti mentre ci baciamo, con gli occhi aperti, quasi per ridere. Ma a un certo punto le
nostre mani si muovono, cominciamo a crederci, i nostri occhi si chiudono, le nostre teste si muovono
di qua e di l, e ci baciamo e un sacco di altre cose, ci baciamo come guerrieri che hanno salvato il
mondo alla fine del film, gli ultimi due sopravvissuti, gli unici due in grado di salvare la situazione, e
dato che siamo entrambi troppo sbronzi per tenere su la testa e gli occhi chiusi, ci stendiamo, e presto
l'asciugamano sotto Meredith non  altro che una pelle di serpente accartocciata e noi ci siamo tolti i
pantaloni, l'aria corre fresca sulle parti nude. E il sesso,  inevitabile, ci render pi forti. Un manifesto
proclamato sotto questo cielo pazzesco e con l'approvazione del mare che rimbomba...
Dalla spiaggia arrivano dei rumori. Strizzo gli occhi e riesco a scorgere delle persone dirette verso di
noi in un'esplosione di suoni e di risate. Mi appoggio sul gomito e cerco di vedere meglio.  un gruppo
di forse sei o sette persone, vestite con pantaloni scuri, scarpe e cappelli... spostiamo l'asciugamano da
dietro la testa di Meredith sui nostri corpi nudi. Faremo finta di niente. Ci abbracceremo e ci lasceranno
in pace, anche perch non si vede bene perch dovrebbero romperci le scatole.
Le voci si fanno pi forti e pi vicine.
Aspetta che passino.
Quanto sono lonta...?
Shhhh...
Lo scalpiccio dei passi si fa pi forte, ormai  perfettamente udibile e poi, invece di passare oltre,
improvvisamente ci sono addosso. Gambe ovunque. Guardo in su. Uno di loro ha preso i miei
pantaloni e ci sta frugando dentro. Poi li butta verso l'acqua. Sono messicani, americani messicani,
teenager. Quattro ragazzi e tre ragazze. No anzi, cinque ragazzi e due ragazze. Et incerta.
Che cosa stavate facendo voi due? chiede una voce.
Cattivelli, cattivelli dice un'altra.
Dove sono i tuoi pantaloni, bel tipo?
Finora solo voci femminili dal forte accento straniero. Nudi dalla vita in gi non possiamo nemmeno
muoverci. Tengo l'asciugamano stretto intorno al nostro corpo, incredulo. Che cosa succede? L'inizio di
qualcosa di molto, molto brutto. La fine, forse?
Cerco i miei boxer. Sono dentro i pantaloni vicino all'acqua. Prendo l'altro asciugamano, quello su
cui eravamo coricati, me lo sistemo attorno ai fianchi e mi alzo in piedi.
Che cazzo vo... Cazzo! Qualcuno mi ha gettato della sabbia negli occhi. Ho gli occhi pieni di
sabbia. Sbatto le palpebre freneticamente, come un epilettico. Barcollo e cado a sedere.
Che cazzo... ho le palpebre piene di sabbia. Non riesco pi ad aprire gli occhi. Rester cieco.
Le ragazze si gettano su Meredith.
Ciao carina!
Ciao bambina!
Vaffanculo dice Meredith, ancora seduta, la testa nascosta tra le ginocchia. Una delle ragazze la
spinge.
Sono cieco. Continuo a sbattere le palpebre cercando di cacciare fuori la sabbia. Intanto mi chiedo se
sono davvero diventato cieco e se tra poco moriremo tutti e due. Che razza di stupido modo di
andarsene.  cos che muore la gente? Possiamo fregarli? Mi rifiuto di farci uccidere da questa gente. Hanno
armi? Per ora non se ne vedono. Toph, Toph. A furia di sbattere le palpebre e di lacrimare riesco a
liberare un occhio. Mi rialzo in piedi, mi rimetto l'asciugamano alla vita, tenendolo con una mano come
se fossi appena uscito dalla doccia.
Ci hanno circondato, alternandosi in maniera regolare, ragazzo-ragazza-ragazzo. Che strano...
Una delle ragazze mi arriva alle spalle e cerca di rubarmi l'asciugamano. Non ho capito che cosa
vogliono. Immagino che il tipo che mi ha preso i pantaloni mi abbia gi fregato il portafoglio. Che altro
deve succedere?
Vaffanculo! Vorrei prenderla a pugni. Guardo in terra in cerca dei miei pantaloni. Che cazzo
volete?
Non vogliamo niente dice una voce maschile.
Ehi, non avete dei soldi? gli fa eco un'altra, femminile.
Non prenderete proprio un cazzo di niente dico.
Ma chi sono? Uno di loro mi sorride. Un tipo piccoletto con un cappellaccio. Qualcuno da dietro mi
d uno spintone, inciampo nell'asciugamani e cado sulla sabbia. Meredith si abbraccia le ginocchia.
Devono avere fatto qualcosa anche ai suoi pantaloni.
Ci sono sopra, ghignanti. Si sentono delle risate. Sono sei. Uno di loro  andato via? Meredith sta
piangendo? Tre ragazzi e tre ragazze. Le luci dei lampioni dietro di loro d a ciascuno di loro tre o
quattro ombre. Dov' andato quell'altro? Ce n' uno pi alto, un altro di taglia media e quello piccolo
con il cappellaccio che sembra pi anziano. Le ragazze indossano gonne e giacche di pelle nera.
Perch non ve ne andate fuori dai coglioni una buona volta? dice Meredith.
La domanda resta sospesa per un minuto, blandamente. Che domanda idiota, Questo di certo  solo
l'inizio, e...
Va bene, andiamocene dice quello basso.
E cominciano - oh, Cristo - ad allontanarsi. Perci non dovevamo fare altro che chiedere? Non ci
posso credere.
Il piccoletto, il pi anziano del gruppo, si gira verso di noi.
Ehi tu, senti, ci stavamo solo divertendo un po'. Scusa.
E poi trotta per riunirsi al gruppo.
E poi  finita.
Sono spariti e io mi sto incazzando di brutto. Quei rottinculo! La mia testa adesso  limpida e forte e
irrorata di sangue. Qualcosa  accaduto. Siamo vivi, abbiamo vinto, siamo forti! Hanno avuto paura. Li
abbiamo spaventati. Ci hanno temuto. Abbiamo vinto. Gli abbiamo detto di andarsene e loro se ne
sono andati. Sono il Presidente degli Stati Uniti. Le Olimpiadi.
Trovo i boxer nella sabbia, li indosso, sono gelati. Poi i pantaloni, Meredith si sta rimettendo i suoi.
Mi tasto le tasche.
Cazzo.
Il portafoglio?
S.
Quei tizi stanno tornando da dove sono venuti e sono ormai a un centinaio di metri. Sono scalzo e
correre mi d una bella sensazione, le mia gambe sono forti e leggere. Ho la testa limpida e acuta. Sono
armati? Toph, Toph. Si metter male, adesso? No, no. Sono una forza della natura. Sono Capitan
America. Quando ho percorso met della distanza che mi separa da loro comincio a gridare.
Ehi!
Niente. Come se si fossero dimenticati di tutto, increduli quasi.
Ehi. Un momento, maledizione!
Alcuni si fermano e si girano.
Un momento! dico.
Tutti si fermano, in attesa, osservandomi mentre mi avvicino. A una decina di metri mi fermo, con le
mani sui fianchi e il fiatone.
Va bene, chi di voi mi ha preso il portafoglio?
Patetico trucchetto. Si guardano l'un l'altro.
Nessuno dice quello con il cappellaccio. Potr avere trent'anni. Si gira verso i suoi amici.
Qualcuno gli ha preso il portafoglio? Tutti scuotono la testa in segno di diniego. Bastardi.
Sentitemi bene dico. Che cazzo pensavate di fare? Qualcuno pagher caro se non sistemiamo
questo cazzo di storia.
Nessuno dice nulla. Faccio un cenno al corto, quello pi anziano.
Devo parlare con te? Sei tu il capo?
Le parole mi vengono alla bocca prima di rendermene conto. Sei tu il capo? Sono queste le parole che
ho appena pronunciato. Niente male. Ecco come parla la gente. Avrei dovuto magari lasciare perdere il
"sei" e limitarmi a dire indicandolo: "Il capo?".
Annuisce. A quanto pare il capo  lui.
Mi faccio da parte per poter parlare in privato. Come a dire vieni un po' qui. Mi segue. Cos si fa. Da
vicino  ancora pi basso. Guardo in gi verso di lui, la sua faccia dura e abbronzata.
Senti un po', io non so perch voialtri siate venuti a romperci i coglioni, ma so che adesso il mio
portafoglio  sparito.
Non siamo stati noi a prenderti il portafoglio, amigo.
Ha detto amigo? Questa poi  bizzarra, tipo alla poliziesco televisivo, come si chiama, 21 Jump Street, ha
davvero detto ami...
Ascolta proseguo. Io vi ho visto tutti in faccia. Posso identificarvi, ognuno di voi, e allora sarete in
un mare di merda.
Pare considerare la cosa per un istante. I miei occhi sono due fessure. Sono io il capo! Aha!
E allora che vuoi?
Voglio indietro il mio cazzo di portafoglio, ecco cosa voglio.
Ma noi non ce l'abbiamo.
Il tipo alto sente quello che stiamo dicendo. Non ce l'abbiamo noi il tuo cazzo di portafoglio!
Be' dico ad alta voce a tutti loro, prima che veniste a scassarci le palle io un portafoglio ce l'avevo.
Poi siete arrivati voi, avete cominciato a fare gli stronzi e adesso il portafoglio non ce l'ho pi. E ai
poliziotti del cazzo basta sapere questo.
I poliziotti. I miei poliziotti.
Quello basso mi guarda e mi dice: E dai, non ce l'abbiamo noi il tuo portafoglio. Giuro. Che cosa
vuoi che facciamo?
Credo che adesso vi toccher tornare indietro e aiutarmi a trovarlo, perch se non lo fate io chiamo
i poliziotti, e i cazzo di poliziotti vengono ad arrestarvi, e saranno loro a scoprire dove cazzo si trova il
mio portafoglio.
Il piccoletto mi guarda da sotto la tesa del suo cappello e poi si rivolge ai suoi amici.
Andiamo dice.
E mi seguono.
Rifacciamo il tragitto all'inverso, io cammino di lato onde prevenire ulteriori attacchi, fino al punto in
cui  successo il tutto. Meredith  in piedi, si  rivestita e ha in mano uno degli asciugamani. Non sa che
pesci pigliare. Tornano?
Va bene, adesso mettetevi a cercare. E spero per voi che lo troviate... faccio una pausa mentre una
delle ragazze mi lancia un'occhiata piena di disgusto, perch in caso contrario siete fottuti.
Si sparpagliano e cominciano a cercare, frugando nella sabbia con la punta dei piedi. Io me ne sto da
parte, in un punto da dove posso tenerli d'occhio tutti insieme, le mani sui fianchi, intento a controllare
la situazione. Sono io il coordinatore, sono io il capo. Sollevano da terra e scuotono l'asciugamano su
cui eravamo seduti. Ognuno di loro lo fa almeno un paio di volte. Poi tornano a cercare tutt'intorno,
raccogliendo di tanto in tanto dei bastoncini e lanciandoli in acqua.
Vaffanculo! dice una delle ragazze. Non abbiamo noi quel cazzo di portafoglio. Non abbiamo
fatto niente, noi.
Col cazzo che non avete fatto niente! Si chiama aggressione, idiota! A chi pensi che crederanno i
poliziotti? A due normalissime persone tranquillamente sedute sulla spiaggia, o a voialtri? Spiacente, ma
la cazzo di verit  questa qui. Ve la prenderete nel culo!
Sono io il poliziotto, un poliziotto amichevole ma inflessibile. Gli sto dando una mano, in effetti.
Credo che in realt uno di loro abbia il portafoglio e che stiano semplicemente prendendo tempo. Devo
escogitare un modo per spaventarli e riprendermi il maltolto. Potrei... Dovrei? Forse non dovrei... va
bene, lo dico:
Intendo dire, non so esattamente come siete messi quanto a green card e tutto il resto, ma le cose
potrebbero davvero mettersi male per voi.
Nessuna reazione.
Continuano a cercare. Meredith comincia a cercare anche lei ma non glielo permetto. No, devono
cercare loro.
Una delle ragazze si mette a sedere con aria triste.
Spero davvero che riusciate a trovarlo quel cazzo di portafoglio dico pensando che sia meglio che
continui a parlare. Decido poi di giocare il mio ultimo asso. Era il portafoglio di mio padre, quello che
avete rubato. Non so quanto spingermi avanti con questa storia, ma dato che voglio indietro il
portafogli a ogni costo...
E mio padre  appena morto dico. E tutto quello che ho di lui.
Ed  la verit. Aveva cos poche cose sue, effetti personali, e noi abbiamo venduto i vestiti, gli abiti...
Il portafoglio  l'unica cosa che ho tenuto, a parte una piccola scatola contenente dei documenti, dei
biglietti da visita e dei fermacarte della sua scrivania.
Continuano a cercare. Io osservo le tasche dei loro pantaloni in cerca di qualche rigonfio rivelatore.
Mi chiedo se si lascerebbero perquisire.
Senti, amico dice a un certo punto quello basso, noi non l'abbiamo preso, cazzo. Che cosa vuoi?
Lo so benissimo cosa voglio: voglio il mio portafoglio e poi voglio loro in galera e li voglio infelici.
Io voglio tutti loro, tutti e sette, o cinque, o quanti sono, in grigie uniformi ruvide che li tormentino
mentre dormono inquieti su sudicie brandine, le loro stupide teste piene di inutile pentimento per le
loro azioni, le guance rigate di lacrime che implorano perdono, non tanto da parte del loro carceriere o
di Dio, ma da parte mia. Se ne pentiranno amaramente. Le loro minuscole testoline imploderanno nel
senso di colpa e nel rimorso. Lo splendido, logoro, morbido portafoglio di pelle di mio padre morto...
Qui non c' dice.
E allora  meglio che veniate con me dico. Perch dobbiamo trovare un telefono. Voi racconterete
ai poliziotti la vostra versione dei fatti e io dir la mia e vedremo che succede. Ma se ve la filate siete
fottuti, perch allora s che sar chiaro che i ladri siete voi.
Ci guardiamo negli occhi. Il capo si avvia verso il parcheggio, seguito dai suoi.
Meredith prende da terra il secondo asciugamani e lo scuote. Camminiamo dietro di loro per non
perderli di vista. Tre in tutto... Io posso occuparmi di due. O anche di tutti e tre. Sono immenso, io!
Sono Capitan America!
Nessuno fiata. Le nostre ombre, moltiplicate dai fari, si incrociano e si sovrappongono sulla sabbia.
Il fruscio dei nostri piedi. Poche le luci provenienti dalle case sulla spiaggia. Quella specie di mulino a
vento alla fine del Golden Gate Park  proprio di fronte a noi, nero.
Quando arriviamo al parcheggio, quello che pensavo fosse un telefono si rivela essere una cassetta
attaccata a un palo.
Stiamo immobili per un secondo sotto la luce. Mi guardo attorno, in direzione delle case dall'altra
parte della Great Highway, con le vetrate rivolte all'oceano, in cerca di aiuto, che so, di qualcuno sulla
veranda di casa, di un ciclista, di un passante che stia facendo jogging. Ma tutti dormono.
Va bene, dobbiamo attraversare la strada dico. Adesso attraverseremo insieme e cercheremo un
telefono.
Sono sempre io ad avere in pugno la situazione. Siamo una squadra. Io sono il loro leader, sono il
caporeparto. Tutti sembrano obbedire.
Mi incammino, aspettandomi che si girino e si dirigano con me in direzione della statale. Ma intanto
che mi avvicino vedo che non accennano a muoversi. All'improvviso mi ritrovo in mezzo a loro.
E tutto cambia.
Vaffanculo dice quello alto, sferrandomi un pugno in testa. Praticamente non ho il tempo di
muovermi, ma lui manca il colpo. Un altro pugno, da dietro. Niente. Poi una gamba si materializza e un
piede mi prende in pieno inguine. Cado in ginocchio. Fisso l'asfalto. Gomme da masticare, macchie
d'olio...
Quindi scappano agitando le braccia e le gambe come enormi ragni, sghignazzando.
Vaffanculo gridano.
Il calcio non era troppo forte. Posso ancora respirare. Ed ecco, mi rialzo! Mi rialzo e comincio a
inseguirli. Sono nel bel mezzo del parcheggio e li vedo alla mia destra, a una ventina di metri, salire su...
cosa? Cazzo! Due automobili ferme nel mezzo della strada, pronte a scattare.
Come facevano a sapere? Come facevano?
Mentre raggiungo la strada le portiere si chiudono e le macchine partono proprio nella mia
direzione. La prima auto  una vecchia decappottabile verde scuro con la capote nera e un cofano
gigantesco. Alla guida c' una delle ragazze di prima. Ma porca di una troia. Una fuga in piena regola!
Mi fermo sulla strada mentre mi si fanno incontro. Voglio prendere i loro cazzo di numeri di targa.
Le auto vengono verso di me, dapprima piano, poi pi veloci. Ce li ho in pugno. Le targhe, coglioni!
Le targhe, coglioni! Mentre mi scorrono davanti, grido le cifre indicandole col dito a una a una,
esasperando il gesto per assicurarmi che capiscano quello che sto facendo, che li ho beccati. Beccati!
G!
F!
6!
7!
9!
0!
Fantastico! Fantastico, teste di cazzo! Idioti imbecilli teste di cazzo!
Mi sfrecciano accanto ridendo e gridando e facendomi gestacci.
Anch'io grido, eccitato, su di giri.
Ah ah, teste di cazzo! Vi ho beccato! Vi ho beccato, figli di puttana!
Si allontanano, quindi si immettono sulla statale, accelerano e spariscono. Ho preso la prima targa
ma non sono riuscito a prendere la seconda. Torno di corsa da Meredith. A un isolato trovo un
telefono.
Un momento, si calmi, dove si trova? dice l'operatrice.
Non so, in spiaggia.
Cosa c' che non va?
Siamo stati aggrediti e derubati.
Da chi?
Da un gruppo di ragazzi messicani.
Descrivo le auto e poi cerco di darle il numero di targa ma lei dice che non lo pu prendere e che
dovr darlo all'agente, non appena arriva. Poi riattacca.
G-H... 6-0...
Cazzo.
G-H-0-0...
Cazzo!
Ci mettiamo a sedere.
Non mi sono fatto male. Mi chiedo se mi sono fatto male. No, tutto a posto. Siamo seduti sul
muretto di cemento del sentiero e per un momento ho paura che possano tornare, e magari questa volta
ci saranno delle armi per eliminare i testimoni, una bella sparatoria dall'auto in corsa. No, no. Se ne
sono andati, se ne sono andati. Non torneranno. Salto gi dal muretto. Non riesco a stare seduto, sono
troppo eccitato. Passeggio avanti e indietro di fronte a Meredith. Io ho la loro targa. Stupidi stronzi.
L'auto della polizia arriva nel giro di due minuti. Sembra enorme, con il suo motore ruggente. 
immacolata e splendente come un enorme giocattolo. L'agente scende dalla macchina, massiccio e
baffuto e... pu essere...? S, pu essere. Sono le due del mattino e indossa un paio di occhiali da sole. Si
presenta e ci chiede di sederci sui sedili posteriori dell'auto.  una macchina nuova di zecca, pulitissima,
il vinile nero splende, perfetto. Rispondo alle domande:
S, stavamo passando la serata alla spiaggia.
Sette.
Messicani.
S, sono sicuro. Il loro accento, il loro aspetto. Assolutamente. Parlavano inglese ma con un accento
messicano. Tento di ricordare che facce avevano, specialmente il pi anziano. Baretta. Assomigliava a
Robert Blake.
Mi hanno rubato il portafoglio.
Non so quanto. Pi o meno venti dollari.
Stavamo chiamando la polizia per chiarire la faccenda.
S, mi hanno seguito.
Non so perch. Dicevano di non avermelo rubato.
Ma poi mi hanno dato un calcio nelle palle, sono saliti su due macchine e se la sono filata.
Una grossa decappottabile verde con il tetto nero.
S, s, l'avevo presa. Cazzo. Comincia con G-H e c' anche un sei e uno zero. Credo finisse con uno
zero. Va bene cos? Ha elementi sufficienti?
Questa macchina  talmente perfetta. Adoro questa macchina. Di fronte a noi, proprio ad altezza
occhi,  sistemata una mitraglietta. Il computer di fianco allo sterzo emana una luce blu, un aggeggio
splendido. La radio ronza e fa bip. L'agente ascolta e risponde a delle domande sul suo CB. Si gira.
Va bene, a quanto pare abbiamo dei sospetti. Abbiamo fermato una macchina appena fuori della
statale. Dobbiamo andare laggi in modo che possiate procedere all'identificazione.
Guardo Meredith. Siamo in quell'auto da non pi di tre o quattro minuti. Com' possibile?
Avete gi trovato la macchina? La decappottabile verde e nera? chiedo, sporgendomi sul sedile
anteriore.
Non ne sono sicuro. Ma  meglio andare. Partiamo.
Io e Meredith guardiamo fuori del finestrino con occhi spalancati come turisti che attraversano una
citt di sabato sera. Ci immettiamo poi in un'altra statale e all'improvviso ci sono luci ovunque. Sembra
un incidente. Ci sono almeno quattro auto della polizia, tutte parcheggiate con le luci intermittenti che
si accendono e si spengono. Ci sono poliziotti in strada che vanno avanti e indietro o in piedi davanti
alle loro auto, intenti a parlare dentro ai microfoni delle radio.  un vero avvenimento.
La nostra auto si ferma prima di un cavalcavia. C' una vecchia decappottabile parcheggiata a pochi
metri di distanza, azzurra con il tetto nero.
Non  quella dico. L'agente si gira.
Decisamente non  quella dico. La loro auto  verde, verde scuro con il tetto nero. Ne sono
certo.
Mi guarda e si volta a parlare dentro al suo CB. Dopo un minuto si gira nuovamente verso di noi.
Va bene, adesso dobbiamo chiedervi di dare un'occhiata alla gente all'interno dell'auto, giusto per
essere sicuri dice.
Ma quella non  assolutamente la loro auto dico.
Dobbiamo farlo dice.
Ci sono quattro poliziotti in piedi accanto alla decappottabile azzurra. Uno di loro apre la portiera e
ne tira fuori una persona ammanettata. L'uomo esce tremante dalla macchina e si alza in piedi. Si gira
verso di noi.  biondo, con i capelli lunghi e la barbetta, e indossa una camicia di flanella, pantaloncini
militari e degli scarponi neri. Le luci delle auto della polizia lo fanno diventare blu e poi rosso e poi di
colore naturale e poi ancora blu e rosso. Guarda in direzione del parabrezza della nostra auto.
Lo riconoscete?
No, non  assolutamente lui. Sono sicuro che fossero messicani. Questa non  assolutamente la
macchina giusta.
D'accordo, aspettate un momento. Dobbiamo dare un'occhiata a tutti i passeggeri.
Ma perch?
Il poliziotto fa un segnale con la mano a uno degli agenti in strada, il quale fa uscire dall'auto una
giovane donna con i capelli tinti di rosso, in minigonna e stivali da discotecara, che si sistema accanto
all'uomo.
Mio Dio, poveracci sussurra Meredith.
No, no dico al poliziotto. La prego, la gente che cerchiamo era messicana. Ha presente? Bassi,
capelli scuri. Questi sono bianchi.
Ne tirano fuori dall'auto altri tre, due uomini e un'altra donna, fino a che non sono tutti l di fronte a
noi, spalla contro spalla, illuminati di rosso e di blu, gli occhi feriti dai fari della nostra auto. Potrebbero
essere persone che conosciamo. Meredith mi afferra un braccio, sprofondando nel sedile. Speriamo
che non ci possano vedere.
Mi protendo nuovamente verso il poliziotto.
Non sono loro.
Lui parla per qualche istante nel suo CB e scrive qualcosa su un blocco. Mentre fa inversione per
portarci a casa, vediamo che i ragazzi vengono liberati dalle manette. Gli altri poliziotti stanno
rientrando nelle loro macchine. Ci nascondiamo.
Torniamo al parcheggio. Una volta arrivati, il poliziotto si gira verso di noi e ci d il suo biglietto da
visita. Ma guarda, i poliziotti hanno biglietti da visita.
Scendiamo. Gli chiedo quante probabilit ci sono di ritrovare i ragazzi messicani e il mio portafoglio.
Poche, direi dice lui.  un portafoglio, tutto sommato. Un oggetto piccolo. Eccole un modulo da
compilare relativo all'incidente. Questo  il suo codice di riferimento, in caso avesse da comunicarci
qualcosa di particolare. O nel caso fossimo noi a chiamarla.
E poi se ne va.
Meredith vuole andare a casa a dormire. Una parte di me desidera tornare alla mia auto e mettersi in
cerca della decappottabile verde, trovare quei tizi, anzi prima procurarsi qualche arma e poi salire in
macchina, mettersi in caccia, fare cose molto cattive a tutti quanti, nessuno escluso.
Ma devo andare a vedere che cosa  accaduto a Toph, casomai il baby-sitter avesse portato a termine
quello che temo avesse intenzione di fare.
Non parliamo granch nel tragitto di ritorno verso Haight, lungo gli ampi, nudi viali di Richmond.
Scende a casa della sua amica e ci accordiamo per vederci di nuovo prima che torni a Los Angeles.
Quindi mi dirigo verso casa, supero i gruppetti di ragazzini stronzi di Haight e Masonic appoggiati ai
muri, con i berretti rasta calcati in testa e con i loro stupidi bastoncini con cui giocano a quel cazzo di
gioco di tenere in mano due stecchini e farne volteggiare in aria un terzo, come se potesse essere una
cosa divertente per pi di venti o trenta secondi, tutto qua, un bastoncino che va su e gi, avanti e
indietro, perdio, e poi gi per Fell sulla 80, verso il Bay Bridge.
Pezzi di merda. Stupidi pezzi di merda che hanno rubato il portafoglio di mio padre, la sola cazzo di
cosa che mi era rimasta di lui, quella e un po' di cancelleria, i fermacarte, i biglietti da visita, un annuario
del liceo, e dei documenti di quando era nell'esercito...
Cazzo di ragazzini. Teste di cazzo... Domani perlustro tutta la spiaggia. Non mollo.
Le nuvole in cielo sono grasse e si muovono lente sopra il ponte, come fantasmi di trichechi.
Sul ponte comincio ad avvertire l'effetto plumbeo dell'alcol nel mio organismo. Ho momenti di
offuscamento. Mi prendo a schiaffi per creare un effetto di rumore e di shock. Sveglia! Accendo la radio.
Sul ponte, corsia inferiore,  tutto un rettilineo e c' un gran traffico.  una pista da Battlestar Galactica. 
un circuito all'interno di un computer, uno di quelli vecchi e un po' scassoni, tipo un XL2...
La testa mi ciondola. Sveglia!
Il ponte  un tunnel. Sui ponti penso all'incidente di cui mi hanno raccontato centinaia di volte: mia
mamma che guida il suo maggiolino blu da qualche parte in Massachusetts, con Bill e Beth ancora dei
beb, su un ponte a due corsie, un pneumatico scoppia, l'auto slitta, sbanda in mezzo al traffico e
sfonda il guardrail della corsia opposta fino a sporgere col muso nel vuoto, lei pensa Dio  finita, Bill e
Beth che piangono disperati, io nella sua pancia...
Ci sono poche auto, adesso, per la strada. C' una Bmw nera tirata a lucido con a bordo dei tizi. Le
luci del ponte la rendono ancora pi lucida e filante e veloce. Stiamo tutti tornando a casa, alle nostre
capanne di fango e paglia, alle nostre casette di legno. C' anche una macchina blu in cui una famiglia...
Dio santo, mettete una cintura di sicurezza a quel ragazzino!
Imbecilli teste di cazzo, il mio portafogli.
Sono solo, adesso, e passer una vita prima che esca di nuovo. Quando risucceder? Tra settimane. O
mai pi. Sono perduto. Sono nell'oscuro tunnel di questo ponte, al livello inferiore, in corsa sotto ad
altre auto lanciate in direzione opposta, verso San Francisco. Sto ritornando a Berkeley, verso la pianura,
verso casa, dove non c' nessuno, c' solo il mio letto ad attendermi. E Toph. Sangue sulla veranda.
Magari il baby-sitter se l' portato via. Oppure l'ha lasciato l sanguinante, come avvertimento. Segni sul
suo viso, cifre, stronzate astrologiche sul petto, indizi accusatori. Tutta colpa mia. Fuggir. Mi
cercheranno in qualche posto tropicale e non indovineranno mai che io invece sar fuggito in Russia.
S, andr in Russia e vagabonder per la Russia fino alla morte. Come ho potuto andarmene cos? I
miei genitori non ci hanno mai lasciato da soli, quando eravamo piccoli. Non uscivano. Stavano a casa
tranquilli, a casa, in tinello, affidabili, lui sul divano e lei nella sua poltrona...
Dopo quell'incidente, ogni volta che doveva guidare sopra un corso d'acqua o lungo una scogliera su
una strada a due corsie, entrava in uno stato di panico assoluto. In occasione di un viaggio in California,
eravamo tutti sotto i dieci anni, andammo a visitare il parco delle sequoie, in cima a quella montagna, e
all'andata se la cav piuttosto bene, portandoci su per i fianchi della montagna. Ma al ritorno non ci fu
nulla da fare, dato che bisognava stare sulla corsia esterna e non c'era nemmeno il guardrail, ma solo il
precipizio. Bill cercava di calmarla...
Mamma, devi solo...
Non ce la faccio! Non ce la faccio!
... e alla fine parcheggi e aspett che passasse una macchina della polizia perch un poliziotto
conducesse l'auto a valle per noi, con lei seduta al posto del passeggero, che di tanto in tanto si voltava
verso di noi con un sorriso imbarazzato...
Finalmente supero il ponte, discendo la collina e mi dirigo verso la biforcazione, Oakland da una
parte e Berkeley dall'altra. La testa mi ciondola un'altra volta, stavo per andare verso la linea di mezzeria.
Mi schiaffeggio ancora una volta e ancora e ancora. Apro il finestrino. Uscita per Ashby. Bene, bene.
Vicini, vicini. University Street. Sono a casa, sono libero. Stephen avr fatto qualcosa. Forse dovrei
partire adesso, forse dovrei dirigermi all'aeroporto, dare per scontato che il peggio sia gi accaduto. Se
vedr le luci della polizia far inversione. Arriver da Solano Avenue, gi per la discesa, cos potr
vedere se c' un'ambulanza, nel qual caso faccio inversione e schizzo all'aeroporto prima che mi
possano vedere...
Il portafoglio  andato. Mio padre  affondato un po' di pi gi nel pozzo. Il portafoglio mi aiutava a
ricordare. Ogni volta che l'usavo, era sempre l, nella mia tasca! E adesso  stato preso da quelle stupide
bestiacce di messicani, bastardi. La sola cosa che mi restava di lui. I tappeti si stanno logorando, il
mobilio sta cedendo. Non posso fare affidamento su niente, tutto  precario, perso, rotto, fradicio...
Non  cos che dovrebbe andare, io e Toph nella nostra casetta del cazzo, con i buchi nel pavimento
e tutto che va in malora, io che perdo le cose, che permetto a un branco di stupidi ragazzini di fregarmi
il portafoglio di nostro padre. E Toph con quel baby-sitter, un uomo malvagio...
Far freddo in Russia, ma forse non in questa stagione. Posso comprare una giacca all'aeroporto.
L'uscita per Gilman Street! Non cadr a pezzi. Mi trasferir da amici. Affronter la situazione. O mi
trasferir in Russia o affronter la situazione. Giro all'angolo della nostra via, Peralta Street, e non ci
sono luci, non ci sono poliziotti, non c' un luna park di ambulanze, macchine della polizia e camion dei
pompieri...
La porta  chiusa. Niente tracce di sangue sugli scalini. Avanzo sulla veranda e dalla finestra riesco a
vedere la bici del baby-sitter ancora poggiata accanto al caminetto e poi, avvicinandomi alla porta di
ingresso, vedo Toph stravaccato sul divano. Bene, bene. Almeno lui c'.
Anche se potrebbe essere morto. Potrebbe ancora essere morto. La porta non  chiusa a chiave...
magari qualcun altro ha ucciso sia Toph sia il baby-sitter! Ovviamente non ci avevo pensato, prima, ma adesso
 chiaro. Un ladro  entrato in casa, ha preso quello che voleva e poi... li ha avvelenati tutti e due!
Oppure era il complice di Stephen. Era tutto calcolato...
Entro con cautela, i pugni stretti. Mi dirigo verso Toph. Cerco tracce di sangue. Niente. Avvelenato,
forse. Oppure picchiato a morte, emorragia interna. Avvicino il mio volto al suo. Il suo fiato  caldo
sulla mia guancia.
Vivo! Vivo!
Certo, potrebbe essere agonizzante, come il protagonista di quel film con Brice Davison e il figlio di
Andie McDowell. Come faccio a saperlo? Devo fidarmi. Andare all'ospedale? No no. Sta bene. C'
persino della bavetta di sonno sul bracciolo del divano.
Ma Stephen dov' ? Ecco. Stephen se n' andato perch ha avvelenato Toph e Toph adesso sta
morendo. Gli resta un'ora da vivere. Non serve a niente portarlo all'ospedale. Al telefono la voce della
donna del pronto intervento antiveleno sar rotta dall'emozione. "Non c' niente... niente da fare." E
col cuore spezzato, isterico, cercher di fare del mio meglio per svegliarlo, per riuscire a parlare
nell'ultima ora a nostra disposizione. Dovrei dirglielo? No, no. Ci divertiremo. Me la caver alla grande.
Ehi, ometto.
Che ore sono?
 l'una.
Non  morto. Vivr. Tutto  nella norma. Normale, normale, normale. Bene. Bene. Normale.
Normale. A posto.
Entro in cucina, poso le chiavi, che fanno tic dentro al vaso degli spiccioli. Metto il naso in camera
da letto. Nessuna traccia di Stephen. Nell'altra stanza la porta  aperta. Eccolo. Stephen giace
addormentato sul letto, circondato da scartoffie di scuola.
Lo sveglio. Comincia a raccogliere la sua roba.
Toph parlava nel sonno.
Ah. E che cosa diceva?
Niente di particolare. Farfugliava.
Gli scrivo un assegno. Gli tengo la porta aperta mentre esce. Sale sulla sua bicicletta e ancora mezzo
addormentato se ne va, goffo e traballante come una farfalla notturna. Chiudo la porta a chiave.
Torno in salotto dove Toph giace tutto disarticolato, come se non avesse ossa, sul divano. Ha
portato da camera sua una coperta che adesso  sul pavimento. Ha la bocca aperta e sulla sua maglietta
grigia c' un ampio alone rotondo di saliva.
Ehi.
Mmmmh.
Coraggio, dammi una mano.
Mmmmh.
Adesso ti porto a letto. Aggrappati.
Mi mette un braccio intorno al collo e con l'altro ci si appende, appoggiandomi la testa sul petto per
evitare di andare a sbattere negli stipiti.
Non farmi sbattere la testa.
Non lo far.
Lo stipite scricchiola.
Ahiiii!
Scusa.
Idiota.
Lo metto a letto in jeans e maglietta, coprendolo con una coperta. In cucina controllo i messaggi in
segreteria. Do un'occhiata nel frigorifero. Penso per un attimo alle persone che dovrei chiamare. Chi
pu essere sveglio a quest'ora? Magari qualcuno ha voglia di fare un salto qui. Ma chi?
Torno in camera da letto e metto gli spiccioli sul cassettone.
Il portafoglio. Sul cassettone.
Era qui.
VI
ALL'INIZIO, QUANDO LA VENIAMO A SAPERE, la notizia per noi non ha quasi nessun
significato. Hanno annunciato che la prossima serie di The Real World, il programma novit di Mtv che
prevede di raggruppare in una casa sette ventenni e di mandarne in onda le esistenze, sar ambientato a
San Francisco. Mtv sta cercando dei candidati. Stanno mettendo insieme un nuovo cast.
In ufficio ci facciamo su qualche bella risata.
Nessuno ha mai visto il programma?
No.
No.
Qualche pezzo qua e l.
Ovviamente stiamo mentendo. Tutti l'hanno visto. Tutti noi lo disprezziamo, ne siamo attratti, e
siamo morbosamente curiosi. Che sia interessante proprio per il fatto che  cos brutto e che i suoi
protagonisti sono cos terribilmente noiosi? Oppure  perch possiamo riconoscervi degli inquietanti
tratti familiari? Forse ci corrisponde in tutto e per tutto. Guardare quel programma  come ascoltarsi in
un registratore: la voce ovviamente  quella vera eppure, per quanto uno la possa percepire come
armonica e articolata, una volta fissata sul nastro magnetico e riprodotta, suona improvvisamente
stridula, nasale, orrenda. Che siano cos anche le nostre vite? Parliamo in quel modo, abbiamo quell'aspetto?
Effettivamente potrebbe essere. Anzi,  cos. Oppure no. La banalit delle nostre esistenze da classe
medioalta, cos vistosamente oscillanti tra la guida in stato di ubriachezza da fase liceale - da intendersi
ovviamente solo in senso metaforico - e la morte civile della propriet immobiliare e della vita familiare,
specie se corredate di area relax con divani in colori vivaci, lampade con le bolle colorate e tavoli da
biliardo... tutto ci non dovrebbe rendere interessante la televisione solo per coloro la cui vita  ancora
pi noiosa di quella del cast di The Real World?
E tuttavia resta qualcosa di ineludibile.
Proprio come la met della gente che conosciamo, che in segreto o alla luce del sole si sta dando da
fare per mandare la propria candidatura per lo show, anche noi ci domandiamo che tipo di divertimento
potremmo ricavarne e che genere di svolta potrebbe imprimere alla nostra esistenza.
David Milton, uno dei nostri collaboratori, scrive una lettera che approntiamo per il primo numero
della rivista. La lettera recita cos:
Gentili Produttori,
C' qualcosa in me che si irradia e deve essere a tutti i costi trasmesso, altrimenti imploder, e il mondo
inconsapevolmente si trover a patire una terribile perdita. Epiche sono le dimensioni della mia anima, eppure
senza uno scopo nella vita chi sono io? Ecco perch devo essere uno dei partecipanti allo spettacolo di Mtv
The Real World. Solo ardendo radioso di fronte a milioni di occhi attoniti, il mio essere a tutt'oggi non
interamente definito assumer l'affascinante fisionomia necessaria non solo a se stesso, ma anche a un intero
segmento di mercato.
Sono un tipo a met tra Kirk Cameron e Kurt Cobain, con un'aria da simpatico farabutto, tendente al
dandy ma con i piedi per terra, bizzarro ma comprensibile, consapevole della crescente area d'ombra tra
cultura alternativa e mainstream, profeta angosciato della gi trascorsa apocalisse e tuttavia aggiornato,
strafigo e terribilmente sexy!
Oscar Wilde ha scritto: "I bravi artisti esistono in quello che creano e pertanto sono del tutto disinteressati
a quello che sono. Un grande poeta, ma veramente grande,  la pi impoetica delle creature. I poeti mediocri
invece sono creature terribilmente affascinanti... [essi] vivono la poesia che non sono in grado di scrivere".
Come per Dorian Gray, la mia vita  la mia opera d'arte. Mtv, ti scongiuro, prendimi, creami, svegliami dal mio
sonno informe e ponimi nel Real World sognante del marketing strategico.
Saluti,                                                                                          David Milton
E dopo le risatine di rito e dopo avere accantonato la sensazione vagamente paranoica che Milton
stia prendendo per il culo me in particolare, per un secondo ci pensiamo su seriamente. Stiamo
disperatamente cercando di tirare su pubblicit, distribuzione, tutta la robaccia necessaria a un primo
numero, e in questo esatto momento non stiamo andando da nessuna parte perch non abbiamo nulla e
non siamo nessuno.
E dire che abbiamo messo insieme un team da urlo. C' Moodie, ovviamente, e adesso c' Marny,
che si  appena trasferita dopo avere finito il college. Ebbene s, al liceo abbiamo avuto una storia.
Ebbene s,  stata anche una ragazza pon-pon, ma di un genere assai particolare, ossia una ragazza pon-
pon seria, di quelle che non sorridono. Attualmente  l'unica di noi che legge Ms., The Nation, e che
sa chi o cosa fosse Che Guevara. E poi c' Paul, che si  da poco unito a noi, nato e cresciuto a una
ventina di chilometri dalla nostra citt, sul lago Michigan, sulle fredde e crudeli strade della Gold Coast
di Chicago. All'inizio c'era anche Flagg, il mio migliore amico delle medie, che avevo costretto a lasciare
la ragazza e il lavoro a Washington per trasferirsi a Berkeley e partecipare allo start-up. Lui in effetti era
venuto, si era unito a noi, aveva avuto la sua brava scrivania vicino alla finestra e aveva passato un bel
po' di tempo a fare "ricerche di mercato" - vale a dire, in pratica, inconsistenti e parascientifiche
statistiche da sventolare sotto il naso di possibili inserzionisti - rendendosi per ben presto conto di
quello che tutti noi sapevamo fin troppo bene, ossia che non avremmo recuperato un soldo, almeno per
parecchio tempo, forse mai, e che dovevamo preventivare una quantit scandalosa di ore da buttare nel
sudicio angolo di un magazzino scalcinato in cui la polvere si sfarina dalle travature ogni volta che gli
inquilini del piano di sopra camminano, in cui le serrature sono solo a titolo decorativo e il cui affitto ci
alleggerisce di duecentocinquanta dollari al mese.
Non che nessuno, in questo edificio o a San Francisco, vi dir mai che state perdendo il vostro
tempo, del resto.
Il rimanente spazio, a parte occasionali session musicali, consiste di un angolo con scrivania riservata
al nostro padrone di casa, Randy Stickrod (giuro che  il suo vero nome), consulente per varie riviste,
che recentemente ha prestato il suo aiuto per il lancio di Wired, i cui fondatori solo di recente hanno
evacuato l'area adesso da noi occupata per trasferirsi due piani pi su. Di fronte a noi c' la scrivania, il
mobile portadocumenti e il minuscolo computer di Shalini Malhotra, che collabora con Just Go!, una
minuscola rivista di ecoturismo, e contemporaneamente lavora a una sua fanzine intitolata
provvisoriamente Hum, che in hindi vuol dire "noi", dedicata a unire e parlare per/a/da i ventenni di
area Sudasiatica Americana. C' poi bOING bOING, una "neurozine" pubblicata da Carla Sinclair e
Mark Fraunfelder, un team di marito e moglie genere plastica/gel/pellenera-newwave-pi-o-meno-
1984, di Los Angeles. In fondo alla stanza infine c' un tizio che sta mettendo su una rivista intitolata
Star Wars Generation e qui mi pare che non ci sia bisogno di alcuna spiegazione. Tutti quanti, il
nostro piano, l'edificio intero, ha qualcosa di speciale,  in ebollizione, non  solo un posto in cui la
gente lavora ma  anche un luogo in cui la gente opera e si d da fare per cambiare il modo in cui viviamo.
Il magazzino, massimo della fortuna,  nel quartiere di South Park a San Francisco, un'area forse di
sei isolati in tutto che, a dar retta ai giornali, sta per esplodere, dato che qui hanno sede non solo
Wired ma anche un pugno di altre riviste, perlopi roba di computer, oltre a SF Weekly, The Nose
(umoristica) e FutureSex ("cybererotica", ossia gente nuda con addosso aggeggi da realt virtuale), per
non parlare poi delle infinite compagnie informatiche di start-up, Web Agencies, Internet Providers - e
stiamo parlando del 1993 e questa  ancora roba nuova - graphic designers, architetti, il tutto nei
dintorni di un piccolo ovale verde di nome South Park (che non c'entra niente con l'altro South Park),
orlato da piccole case in stile vittoriano e tagliato da un campetto da gioco fervente di attivit,
all'interno del quale si trova, sistemata comodamente sull'erba verde e rigogliosa, un'incredibile
concentrazione di splendidi e sofisticatissimi giovani. Un ovale verde brulicante di novit, di
progressismo, di innovazione e di bellezza. Portano tatuaggi prima che chiunque porti tatuaggi, vanno
in moto e vestono di pelle morbidissima. Praticano, o cos dicono, la Wicca. Un po' tipo la meravigliosa
figlia di Charles Bronson che fa uno stage a Wired, dove la proporzione di donne attraenti, tra stagiste
e dipendenti,  di 1:1, essendo lei l'unica e sola. Ci sono pony express in bicicletta che scrivono
pamphlet socialisti, e altri pony express in bicicletta che per sono anche travestiti che pesano un
quintale, ci sono scrittori che preferiscono il surf, rave party che ancora attraggono un sacco di gente, e
insomma la giovane lite creativa di San Francisco  qui e solo qui, e non intende essere altrove, perch
quanto a tecnologia New York  dieci o dodici anni indietro - ancora la gente non  tutta raggiungibile
via e-mail, laggi - mentre invece, quanto a stile, L.A.  ancora anni Ottanta, anche perch qui, per
stridente contrasto, non ci sono soldi, nessuno sembra essere nelle condizioni di fare o spendere soldi, i
soldi sono guardati con sospetto, al punto che avere a cuore i soldi - tipo, diciamo, se uno ha pi di
17.000 dollari l'anno -  considerato arcaico, roba da liceo, del tutto ininfluente. Qui non girano vestiti
che non siano usati. Quando una camicia non  usata ed  costata pi di otto dollari, diciamo:
Ehi, bella camicia.
Gi, bella... camicia.
E non esistono macchine che non siano vecchi catorci, preferibilmente molto vecchi, macchine del
cazzo, macchine da poco, il che rende tutti i parcheggi intorno a South Park affollati di veicoli mutanti e
anomalie automobilistiche. E a San Francisco, nel bene o nel male, non esistono idee abbastanza
stupide da essere mortificate, o forse  che la gente non  abbastanza onesta da dirti in faccia la verit
sulle tue stupide idee, per cui va a finire che la met di noi si dedica a cose stupide, spacciate in
partenza. E non c' prestigio pi alto di lavorare a Wired, indossare una quelle loro borse a tracolla
nere e avere partecipato alla festa dei tizi del Survival Research Laboratory, quelli che costruiscono
robot giganti e li fanno combattere l'uno contro l'altro. E sebbene il riscontro materiale di tutto ci sia
risibile e i nostri affitti stiano rasentando l'assurdo, non diciamo nulla e non ci lamentiamo, perch
quando l'annunciatore tv con la testa pelata e l'aria da cherubino dice che questo  "il posto migliore del
mondo", noi sulle prime rabbrividiamo ma poi finiamo per crederci, nel senso che crediamo che
lavorare diciotto ore al giorno - per noi stessi o per uno qualunque di questi start-up tecnologici - sia un
atto dovuto per il fatto stesso che ci troviamo in un luogo come questo, perch siamo fortunati, ci
sentiamo tali anche se sono passati solo pochi anni dal giorno in cui le colline qui intorno bruciavano e
le autostrade collassavano... Ma adesso eccoci qui, ogni giorno caldo ma non troppo, intriso di sole, di
possibilit, di opportunit, e mentre beviamo il nostro cappuccino e mangiamo il nostro cibo
messicano, fingendo di non fare caso agli altri, seduti sull'erba rigogliosa di questo parco con i nostri
amici, tutti noi, almeno in questo preciso momento delle nostre vite, abbiamo la sensazione di trovarci
nel centro incandescente del mondo, e ci pare che qui qualcosa sta succedendo e che, per usare un'altra
metafora, stiamo cavalcando un'onda, una grossa onda - vabb, ovviamente non troppo grossa, non
tipo quelle nelle Hawaii che uccidono la gente sulla barriera...
Chiaramente noi e la nostra rivista non possiamo ammettere di essere parte di una scena precisa,
qualunque essa sia. Stiamo cominciando a perfezionare un nostro equilibrio tra l'essere vicini alle cose
che sono in movimento, conoscere la gente che vi  coinvolta e i loro comportamenti, e allo stesso
tempo mantenere le distanze, una mentalit da outsider, anche quando ci troviamo tra altri outsider. Per
prendere in giro riviste tipo Wired stiliamo una lista di cose "Hot" e di cose "Non Hot".
Piazziamo un messaggio promozionale presso i principali media locali in cui diciamo che cosa siamo
e cosa non siamo, che la nostra sar, a meno che non accada qualcosa di terribile e inaspettato, la prima
vera rivista significativa nella storia della civilt, effettivamente creata da noi e per noi ventenni (abbiamo
pensato anche a delle alternative, ma senza successo: gente intorno a vent'anni? gente di vent'anni?), che
stiamo cercando scrittori, fotografi, illustratori, vignettisti, stagisti... chiunque abbia voglia di dare una
mano sar messo al lavoro. Abbiamo bisogno di centinaia di persone ma potremmo servirci anche di
migliaia. Inviamo un annuncio e in pochi giorni (ore?) riceviamo una cascata di curriculum vitae.
Perlopi di gente che ha appena terminato il college, alcuni hanno allegato persino dei disegnini sopra il
loro nome o dei motivi grafici o certificato di frequenza degli anni di studio a Bates, Reed o Wittenberg.
Noi chiamiamo tutti, anche se non siamo rapidi come ci piacerebbe, e vorremmo sposarli tutti, siamo
raggianti per il fatto di averli trovati, di avere instaurato questo contatto. Diamo da fare a chiunque.
Che genere di aiuto cercate?
Tu che cosa vuoi fare ? rispondiamo.
Di quanto tempo avete bisogno?
Quanto tempo hai?
Prendiamo tutto e tutti, non importa quanto siano sfigati, non ci interessa, perfino se sono studenti
di Stanford o di Yale. Per noi  una questione di numero, si tratta di ammassare pi gente possibile. La
maggior parte delle persone che ci contatta ha un lavoro, alcuni per grazie a Dio no, e dispongono di
un anno di autonomia dato loro dai genitori per decidere cosa fare della loro vita. Di tanto in tanto
qualcuno entra in ufficio, dribbla la spazzatura sul pavimento e gli scatoloni, e viene a proporsi come un
fratello o una sorella, proclamandosi un fervido sostenitore di tutto quello che stiamo facendo...
Ho appena visto il vostro annuncio e cazzo, dovevo assolutamente venire a trovarvi. Era ora che
qualcuno si decidesse a mettere su un'iniziativa del genere, cazzo.
Grazie mille.
Ecco, io avrei un sacco di poesie...
E nonostante ci sia impossibile venire incontro al talento, alle inclinazioni e alle esigenze di tutti
quanti - sono almeno cinque le persone che vorrebbero scrivere dei molteplici impieghi della canapa -
sappiamo di avere qualcosa di speciale, di avere toccato un nervo scoperto. Vogliamo che tutti seguano i
propri sogni e i propri cuori (non sono forse colmi da scoppiare come i nostri?); vogliamo che facciano
cose che tutti troveremo interessanti. Ehi, Sally, perch diavolo continui a lavorare in quello stupido
ufficio reclami? Non ti piaceva cantare? E allora canta, Sally, canta! Siamo sicuri di parlare a nome di
tanta gente, forse di milioni di persone. Se solo potessimo spargere la voce con questa rivista... ne
faremmo una piattaforma da cui partire, una rampa di lancio da cui poter esprimersi...
Scriviamo l'editoriale di apertura:
 possibile che in un'intera generazione ci sia qualcosa di pi di "fancazzisti" vestiti di flanella, ignoranti e
privi di ispirazioni ?  possibile che un gruppo di ragazzi sotto i venticinque anni metta in piedi una rivista a
diffusione nazionale senza sostegno di aziende private, senza nozioni anche minime di marketing, realizzando
un prodotto editoriale con punti di vista reali su questioni reali, cosciente del proprio scopo e dotata tanto di
senso dell'umorismo quanto di fegato e di aspirazioni? Chi leggerebbe una rivista del genere? Forse tu. Hai
visto Might.
Proprio alla fine, il gioco di parole.
Per poterci permettere una seconda linea telefonica e un fax organizziamo una vendita di biscotti gi
al parco. Ognuno porta qualcosa da vendere e tiriamo su un centinaio di dollari. Imploriamo tutti quelli
che conosciamo di passare alla Working Assets per le interurbane...
Giuro che devi. Fanno donazioni per cause giuste, e hanno detto che se gli procuriamo cento nuovi
clienti magari diventano inserzionisti, e poi...
Cerchiamo alleanze con altri come noi che cercano di catturare una massa inerte di potenziale
umano tentando di farla parlare, cantare o gridare e di modellarla nella forma di una forza politica. O se
non altro per riuscire a finire su Newsweek e Time.
C' un gruppo politico di Washington che si chiama Lead or Leave, che nel 1993 contava 500.000
membri. C' Third Millennium, un gruppo simile, nato durante un fine settimana di brainstorming nella
casa di vacanza di uno dei giovani Kennedy. Entrambe le organizzazioni vogliono mettere insieme le
loro migliaia di elettori regolarmente registrati e diventare la versione giovanile dell'Associazione
Pensionati, e poi, una volta che i numeri sono schierati e le armi distribuite, combattere la guerra che
tutti dobbiamo combattere, la guerra che per la nostra generazione sar la Grande guerra, o almeno il
Vietnam.
La Previdenza Sociale.
Dai calcoli di numerosi economisti pare infatti che quando noi avremo sessantacinque anni o
settanta o gi di l, non ci sar abbastanza denaro per noi, e la Previdenza Sociale andr in bancarotta.
Lead or Leave e Third Millennium fanno notizia quotidianamente chiamando a s elettori e
organizzando conferenze stampa per attirare l'attenzione dei media su questo incombente
Armageddon; per parte nostra, noi ci teniamo in contatto con tutte queste organizzazioni offrendo loro
la nostra piena solidariet, anche se a essere sinceri non abbiamo la pi pallida idea di quello che dicono.
E nonostante condividiamo con loro il desiderio di motivare e di sollecitare all'azione (un qualche
genere di azione, pur non sapendo esattamente quale) i nostri 47 milioni di anime, in realt ci a cui
teniamo in massimo grado  la loro mailing list.
Non  che non li sosteniamo - lo facciamo eccome, di principio se non materialmente o
ideologicamente - ma il fatto  che avendo noi poca o nessuna esperienza di insicurezza economica, ci
risulta difficile considerare questa faccenda davvero urgente. Desideriamo certo unirci a loro
nell'opporci al peso finanziario dei prestiti per motivi di studio, ma poi ci ricordiamo che di tutti noi
solo Moodie ha dovuto ricorrervi. Vogliamo associarci al coro di lamentele riguardo all'emergenza
occupazionale, ma poi ci viene in mente che nessuno di noi ha davvero intenzione di lavorare, almeno
non nei campi in cui in genere tali lamentele nascono, per cui molliamo il colpo quasi subito. E la
Previdenza Sociale? Be', per quanto mi riguarda, anche sforzandomi non riesco neppure lontanamente a
immaginarmi all'et di cinquanta o cinquantacinque anni, per cui trovo la faccenda irrilevante. Ci che
davvero tutti desideriamo avere  una vita non noiosa, emozionante, che faccia emozionare anche noi.
Tentiamo di convincere la gente che siamo una rivista lifestyle.
Vedi, noi qui parliamo di stile di vita.
Aha.
Mi segui? Non lifestyle nel senso di lifestyle. Vita. Stile. Uno stile di vita.
Certo.
Uno stile. Di vita.
Troviamo forza e ispirazione in gente che fa cose rilevanti, eroiche, e che per questo riceve un sacco
di attenzione dalla stampa. Ci avventiamo su Fidel Vargas, il sindaco pi giovane del paese, di cui
ignoriamo la politica ma di certo non l'et (23 anni). Glorifichiamo Wendy Kopp, fondatrice a
venticinque anni di Teach for America, che colloca neolaureati in scuole cittadine con problemi di
carenza di personale o di finanziamenti. Persone del genere noi le adoriamo, che avviano organizzazioni
massicce, che tentano approcci innovativi a problemi vecchi, che fanno parlare di s, che hanno PR
favolose e fantastiche foto pubblicitarie, disponibili in bianco e nero o in diapositive a colori.
Siamo volenterosi e pronti. Con chiunque ci serva allearci, qualunque cosa ci sia da fare, noi ci siamo.
Se dobbiamo organizzare eventi e sponsorizzare conferenze, se dobbiamo andare a enormi e
rumorosissimi concerti rock e fare volantinaggio, magari sbirciando nella scollatura del bolerino attillato
di qualche quindicenne... e se dobbiamo apparire in tv e sulle riviste, citati a pi non posso, e se
dobbiamo vivere una vita da rockstar e detenere un potere da messia, be', non vi preoccupate, noi ci
stiamo. Basta che ci diciate dove dobbiamo trovarci, con chi parlare, la tiratura e la notoriet del vostro
giornale, e anche solo una vaga idea di che cosa volete che diciamo.
 come negli anni Sessanta! Guarda! Guarda, diciamo tra noi, allibiti, sconcertati, osservando gli
squilibri, le colpe marchiane del mondo. Guarda, per esempio, quanti senzatetto, costretti a cagare per la
strada proprio dove camminiamo noi! Guarda come sono alti gli affitti! Guarda tutti quei balzelli occulti
che le banche ti impongono ogni volta che usi il bancomat! E Ticketmaster? Hai sentito quanto ti
caricano per il servizio? Se compri il biglietto al telefono ti aggiungono qualcosa come due dollari per
ogni cazzo di biglietto! Ma lo sapevi? Cazzo,  ridicolo.
Ma presto le cose si sistemeranno. Quando cominceremo le pubblicazioni, nei sei mesi o gi di l che
ci separano dal dominio del globo, tutte queste faccende verranno affrontate e risistemate. Osserviamo i
portfolio della gente che vuole collaborare con noi. Mentre siedo nell'ufficio con una graziosa fotografa
di nome Debra, quel che vedo di fronte a me non  solo una possibilit in pi di fare sesso ma anche
un'immagine che urla forte e chiaro il senso fondamentale del nostro messaggio. Nel suo portfolio vedo
una fotografia, sfocata per via del movimento, di un uomo nudo come un verme che corre su una
spiaggia.
Ma questa  la copertina! dico.
Fantastico! dice lei, e io mi chiedo se questo aumenter le mie probabilit di farmela.
Il tizio in copertina fa nascere un'altra idea: anche noi saremo nudi! Ecco, in copertina ci sar il
fidanzato nudo di Debra (vivono anche insieme, ahim), e all'interno centinaia di ragazzi e ragazze
completamente nudi. Imiteremo la luce e l'aspetto del primo ma, e qui sta il bello, saremo in centinaia,
tutti in corsa sulla spiaggia, un branco di carne nuda e speranzosa che corre da sinistra a destra,
simboleggiando naturalmente tutto quello che pu simboleggiare. Chiamiamo Debra e fissiamo un
appuntamento, dopodich ci mettiamo in cerca di modelli e modelle, amici, sconosciuti, chiunque.
L'idea col tempo si ridimensiona. Non ci servono centinaia di persone (e poi come faremmo a
inquadrarle?). Ce ne servono solo alcune, diciamo dieci, otto, cinque. Ovviamente noi saremo i primi.
Io, Moodie e Marny. Poi bisogna diversificare. Abbiamo l'ossessione della diversificazione. Non nel
senso di avere uno staff estremamente diversificato o roba del genere, ma nel senso di sembrare
diversificati, per cui quando si pone concretamente il problema delle foto, cadiamo nel panico.
Dobbiamo assolutamente offrire uno spaccato di giovane America! Per le foto abbiamo bisogno di tre
uomini e tre donne, tre bianchi, un nero, un latino-americano, un asiatico... E invece eccoci qui noi tre,
tutti bianchi (e tra noi nemmeno un ebreo!). No no, per il servizio fotografico abbiamo bisogno di un
afroamericano, di un latino-americano. O di una latinoamericana. Uno o l'altra. Abbiamo bisogno di
un'asiatica. Lily si rifiuta. Ed Rigaud, un archivista che conosciamo che lavora a Wired ci dice di no.
Disperati ci chiediamo: Shalini, essendo indiana, potrebbe passare per l'esponente di una minoranza un
po' pi rappresentativa? Non  che in una foto un po' mossa potrebbe passare semplicemente per una
di colore?
Shalini, non  che...
No.
Chiamiamo June.
June Lomena  la nostra amica nera. Lavora di tanto in tanto nel nostro edificio per questa o per
quella rivista, qualche volta si  fermata a fare due chiacchiere, e a un certo punto ha scritto anche
qualcosa di non troppo chiaro sui rapporti tra uomini e donne per il primo numero. A proposito, ho
specificato che  nera? (In realt sospettiamo che possa essere latinoamericana, dato il cognome, ma
evitiamo di chiedere.) Nasce come attrice (ha studiato a Brown), per cui quando le abbiamo chiesto se
avrebbe accettato di posare nuda ha detto subito di s. E adesso siamo in quattro. Tutte le altre persone
che conosciamo si sono negate. Alla fine, tramite un amico, troviamo un altro tizio e pensiamo che
andr benone perch ha la testa rasata.
Non possiamo pagarti diciamo.
Non c' problema dice lui.
Non abbiamo idea del perch questo tizio abbia voglia di salire in macchina con quattro sconosciuti
e correre nudo con loro su una spiaggia mentre viene fotografato, e a pensarci bene nemmeno
vogliamo saperlo.
Ed  cos che in una mattinata di ottobre insolitamente fredda ci troviamo sulla Black Sands Beach,
nelle Marin Headlands. Ci siamo appena spogliati e non possiamo fare a meno di notare che l dove si
suppone si trovi l'ordinario pene del nostro quinto uomo, c' invece un pene trafitto da un affare d'oro,
tipo un ago o un chiodo o qualcosa del genere. Difficile stabilirlo senza guardare con indiscrezione.
Quando me ne accorgo, per un secondo mi sento mancare. Come qualunque devoto e timorato
cattolico, io non mi sono guardato il pene praticamente fino all'et di dieci anni, e non me lo sono
toccato fino al college, per cui assistere a uno spettacolo del genere, che non ho nemmeno idea di come
diavolo possa essere stato fatto... Cerco di focalizzare la mia attenzione sulle tette di Marny, che
scoperte hanno un aspetto decisamente differente e, a pensarci bene, sono anche non perfettamente
identiche. June invece ha un'aria del tutto regolare, snella e forte, di sicuro l'unica tra noi con tutto
perfettamente al suo posto. Cerco di decidere infine se il pene di Moodie sia considerevolmente pi
grosso del mio e stabilisco che, perlomeno da molle, siamo pari. Pi o meno.
Siamo giovani e nudi sulla spiaggia!
Debra si piazza su un ceppo di legno, proprio di fronte all'oceano. Noi ci sistemiamo a una decina di
metri, quindi ci mettiamo a correre sulla spiaggia a tutta velocit. Cerchiamo di mantenere un certo
spazio l'uno dall'altro, cos che passandole davanti saremo ben distanziati, ognuno di noi visibile in tutti
i suoi colori e dimensioni.
Sar una cosa splendida e poetica e... cazzo se fa male! I nostri peni sbatacchiano selvaggiamente su e
gi e poi, quando prendiamo velocit, anche a sinistra e a destra, avanti e indietro. Da sinistra a destra
poi non l'avrei mai pensato. Dio che dolore! Non si dovrebbero fare cose del genere. I peni non sono
stati fatti per correre. Mi vengono in mente marmitte d'auto che sfregano sull'asfalto, un passero che
scrolla a morte un verme...  un'assurda agonia. Corriamo davanti a Debra, la quale, se va bene, fa un
paio di scatti, quindi ci tocca ricominciare. Per almeno una dozzina di volte. Dopo un po', per la
maggior parte del tragitto comincio a tenermi il pene con una mano, lasciandolo solo nel momento in
cui le passiamo davanti. Non oso nemmeno immaginare come dev'essere per il tizio con il piercing. Di
sicuro quell'affare non aiuta a tenerglielo al suo posto. Chiss, magari con un gancetto all'ombelico...
Scattiamo una foto in cui corriamo allontanandoci da Debra e gettandoci nell'acqua, che ovviamente
 gelata come sempre. Quindi ci vestiamo e ce ne andiamo. Quando arrivano le foto, siamo venuti tutti
mossi, e il nostro meditato sforzo in termini di demografia - le donne, una persona di colore -  a stento
visibile. Le foto fatte correndo incontro a Debra sono inutilizzabili, il che significa che a nulla  servito
anche l'abuso sconsiderato dei nostri peni. Ci resta l'ultima, che ci mostra tutti a culo nudo mentre ci
gettiamo nel Pacifico. Usiamo quella.
 l'ultima foto di un servizio fotografico di sei pagine del primo numero, un montaggio che precede
il manifesto stampato precedentemente. Ogni pagina ha una sorta di griglia contenente delle fotografie
che si contraddicono l'un l'altra. E sopra ogni immagine  stampata una parola. Ossia:
Su una foto di una ragazza dall'aria viziata: No.
Su un'insegna di una vendita di armi da fuoco: No.
Su una foto di due bamboline di ceramica in abiti nuziali: No.
Su una specie di predicatore televisivo sovrastante i fedeli: No.
Su un dettaglio del Ratto delle Sabine: No.
Su un primo piano di un giovanotto che sogghigna sarcastico: No.
Su un gruppetto di scarpe femminili da lavoro a tacco alto: No.
Su un primo piano di un collo incravattato: No.
Su Adamo ed Eva espulsi dal giardino dell'Eden: No.
Siamo abbastanza convinti del fatto che quello che abbiamo di fronte sia puro frutto di genio e dote
profetica, al punto che temiamo possa anche sfociare in sommosse di piazza. Nel caso in cui il
significato dell'operazione dovesse risultare ostico, apponiamo una legenda:
1: Non siamo viziati e pigri.
2: Non pensiamo che le armi dovrebbero essere vendute liberamente come in questo caso.
2: Non siamo favorevoli al matrimonio.
3: O alla religione.
4: E siamo decisamente contro lo stupro
5: E il sarcasmo
6: E i tacchi alti.
7: E pure le cravatte.
8: E siamo anche contrari a essere espulsi da Dio dai giardini. O a vergognarci di essere nudi o di
mangiare mele. (Questa forse era poco chiara.)
Quindi, nel servizio, dopo tutta questa negativit e dopo tutte le cose che ricusiamo senza esitazioni,
il botto finale: la foto a tutta pagina di cinque persone nude, le schiene rivolte all'obbiettivo, che corrono
in acqua. E sopra l'immagine, in nero contro il cielo (la foto  in bianco e nero) un'unica parola: Might.
Bum!
In linea di massima, siamo sicuri di avere per le mani qualcosa di epocale, e le nostre ore di lavoro
rispecchiano questa realt. Sono vere e proprie prove di volont, nonch valido esempio dei deleteri
effetti della reciproca influenza tra coetanei e del senso di colpa, visto che, pur essendo chiaramente
giovani non tradizionali, cominciamo a tenere uno standard di orario dalle nove alle cinque, a cui ben
presto aggiungiamo un extra di due o tre ore, a seconda del bisogno, nostro e del genere umano, in
modo da finire tutto quello che andava fatto per il giorno seguente.
Bisogna finire! Perdere tempo sarebbe osceno!
Durante il giorno Moodie e io lavoriamo come grafici, soprattutto per il dipartimento promozioni
interne del San Francisco Chronicle. Moodie continua a svolgere lavori di marketing per altra gente, e
io sbrigo lavoretti temporanei, solitamente alla sede della Pac Bell a San Ramon, dove trascorro otto ore
al giorno a comporre certificati per commemorare eventi particolarmente significativi (figura 3) Marny
lavora in un locale quattro sere la settimana, ma sempre pi le nostre spese vengono coperte dal lavoro
per il Chronicle, il cui capo qualche tempo fa ha avuto piet di me - gli occhi di Dianne Levy, madre
single di una figlia adolescente, sono diventati lucidi quando le ho detto che anch'io a casa avevo un
ragazzino da crescere - e adesso si rivolgono sempre a noi per comporre pagine pubblicitarie, poster e
campagne promozionali per le varie sezioni e rubriche. Noi eseguiamo i lavori assegnatici con l'acume
che da sempre ci contraddistingue. Abbiamo bisogno di un messaggio promozionale per la sezione
Affari ed Economia.
Benissimo, diciamo. Presto fatto:
CHRONICLE. SONO ANCHE AFFARI TUOI.
Adesso uno per la sezione sportiva.
CHRONICLE SPORT. SAPPIAMO NOI IL PUNTEGGIO.
Ma siamo stanchi di un tale abuso della nostra energia creativa, e decidiamo che non intendiamo
aspettare di raccogliere soldi in questo modo per partire con Might. Mentre diciamo a tutti che
Might ha preso avvio grazie allo sforzo congiunto ed estremo delle nostre carte di credito e ai
proventi dell'ufficio grafico, la verit, orribile, indicibile,  che io ho semplicemente compilato un
assegno. Era un assegno di circa diecimila dollari per la prima tiratura, vale a dire buona parte dei soldi
dell'assicurazione e della casa che mi erano spettati dopo la vendita. Sulle prime avevo pensato che forse
avrei dovuto dire la verit. Quale migliore metafora per la nostra impresa? Dalle ceneri - letteralmente -
dei nostri genitori, questa pur modesta quantit di denaro ci avrebbe permesso di portare a termine la
cosa cos come volevamo noi, senza dover vendere l'idea a qualcun altro, trovare i fondi o abbandonare
il progetto nel caso fosse divenuto ovvio - come a un certo punto sarebbe di sicuro accaduto - che
nessuno era disposto a mettere soldi in un'impresa tanto assurda. Invece, in questo modo non
dovevamo dipendere dell'approvazione di nessuno. Niente pastoie. Moodie e Marny sanno che la rivista
 stata fondata cos, ma solo loro e nessun altro. Forse non capirebbero; o forse capirebbero fin troppo
bene. Dopo questo primo investimento, per, i finanziamenti futuri saranno ridottissimi, visto che da
subito la cosa comincer a pagarsi da s, bench le speranze che ripaghi anche noi siano molto pallide e
incerte. Comunque, ripensandoci, le cose possono cambiare in fretta. Potrebbero prendere una piega
diversa se, tanto per dire, non fossimo semplicemente un pugno di scalzacani che ha messo su una
fanzine con le pezze al culo... ma se i medesimi scalzacani, o meglio uno di loro, fosse la star di un
programma televisivo di Mtv apprezzato in tutto il paese, un vero e proprio fenomeno mediatico alla
real life tv.
Ci procuriamo i moduli per la domanda.
Decidiamo che i candidati saremo io e Marny. Riempiamo i vari questionari e, come richiesto, ci
riprendiamo mentre parliamo o facciamo cose che speriamo a Mtv troveranno interessanti. C' gente
che si fa riprendere mentre va in skateboard, altri che ballano il tip tap, oppure presentano la propria
famiglia o giocano con i propri cani. Quanto a me, mi faccio riprendere da Moodie alla mia scrivania
mentre parlo assolutamente di nulla e poi, a un tratto, comincio a picchiettare il piano della scrivania
come un epilettico. Il mio numero  quello del batterista dei Loverboy, che per una qualche non ben
chiara ragione non riusciva a suonare la batteria senza muoversi e strabuzzare gli occhi come se si fosse
trovato sulla sedia elettrica. Ci sembra che la videocassetta sia abbastanza buffa. A dire il vero  pi
spaventosa che divertente, ma Moodie ride. La spediamo.
Due giorni dopo una donna di nome Laura Folger chiama.  uno dei produttori del programma o
del casting o una roba del genere, e ovviamente ha visto in me il tipo di persona perfetta per ispirare via
video un'intera nazione di giovent distratta. Devo andare agli uffici di Real World per un colloquio di
circa mezz'ora in cui verr ripreso.
L'intervista  di domenica. Mentre Toph sta ancora dormendo, attraverso Berkeley in auto, passo il
ponte, e dopo avere percorso svariati chilometri lungo la costa arrivo ai brutti uffici di Mtv,
strategicamente situati a North Beach, vicino all'imbarcadero, l'area dove sorge la maggior parte degli
studi pubblicitari di San Francisco. Sono pieno d'orgoglio e di terrore. Ovviamente volevo che mi
chiamassero per l'audizione, desideravo che questa gente vedesse tutto quello che c' da vedere in me,
ma in realt non avevo davvero intenzione di passare attraverso tutto ci. E adesso che invece lo sto
facendo, sono terrorizzato all'idea che qualcuno - Beth, Toph, David Milton - possa venirlo a sapere.
Cerco di convincermi che si tratta solo di una ricerca a sfondo sociologico-giornalistico. Sar davvero
una storia buffa da raccontare! Ma diciamocelo seriamente: sono solo curioso? O lo desidero sul serio?
E se lo desidero, che razza di persona sono?
Quando arrivo, l'isolato  deserto e io sono in anticipo di venti minuti. Dato che la gente di Mtv non
 di quella che arriva in anticipo, perch non  gente abbastanza ansiosa o responsabile da arrivare in
anticipo, faccio due passi fino a che non sono in orario. Quando sono esattamente in ritardo di due
minuti entro. L'ufficio, che ha appena poche settimane, proprio sopra la scrivania della segretaria ha gi
un enorme logo di Mtv in acciaio ondulato. Intanto che aspetto, la giovane assistente cerca di
chiacchierare per mettermi a mio agio. Mentre sono in attesa, mi rendo conto all'improvviso che, certo,
che scemo, l'audizione dev'essere gi iniziata. Comincio a fare attenzione alle parole che uso, tentando
di renderle memorabili, desideroso di riuscire allo stesso tempo divertente, all'avanguardia, sensibile e
un po' Midwest. Sto attento alle mie gambe. Sono incrociate. Ma com' che dovrei incrociarle? Alla vero
uomo, o invece un po' alla signora/signore d'una certa et? Se lo faccio alla maniera della signora d'una
certa et penseranno che sono gay? Potrebbe aiutarmi se lo pensassero?
A un certo punto nella stanza entra, anzi scivola, una donna. Guarda verso di me.  mia madre, la
mia fidanzata, mia moglie.  Laura Folger, la produttrice/addetta al casting che ha chiamato.  un tipo
un po' alla Ali McGraw, pelle lievemente abbronzata, occhi scuri, capelli lisci color cioccolata che le
ricadono morbidi sulle spalle, come un sipario di velluto posato su un palcoscenico anch'esso di velluto.
Mi invita a entrare in un'altra stanza dove si svolger l'intervista. La seguo. Sono pronto a donarmi a
lei. Lei ascolter, e quando ascolter sapr. Anche se credo di avere i capelli in disordine. Volevo andare
in bagno a sistemarmeli ma non ho potuto. Ridicolo. In quello che potrebbe essere il giorno pi
importante della mia vita, mi affido alla sorte per quanto riguarda i capelli, e se adesso chiedessi di
potermi dare una sistemata rovinerei tutto, perch penserebbe che sono vanesio e a disagio con me
stesso, e non mi posso permettere che si faccia un'idea sbagliata. Anche se magari cerca proprio una
persona vanesia. Potrei essere il Vanesio che le occorre. C' sempre un vanesio in queste cose. Di solito
sono modelli, a dire il vero. Non potrei mai e poi mai essere adatto a un ruolo del genere... Per chiss,
magari uno di quei modelli strani e con l'aria da tutti i giorni, alla Benetton... Quello potrei farlo.
Dall'aspetto insolito, ma interessante. Genere eroinomani, o i tipi con le lentiggini e una capigliatura
enorme. S potrei essere uno di quelli.
Ma guardala. Pi che desiderare di partecipare allo spettacolo di Laura Folger, vorrei sistemarmi con
Laura Folger, mettere su famiglia con lei in una casetta con giardino sulla costa della Carolina del Nord.
Avremo anche un cane di nome Skipper. Cucineremo insieme quando inviteremo i suoi, i vicini.
Avremo un sacco di bambini che non somiglieranno a me ma a lei, con i lineamenti forti e delicati al
tempo stesso, e quello splendido nasino...
Va bene, cominciamo dice lei sedendosi dietro la videocamera.
La cassetta parte con la lucetta rossa e tutto il resto.
Dove sei cresciuto?
Oh, a questo so rispondere. In un piccolo sobborgo di Chicago, Lake Forest, a circa trenta miglia
da...
Conosco Lake Forest.
Davvero? dico avvertendo subito un cambiamento di format, uno di quelli in cui le virgolette
cadono e l'intervista pura e semplice si trasforma in qualcosa di pi, molto ma molto di pi. Non  che un
piccolo sobborgo di circa diciassettemila persone. Mi sorprende sapere che...
Ma s, dai, Lake Forest  una di quelle cittadine tipo Greenwich o Scarsdale... Non  una delle cittadine pi ricche
d'America?
Ah s? S credo di s, immagino. Non so. Io personalmente non conoscevo nessuno molto ricco. I
genitori dei miei amici erano insegnanti, venditori di articoli farmaceutici, titolari di negozi di cornici... I
miei guidavano auto usate e mia madre comprava tutti i nostri vestiti ai grandi magazzini Marshall's.
Una vita cos. Eravamo probabilmente in quella che poteva essere considerata la fascia socioeconomica
pi bassa del paese.
Cosa facevano i tuoi genitori?
Mia madre non ha lavorato fino a quando io avevo circa dodici anni. Poi ha insegnato in una
Montessori. Mio padre era un avvocato con la vocazione alla vita comoda, a Chicago, nel settore del
mercato dei futures.
E i tuoi fratelli?
Mia sorella frequenta la scuola di Legge alla California State University. Mio fratello Bill lavora in un
think-tank.
Cosa significa?
Be', ha cominciato a lavorare per la Heritage Foundation, e viaggiava parecchio in Europa dell'Est
per fornire consulenze nelle repubbliche ex sovietiche, o come diavolo si chiamano, in materia di
riconversione alle economie di mercato eccetera eccetera. Ha anche scritto un libro sul
ridimensionamento del sistema governativo a livello locale. Si intitola Rivoluzione alle radici: la creazione di
governi pi piccoli, pi efficienti e pi vicini. Dovresti vederlo. Ha anche una frase di Newt Gingrich proprio
in copertina, qualcosa tipo che tutti gli americani, se sono buoni americani, dovrebbero leggere questo
libro.
Immagino che tra voi non parliate granch di politica.
No, no molto.
E sei cresciuto con molti soldi?
Non lo so. A volte s a volte no. Non ci  mancato mai nulla, ma mia madre aveva un modo tutto
suo per farci sentire giusto sulla soglia dell'indigenza. Ci farai finire tutti alla casa del povero! gridava,
di solito a mio padre, ma anche a tutti noi e a nessuno in particolare. Non capivamo mai come stessero
effettivamente le cose, ma credo che sarebbe ridicolo da parte mia lamentarmi. Vivevamo in una casa
nostra in una graziosa cittadina, avevamo ognuno la propria camera da letto, vestiti, cibo, giocattoli,
andavamo in vacanza in Florida, anche se sempre in macchina. Abbiamo tutti cominciato a fare
lavoretti dall'et di tredici anni durante l'estate, tipo che io e Bill tagliavamo l'erba, Beth lavorava da
Baskin e Robbins con la sua uniforme di velluto marrone, e ovviamente avevamo tutti le nostre
macchine usate, tristi e dalla vita breve, Volkswagen Rabbits o Camaro rugginose, e siamo andati tutti in
scuole pubbliche e universit statali. Per cui no, non direi che siamo cresciuti con tanti soldi... Di sicuro
non c'erano soldi da parte, come abbiamo scoperto quando sono morti...
Mmhmm.
E allora, ce l'ho fatta?
Cosa intendi dire?
Ce l'ho fatta a entrare nel programma?
Un momento. Abbiamo appena iniziato.
Ah.
Ti sei sentito mai differente dagli altri, ossia esisteva una divisione sociale basata sulla condizione economica?
Direi proprio di no. Ma se esisteva era esattamente inversa. I ragazzi che si vestivano e si
comportavano da ricchi venivano emarginati, commiserati, e non potevano in alcun modo conquistare
la popolarit.  cos dappertutto. I ragazzi delle scuole pubbliche imparano presto, anche perch gli
viene inculcato dai coetanei, che distinguersi significa attirare su di s l'ostilit degli altri. Essere
palesemente ricchi era come essere troppo alti, troppo grassi o avere un enorme foruncolo sul collo.
Tutti quanti gravitavamo attorno a un'assoluta mediet. Era cos in tutta la scuola, e i ragazzi ricchi
erano visti come i vorrei-ma-non-posso, i pi sfigati, sempre intenti a fare feste per attirare l'attenzione
di quelli che erano realmente in vista, come il tipo della squadra di football che viveva nella casa di
legno dietro la scuola. I ragazzi pi fighi guidavano furgoni, avevano macchine schifose, avevano
genitori divorziati o alcolizzati, e vivevano in zone della citt considerate poco raccomandabili. I ragazzi
ricchi invece, quelli che avevano sempre la camicia dentro i pantaloni e i capelli a posto, o specialmente
quelli che frequentavano le scuole private, erano considerati senza speranza, incasinati, anomali. Voglio
dire, ti puoi immaginare, vivi in un posto come Lake Forest, con le splendide scuole pubbliche che ci
sono, e ti ostini a buttare diecimila dollari l'anno per mandare tuo figlio in una scuola privata che si
chiama Country Day? Erano quelli i veri disadattati. Lo sai come chiamavamo quella scuola?
No.
 piuttosto buffo.
Come la chiamavate?
Country Gay.
....
Capito? Country Gay.
Un posto piuttosto intollerante, la tua citt.
Omogenea, forse, ma non intollerante. Ovvio, era una citt quasi completamente bianca, ma il
razzismo di ogni sorta - perlomeno quello espresso apertamente - era considerato una cosa rozza, per
cui siamo tutti cresciuti senza particolari forme di pregiudizio, sia dirette che in senso pi astratto. Con
il benessere e l'isolamento di cui godeva rispetto ai problemi sociali correnti - il crimine, a parte gli
occasionali atti di vandalismo perpetrati da me e dai miei amici, era pressoch assente - la citt poteva
permettersi di guardare a tutte queste cose come a una sorta di intrattenimento, come a degli incontri di
lotta disputati in altre parti del paese e da altra gente che non eravamo noi. La sola volta che mi sono
reso conto di un episodio di vera intolleranza  stato quando ero alle elementari e un ragazzino magro,
dall'aria da secchione e con un paio di grossi occhiali, si  trasferito nella nostra via e ha appeso
all'angolo del giardino di casa e in camera sua la bandiera sudista...
Vuoi dire la bandiera confederata.
S, quella. Insomma questo ragazzino, che aveva l'et di mio fratello, anzi tre anni di pi, si 
trasferito l quando io avevo nove anni e da subito ha incasinato le cose. Prima di tutto mio fratello lo
ha visto disegnare una svastica sullo schienale di un sedile dell'autobus scolastico. Nessuno di noi aveva
mai visto con i propri occhi una cosa simile, e questa per qualche tempo divenne la faccenda di cui tutti
parlavano. Un vero razzista! A un certo punto il ragazzo ha fondato una specie di gruppo informale a
cui ha convertito - brutta parola - un gruppetto di altri ragazzi del quartiere, e allora tutti hanno
cominciato a disegnare svastiche sui loro quaderni e a usare la parola che si usa in questi casi.
Quale parola?
Forse sbaglio a dirla. Si dice "giudeo", giusto?
S.
Si scrive con la G o con la J?
Con la G, direi.
Ah, pensavo con la J. A ogni modo, all'improvviso i ragazzi del quartiere si erano messi a usare quella
parola. Ci trovavamo in questa enclave di civilt, improvvisamente corrotta da... cio,  andata al
contrario, in un certo senso, con l'arrivo di questo missionario dell'intolleranza... In ogni caso uno dei
ragazzi del quartiere, si chiamava Todd Golub, era tutto pappa e ciccia con questi altri, e poi a un certo
punto salta fuori che  ebreo! E da un momento all'altro  fuori dal giro. Ovviamente io di tutte queste
cose sapevo poco o nulla. Erano ragazzi pi grandi, dell'et di mio fratello Bill, e i miei genitori
scoraggiavano ogni delucidazione in merito, dato che preferivano che ne sapessimo il meno possibile.
Ragazzacci diceva mia madre, e questo era quanto. Da piccoli non sapevamo assolutamente nulla di
nulla, riguardo a empiet, sesso, niente di niente. Io ho capito a dodici anni che quando si diceva "palle"
ci si riferiva ai testicoli e non alle chiappe del culo. Non ridere. Ero terrorizzato da questo genere di
cose. Al punto che ero del tutto ignorante anche della mia stessa anatomia, essendo cattolico e tutto il
resto...
Ma sto divagando. Allora Bill ha provato a rimanere amico di quel gruppo di ragazzi, sperando che
questa faccenda della svastica fosse un fenomeno virale temporaneo. Ma io, in base a quello che sapevo
di loro, ho iniziato a elaborare complicate fantasie su quello che succedeva a casa di quel ragazzo. Tutte
le volte che si passava in auto per di l, allungavo il collo per vedere la bandiera confederata. In effetti si
vedeva piuttosto bene, dato che copriva l'intero specchio della finestra della sua camera, appesa in
modo che cadesse un po' drappeggiata al centro. Non sapevo proprio cosa pensare, quanto seria fosse
la faccenda in quella famiglia, per cui ogni volta che passavamo per di l mi aspettavo di vedere lui e suo
pap intenti a bruciare croci in giardino o a lanciare nodi scorsoi sui rami degli alberi. Dico davvero.
Non avevamo punti di riferimento precisi. Quel ragazzino era esotico quanto lo erano i ragazzi che
vivevano nei grossi condomini popolari. Non sapevo come elaborare l'informazione. La nostra cittadina
era per molti aspetti rigida riguardo all'uniformit delle cose, i colori della pelle, i tipi di auto, la
vegetazione dei giardini, ma in cima a tutto questo c'era come una tela bianca, per cui - e credo che
questo valga per qualunque bambino - ero pronto ad accettare qualunque improvviso e totale
sovvertimento di tutto quello che sapevo vero.
C'erano ragazzi neri?
Pochi. Forse quattro o cinque. Quando ero alle elementari c'era Jonathan Hutchinson. Viveva in Elm
Road, una specie di vialone che faceva da confine tra Lake Forest e Highland Park, non lontano da casa
nostra; era un tipo in gamba. Un po' goffo, forse, ma abbastanza simpatico. Poi se n' andato e per un
po' non ci sono stati altri ragazzi neri. Dopo per  arrivato Mister T.
Mister T?
S, lui era, oddio, credo che fossimo alle medie, a quel punto, oppure gi al liceo, e lui  arrivato nella
zona dopo un paio d'anni che A-Team era finito. La gente non faceva che parlarne. Tutti si crogiolavano
ancora nella faccenda di Gente comune, per via che era stato girato nella nostra citt, e ovunque c'erano
fotografie di Robert Redford e dei McDonald, ma nessuno di noi aveva mai avuto come vicino di casa
uno del livello di Mister T. Voglio dire, a quel punto era ancora una star di prima grandezza, non so che
cosa facesse all'epoca, forse si stava semplicemente prendendo una pausa tra una serie e l'altra, si sa
come quei periodi possono essere stressanti, ma comunque era sempre grandissimo. Si era trasferito in
una casa enorme di Green Bay Road, con una propriet di sicuro intorno ai quattro ettari, con una
cancellata e un muro di mattoni che correva lungo la strada. La sua casa era appena fuori citt, proprio
accanto a St. Mary, la nostra chiesa.
E quale fu la reazione al suo arrivo?
Impazzimmo dalla felicit. Noi ragazzi, voglio dire. Capirai, A-Team era stato il nostro programma
preferito. Facevamo feste alla A-Team, correvamo per il refettorio della scuola cantando la musica della
sigla: ta-ta-ta-TA! Ta-ta-ta... tatatatatatata! Ripensandoci per, non credo che i nostri genitori fossero
altrettanto felici. In primo luogo la gente con i soldi non vuole dar mostra di essere impressionata dalla
fama, specie se illegittima, come immagino la ritenessero in questo caso. Dopotutto quel tizio, prima
che venisse lanciato non era altro che un buttafuori. E ovviamente il fatto che cominci a tagliare tutti
gli alberi non fece certo salire le sue quotazioni presso il vicinato.
Mi pare di avere sentito questa storia.
S, era su tutti i giornali.  stato un vero scandalo. Da una parte hai questa cittadina di bianchi con la
puzza sotto il naso e dall'altra questa specie di gigante nero carico di catene d'oro e con i capelli alla
mohicano, che arriva con una sega elettrica e abbatte tutti gli alberi sulla sua propriet tranne due -
voglio dire, saranno stati duecento, tutto alla luce del sole, li ha buttati gi uno a uno con le sue mani.
Incredibile. Che fegato! Diceva che era allergico. Ma questo non  bastato a calmare le acque. Vedi, la
mia era una cittadina che andava davvero orgogliosa dei suoi alberi, e a ragione, dato che avevamo degli
alberi davvero belli. C'erano insegne dappertutto che dicevano "Citt degli Alberi, USA", e tutti
adoravamo quelle insegne. Per cui, quando Mister T abbatt i suoi alberi, nessuno sapeva in realt cosa
dire, perch da un lato lo si voleva condannare - e qualcuno lo fece anche - ma dall'altro la maggioranza
delle persone aveva paura di essere presa per razzista o per gente di poco spirito - quello era un posto in
cui il bidello nero riceveva un applauso a scena aperta per avere cantato Deep River alla gara scolastica - e
allora tutti si misero da parte, limitandosi a guardare cosa succedeva. Mio padre pensava che fosse una
cosa divertentissima, gli piaceva da morire leggere della polemica sui giornali, e rideva come un matto.
Fantastico! diceva, tutte le volte che vedeva la citt messa sotto torchio dai giornali di Chicago. Non si
era mai identificato con Lake Forest, non aveva amici l, e non guidava il tipo giusto di autovettura. Una
volta l'abbiamo anche visto, Mister T, un giorno che stavamo andando in chiesa, proprio l di fronte al
cancello di casa sua, con la sega elettrica. Favoloso. Stava potando le siepi.
Com' che siamo finiti a parlare di questa storia?
Si parlava di ragazzi neri. Mister T aveva due figlie che andavano al mio liceo. Quando si
presentarono a scuola fecero raddoppiare la popolazione di colore, portandola a quattro studenti.
Credo che fossero quattro in tutto.
Quanti ragazzi c'erano in tutto nel tuo liceo?
Circa milletrecento.
E tutto ci a una trentina di chilometri da Chicago.
S, e a nord c'era un'altra cittadina, forse a un sette otto chilometri, chiamata North Chicago, che era
perlopi nera. Almeno a quanto ne so.
Cosa vuol dire "a quanto ne so"?
Be', non  che ci sia mai stato. Sono stato a Highland Park, che  la zona ebrea, compravo la birra a
Highwood, che  la zona dove ci sono tutti i ristoranti italiani e dove vivono tutti i messicani che fanno i
giardinieri. Poi c'era un centro commerciale a Waukegan, se non sbaglio, sempre pieno di marinai, e
Libertyville invece era dove abitavano i ragazzi con il taglio di capelli da hockeisti.
E come venivano trattate le figlie di Mister T?
Per quel che posso dire, tutti le trattavano bene. A quanto pare erano ragazze molto simpatiche e
divertenti, ma io non le conoscevo e non sapevo (e non so) nemmeno come si chiamavano. Erano pi
giovani di un anno. Se ne andavano in giro su una Mercedes bianca personalizzata con la targa che
diceva: Mr. T 3. Ma piacevano pi o meno a tutti. In fondo erano le figlie di Mister T, il che era fonte di
grande orgoglio per la scuola, perlomeno per quello che riguardava il corpo studentesco. Era la prima
cosa che dicevamo a chiunque, quella e Gente comune.
E cos quelli erano gli unici ragazzi neri?
L'unico altro ragazzo nero che mi ricordo era un tipo nella classe di mia sorella, uno di nome Steve,
e il cognome non lo so, non l'ho mai saputo. Non che conoscessi in realt nessuno della classe di mia
sorella, ma dato che si trattava dell'unico nero della classe, era noto semplicemente con il nome di Steve
il Nero.
Come, scusa?
S, a sentire mia sorella, in pratica veniva chiamato cos pressoch in ogni contesto. Era un tizio
normalissimo, non particolarmente popolare, ma abbastanza simpatico. Alla gente piaceva, e immagino
che tutti pensassero che era strano che fosse differente dagli altri, cos come c'era quell'altro ragazzo che
portava i capelli a spazzola o quella ragazza, quella che stava sempre insieme a quell'altro studente della
squadra di basket, che era nana. Per cui era Steve il Nero.
Una situazione piuttosto opprimente.
No, perch?
A te piaceva?
S, certo. A molti no. Molti se ne lamentano. Molti si vergognano di dire che  l che sono cresciuti. A
Chicago o a Champaign ti possono rendere la vita difficile per una cosa come questa, si inchinano, ti
fanno il gesto del baciamano. Ma io non voglio avere l'aria di scusarmi per il fatto di essere cresciuto in
quello che era, perlomeno nel mio quartiere, nient'altro che un semplice sobborgo: alberi, un torrente,
bei parchi pubblici. Non  che potessimo scegliere, all'et di otto o nove anni, di lasciare la nostra casa e
trasferirci in una zona meno orribilmente pregna di quella mostruosa prosperit. Va inoltre aggiunto
che, come tutti i contesti apparentemente stabili e autosufficienti, dotati di un certo equilibrio, di
attenzione ai dettagli e di realt familiari solide - un clima confortevole ma profondamente Midwest -
quello era anche un ambiente estremamente tranquillo, di una tranquillit inquietante, sotto la quale si
celava come un suono sottile, quasi impercettibile, come aria soffiata attraverso un minuscolo buco,
come di qualcuno che urla da distanze stellari, di gente che muore in modi oscuri e sconcertanti.
Cosa intendi dire?
Oh, intendo dire suicidi o strani incidenti. Un ragazzo che conoscevo, per esempio, pare che fosse in
cantina a giocare, e una catasta di legno gli  caduta addosso facendolo morire soffocato.  stata la
prima morte nel quartiere, avr avuto forse dieci anni. Poi, circa due anni dopo, c' stato il padre di
Ricky.
Il padre di Ricky?
Ricky era uno dei miei migliori amici e abitava dall'altra parte del torrente che scorreva proprio
dietro le nostre case, e io, lui e Jeff Farlander facevamo un sacco di cose insieme, eravamo nella stessa
squadra di nuoto eccetera. Era strano, dall'altra parte del torrente. La maggior parte delle cose che
facevamo prevedeva un qualche atto vandalico, adesso che ci penso, come per esempio lanciare cose
contro le macchine, tipo pezzi di ghiaccio, sassi, mele selvatiche, ghiande, palle di neve...
Che cosa ha a che fare tutto ci con il padre di Ricky?
Giusto. Era un limpido giorno di prima estate. Ero a casa, intento a costruire una citt marziana di
Lego, cercando di seguire il complesso progetto che avevo preparato sul mio album da disegno di
fianco ai miei ritratti di dinosauri volanti e di pacifici alieni dai grossi piedi. Avevo gi costruito le
fondamenta sulle piattaforme grigie che avevo ricevuto come regalo di compleanno. A un certo punto
Jeff mi chiam e mi disse che era meglio se andavamo a casa di Ricky perch era successo qualcosa di
terribile.
Cosa  successo? chiesi.
Il padre di Ricky si  inzuppato di benzina e poi ha acceso un fiammifero e ha cominciato a correre
per il giardino di casa avvolto dalle fiamme, e poi si  fermato ed  caduto morto proprio di fronte
casa.
Dissi tutto a mia madre, quindi mi diressi fino all'estremit cieca della strada, scavalcai il torrente nel
punto pi stretto e andai a prendere Jeff, e insieme ci recammo da Ricky. Ricky era in tinello a guardare
la tv. Il suo tinello era come il nostro, scuro con le perlinature in legno. Ci disse ciao, e allora anche noi
lo salutammo. C'era uno di quei primi programmi musicali alla televisione - prima di Mtv - e stavano
mostrando il video di una canzone di Bob Dylan intitolata Jokerman. Era un bel video, con un sacco di
cose che volavano verso lo schermo con un effetto tipo 3-D. Io a quel tempo avevo appena iniziato a
leggere Rolling Stones e sapevo che se c'era una cosa che dovevo conoscere nella vita era Bob Dylan,
per cui volevo a tutti i costi che quella canzone mi piacesse, ma Ricky mi batt sul tempo perch disse:
Mi piace questa canzone.
Mi seccai un po'. Ma poi decisi di lasciare perdere.
Le due sorelline di Ricky, parecchio pi giovani di lui, di tanto in tanto passavano correndo per la
stanza. Guardammo ancora un po' la tv.
A un certo punto Jeff chiese: Com'era?. Io non potevo credere alle mie orecchie.
Lo sai com'era? disse Ricky. Come alla fine dei Predatori dell'arca perduta.
Sapevamo esattamente a che scena si riferiva, proprio alla fine, quando i nazi aprono l'arca
dell'alleanza e ne fuoriescono gli spiriti, e gli spiriti all'inizio sono bellissimi e pacifici, ma poi si
arrabbiano, e dall'arca escono tutte quelle fiamme che uccidono i nazi, trafiggendoli con dei pali di
fuoco che li infilzano proprio l sul posto, e poi i capi uno a uno si sciolgono come manichini di cera, la
pelle e le cartilagini e il sangue gli colano gi dal cranio, uno dopo l'altro, come liquidi di colore
differente. Era una scena che ci aveva affascinato e riempito d'orrore.
Cavolo, pensammo. I predatori dell'arca perduta.
Rimanemmo da Ricky per un po' a guardare la tv con lui, poi ci stufammo e uscimmo in giardino per
vedere se sull'erba c'erano delle tracce di sangue o qualcos'altro. Ma non c'era nulla. Il prato era in
perfette condizioni, verde e rigoglioso.
E la ragione per cui mi stai raccontando tutto ci?
Non so. Sono semplicemente storie che racconto. Non  questo che ti interessa? Morti orribili che
mandano in pezzi una comunit fino a quel momento intatta...
Un momento, dimmi una cosa. Questa non  la riproduzione del colloquio cos com' andato, vero?
Vero.
Al vero colloquio non ci assomiglia nemmeno, giusto?
Giusto.
 un espediente, questo andamento in stile di intervista. Inventato di sana pianta.
In effetti.
Un buon espediente, devo ammettere. Una sorta di contenitore per tutta una serie di aneddoti che sarebbe stato
inefficace combinare insieme in altro modo.
Esatto.
E, si diceva, il punto di tutti questi aneddoti sarebbe?
Be', il nocciolo di tutta questa roba su Lake Forest dovrebbe essere abbastanza evidente. Ci fa
toccare con mano un certo mondo, un mondo che dovrebbe suonare familiare a un sacco di gente,
specie a quelli che hanno avuto il privilegio di guardare Gente comune, con Timothy Hutton in un
favoloso ruolo da protagonista. Oscar per il miglior film nel 1980. I brani in cui vengono descritti i
suicidi hanno ovviamente valore formativo, e servono a suggerire che io e le persone che conosco
potrebbero effettivamente morire in modi anche assurdi e inattesi, oltre ad anticipare elementi che
accadono nella seconda met del libro. Tutta la parte sulle questioni razziali e di etnia intendono far luce
sul contesto in cui siamo cresciuti, un contesto in cui imperava una sorta di incredibile omogeneit a cui
eravamo totalmente assuefatti, in netto contrasto con l'immagine di me e di Toph a Berkeley, dove
invece vige questa sorta di scioccante diversit, all'interno della quale, tuttavia, io e Toph continuiamo a
sentirci completamente fuori posto ed estranei all'andamento generale delle cose... Per cui  tutto un
gioco di inclusioni e di esclusioni. L'episodio di Sarah invece...
Sarah? Chi  Sarah?
Ah, gi, volevo parlarne prima. Permettimi di raccontartelo in breve.
Noi figli venimmo a sapere di mia madre da mio padre, che ci riun in tinello per darci la notizia.
Quell'estate fu un vero casino. Io combinai un paio di cose davvero strambe, quell'estate e anche
durante l'autunno, tipo bere un sacco, spaccare oggetti, roba prevedibile, graffiare il muro con le unghie
nel sonno, tornare a casa all'alba da strane feste in cui avevo bevuto in compagnia di gente bizzarra.
Una umida notte d'estate andai a una di queste feste a casa di un tizio di nome Andrew Wagner.
Andrew viveva in una vecchia casa di legno dall'altra parte della statale, un luogo piuttosto isolato, e di
tanto in tanto faceva questi festoni giganteschi in giardino, un genere di festa difficile da organizzare a
Lake Forest, con tutte quelle macchine della polizia piene di agenti pronti a intervenire. Ci andai con
Marny e altri suoi amici che ricompaiono pi avanti nel libro, quando torno a casa a cercare i miei
genitori, e bevemmo parecchia birra alla spina dentro a dei bicchieri rossi spessi e lucidi, con l'interno
bianco. Ben presto, o a me parve presto, la gente con cui ero venuto decise di andare via. Marny mi
chiese se volevo un passaggio ma io dissi di no, dato che stavo chiacchierando con Farlander e volevo
rimanere un altro po'. Stavo parlando con Farlander per la prima volta da anni. Eravamo cresciuti
insieme, e spesso mi ero fermato a dormire da lui anche per pi di una notte di seguito. Casa sua era il
primo posto in cui ci rifugiavamo quando da noi le cose cominciavano a mettersi male, e sua madre per
me era come una zia...
Capisci cosa intendo dire? Io e Jeff al liceo ci eravamo allontanati, ma a quella festa, alla festa di
Andrew Wagner, sotto le deboli luci della veranda, pieni com'eravamo di Schaefer alla spina, ci siamo
riavvicinati, ci siamo dati dei pugni sul braccio e tutto il resto. A un certo punto, quando la festa si stava
spostando da casa di Wagner a un bar che si chiamava McCormick's, Jeff e io decidemmo di andarci
insieme a lui.
Potete venire con me propose.
Va bene, d'accordo dissi io. Volevo avere di nuovo undici anni, lanciare le uova contro le macchine
insieme a lui. Ma poi, mentre stavamo dirigendoci verso la sua auto, rovinai tutto dicendo: Jeff, mia
mamma sta morendo. L'avevo buttata l senza sapere esattamente cosa stavo facendo....
No, non  esatto. Sapevo quello a cui stavo pensando, ci avevo pensato ed era tutta la sera che
cercavo di trovare un modo per dirglielo mentre chiacchieravamo sotto le luci della veranda, perch lui
mia madre la conosceva da un sacco di tempo; ma ci sono rimasto secco quando, mentre ci avviavamo
alla macchina, lui ha rallentato e con la sua voce roca, che era cos anche quando eravamo bambini, mi
ha detto: Lo so.
E cos, andando verso la macchina, abbiamo pianto tutti e due, ma solo per un secondo, e poi siamo
saliti in macchina e abbiamo preso la statale, superando Lake Forest e Lake Bluff, fino da McCormick's,
una specie di bar da stazione di servizio sulla strada tra Libertyville e Waukegan. Il posto era pieno di
gente di ogni genere, dai giocatori di football ai loro fan, e tutti lo frequentavano da anni, sul serio. Ma
io non c'ero mai stato.
Il locale era strapieno, e all'improvviso io venni colto dal timore che se Jeff sapeva, allora forse tutti
l dentro sapevano. Ci sarebbe stato un silenzio imbarazzato, colpi di tosse, gente che se la sarebbe
svignata alla chetichella. Ma nessuno disse nulla. Entrammo, e al bancone c'era un tipo tozzo con le
guance rosse di nome Jimmy Walker. C'era anche Hartenstine, quel tizio grande e grosso e di una certa
et, che aveva giocato nei Bears.
E poi c'era Sara Mulhern. Eggi.
Si pu dire che eravamo cresciuti insieme, io e Sarah, facevamo parte della stessa squadra di nuoto
quando io avevo nove anni e lei undici, e avevamo continuato per qualche anno, senza per rivolgerci
mai la parola. Lei era pi grande e nuotava meglio. Si tuffava anche meglio. Io ero un peso per la
squadra di nuoto. Ero lento, non mi sapevo tuffare, non sapevo fare la giravolta in acqua, non ero
nemmeno in grado di fare un tuffo carpiato. Lei invece sapeva fare tutto benissimo, giravolte, carpiati,
doppi salti mortali, avvitamenti, tutto quanto, sempre con le gambe bene unite e le dita dei piedi bene
allungate, con un piccolo splash finale. Faceva la staffetta quattro stili, vinceva sempre, tutti la
conoscevano, il suo nome era sempre quello annunciato dal megafono. Ma io non avevo mai osato
parlarle. N alle medie n al liceo. I due anni che ci separavano erano un abisso, e poi aveva capelli
troppo lisci e biondi.
E invece ecco Sarah in quel bar, e non ho idea di come cominciammo a parlare o di che cosa ci
dicemmo esattamente, ma a un certo punto Jeff non c'era pi e io mi ritrovai con Sarah nel sedile di
dietro di un'auto, diretto a casa sua. L'auto odorava di vinile e di fumo. Sarah fumava.
Poi finimmo a letto, nella grande casa dei suoi genitori, e ci fu un po' di questo e di quello ma io
praticamente svenni prima che...
Mi svegliai in un letto a baldacchino e lei era sveglia e mi guardava. I mobili e i muri erano intrisi di
una luce giallina come se non solo le pareti ma l'aria stessa fosse di quel colore. Ci sedemmo sul
pavimento a parlare delle scuole elementari, dei bambini ritardati che le maestre ci dicevano di trattare
con gentilezza e che morivano giovani. Ascoltammo dei dischi, parlammo dell'autunno... Sarah stava
studiando per diventare insegnante, aveva gi l'abilitazione e stava facendo delle supplenze.
Poi ce la filammo dalla porta del garage - i suoi genitori erano a casa - e lei mi riaccompagn in
macchina. Mentre stavamo tornando io avrei voluto dire tante cose, che in realt c'era una ragazza,
Kirsten, e che avevo commesso un errore, anzi un crimine orribile, e che avevo sbagliato, perch ero
confuso....
Ma poi vidi una sagoma stagliarsi contro la finestra, qualcuno dal tinello ci stava guardando, e non
volevo dire a Sarah di mia madre, e non volevo spiegare a mia madre di Sarah, per cui...
Ci scambiammo un rapido bacio e poi corsi via.
E questa  Sarah.
S. Sai, quello che mi sembra fantastico  che il format funziona, in un certo senso, perch
un'intervista in cui rivelo tutte queste cose a uno sconosciuto in effetti c' stata; Mtv potrebbe forse
avere ancora la videocassetta (sul modulo di iscrizione c'era scritto: Non saremo in grado di restituire il
video; e segmenti di esso potrebbero essere trasmessi in abbinamento alla trasmissione. La tua firma ci
garantisce questo diritto); e poi, concentrando tutte queste cose in una struttura a domanda e risposta
si completa la transizione dalla prima met del libro, lievemente meno consapevole, alla seconda met,
che invece gradualmente divora se stessa. Perch vedi, io credo che quello che la mia cittadina natale e la
tua trasmissione riflettono in modo meraviglioso sia il fatto che il sottoprodotto del comfort e della
prosperit che sto descrivendo  una sorta di puro e insinuante solipsismo, e che in assenza di lotte da
combattere contro un nemico comune - sia esso l'indigenza, il comunismo o quello che ti pare - tutto
ci che ci resta da fare, o meglio che resta da fare a quelli tra noi irrimediabilmente affetti da una forma
di ossessione per se stessi...
Aspetta un secondo, quanti di voi pensi siano cos presi da se stessi?
I migliori. O meglio, esistono due modi in cui l'ossessione di s si pu manifestare: ci sono quelli che
la introiettano e quelli che la proiettano all'esterno. Per esempio, io ho questo amico di nome John che
interiorizza tutto: parla dei suoi problemi, della sua ragazza, delle sue scarse prospettive, di come sono
morti i suoi genitori e cos via, fino ad arrivare alla vera e propria paralisi, nel senso che non 
interessato letteralmente ad altro che non sia se stesso. Il suo mondo  tutto l, nell'incessante
esplorazione dei recessi pi oscuri della sua mente, della casa stregata che  diventato il suo cervello.
E l'altro modo?
Quelli convinti di avere una personalit cos forte e una vicenda personale cos interessante che tutti
gli altri sono tenuti a conoscerla per trarne insegnamenti di vita.
Lasciami indovinare, tu...
Be', io faccio finta di essere tra questi ultimi, ma in realt rientro nel primo tipo, e in modo davvero
desolante. Eppure ho la sensazione che se non si  in qualche modo ossessionati da se stessi si rischia di
essere noiosi. Per non  che riesci sempre a individuare con certezza le persone ossessionate da s:
quelle migliori non lo danno a vedere esteriormente. E tuttavia agiscono in modo pi pubblico che
privato, cercando prima o poi di far sapere agli altri quello che fanno. Ti assicuro che i candidati di The
Real World - credimi, se mettessi tutte queste videocassette in una capsula del tempo per poi aprirla tra
vent'anni, scopriresti che si tratta proprio delle persone che in un modo o nell'altro staranno guidando il
pianeta - come minimo saranno il segmento pi visibile della loro generazione. Perch noi siamo
cresciuti, all'interno delle nostre confortevoli case, pensandoci in costante relazione all'effimero mondo
fatto di politica, media e intrattenimento, avendo tutto il tempo per pensare a come avremmo potuto
far parte di quel gruppo musicale o di quel programma televisivo o di quel film, e a che figura vi
avremmo fatto noi. Siamo gente per cui qualunque idea di anonimato  esistenzialmente irrazionale,
indifendibile. Ecco perch si fa e si far un gran parlare di tutto - e di certo l'esito culturale dei nostri
tempi rispecchier questa realt - interi film fatti di chiacchiere, chiacchiere sulle chiacchiere,
considerazioni sulle chiacchiere riguardo alle riflessioni sul posto in cui viviamo, sui nostri desideri e
doveri. Le ciance di una belle poque, insomma. Solipsismo rinforzato da fattori ambientali.
Solipsismo.
Certo.  inevitabile,  ubiquo. Lo vedi anche tu, vero? Voglio dire, sono io l'unico a vedere il
solipsismo, qui?
Era una battuta, vero?
S, certo.
E dunque, cosa credi di poter dare al programma?
Be', ci ho pensato a lungo e credo che ci siano due possibilit: nel primo caso posso incarnare la
Figura Tragica. Nel secondo, abbiamo questa rivista.
Giusto. Com' che si chiama?
Might.
M-i-t-e?
No, M-i-g-h-t4. Tutti pensano che sia Mite, ma  ridicolo. Chi  che chiamerebbe una rivista cos?
Mite  una parola talmente oscura rispetto a Might, non trovi?
Perch si chiama cos?
Dunque, c' un doppio senso, ovviamente. Ascolta, ti piacer sono sicuro: pu significare due cose
contemporaneamente,  proprio sul limitare tra due aree di significato, dato che Might pu indicare sia
potere che possibilit.
Ahhh.
Eh s. Lo so. Bella trovata.
E di cosa si occupa?
Be', questa  la cosa davvero fantastica, perch qui c' davvero un'intesa perfetta, dato che si rivolge
al medesimo segmento demografico a cui ti rivolgi tu. Noi stiamo cercando di chiarire che non siamo
semplicemente uno sparuto gruppetto di gente che non ha di meglio da fare che scoreggiare e guardare
Mtv. Non che ci sia niente di male a guardare Mtv, ma... capisci cosa intendo dire. Per cui s,
essenzialmente io entro nel programma, il programma ci ritrae nell'atto di mettere insieme la rivista,
raggiungendo cos milioni di persone, definendo lo Zeitgeist e ispirando la giovent mondiale alla
grandezza.
Lavori parecchio?
S.
Quanto?
Non so. Settanta ore a settimana. Forse anche cento. Non lo so. Tutti noi lavoriamo tanto.  un
modo per espiare la nostra infanzia senza privazioni. Marny probabilmente lavora pi di tutti. Fa la
cameriera in un ristorante di Oakland e in un altro a San Francisco, eppure ce la fa a starci dietro... Ma
questo va bene, no? Ragazzi che lavorano duro, realizzano i propri sogni, alla ricerca della grandezza.
Non  buona televisione, questa?
Be'...
O magari invece no. A ogni modo siamo flessibili. Voglio dire, posso anche lavorare meno, tipo part
time. Posso lasciare agli altri la maggior parte del lavoro. Qualunque cosa, dimmi tu.
Be',  un aspetto di cui eventualmente dovremmo parlare.
Giusto. Questo vuol dire che mi avete dato la parte? L'ho avuta, vero? Non sono forse io quello che
brilla in mezzo alla palude degli altri sfigati di candidati? Tutti quei tipi pallosi? Voglio dire, non  tutto
meravigliosamente chiaro a questo punto? Non vi occorre la Figura Tragica?
La Figura Tragica, eh?
Certo. Ci sono sette persone nel cast, giusto?
S.
E allora pensiamoci un attimo. Prima di tutto avete bisogno di un nero, magari anche due - magari
dei tizi hip-hop o dei rapper, vedete un po' voi - poi occorrono un paio di tipi davvero belli, di
bell'aspetto ma completamente ignoranti e inclini a tremendi passi falsi in fatto di gusto e cultura, e la
loro presenza servir a due scopi: a) apparire in tutta la loro bellezza sullo schermo, e: b) fungere da
contrasto per il nero che ovviamente sar molto pi acuto e saggio ma anche parecchio suscettibile, e
godr un casino a mettere i due fessi sulla graticola giorno dopo giorno. E cos fanno tre o quattro
persone. Probabilmente ci ficcherete dentro un gay o una lesbica, per mostrare quanto  facile che si
sentano offesi, e magari un asiatico o un latinoamericano, o tutti e due. Un momento! Secondo me ci
vorrebbe un nativo americano, ecco cosa ci vorrebbe! Questa s che  un'idea. Nessuno conosce gli
indiani, o almeno io non ne ho mai conosciuto uno personalmente. Cio, a dire il vero al college c'era
un tizio, Cletus, che diceva di essere per un sedicesimo indiano... Ma in ogni caso ne avete bisogno, e
che sia uno di quelli che si incazzano facilmente, non uno passivo. Vi serve uno a cui stia a cuore
discutere di cose tipo l'arte del tomahawk, la parola "pellerossa" e roba del genere. Questa s che
sarebbe una trovata fantastica.. E a questo punto avete cinque o sei persone. Poi occorre un
professionista serio, tipo un avvocato, un dottore, qualcosa del genere, oppure uno che sta facendo un
dottorato. E infine io.
La Figura Tragica.
Esatto. Mi rendo conto che sulle prime sembro troppo nella media.
Sono bianco, non sono nemmeno ebreo, ho dei capelli orrendi, mi vesto male eccetera, eccetera. Mi
rendo conto che sulle prime tutto ci sembra una vera schifezza, zona residenziale, classe medio-alta,
due genitori (perch tutti noi abbiamo un'aria cos terribilmente noiosa? siamo davvero cos noiosi
come sembriamo?), e ti assicuro che questo fatto non mi ha aiutato nemmeno quando si  trattato di
andare all'universit. Ma in realt avete bisogno di uno come me. Io rappresento decine di milioni di
individui, rappresento tutti quelli che sono cresciuti bianchi in zone residenziali, ma che in realt hanno
un sacco di altre cose dentro di s. Sono di origini irlandesi cattoliche e posso giocarci un po' su, se ti
sembra il caso. Poi c' l'aspetto Midwest, che non occorre ti spieghi quanto sia prezioso. Se invece
preferisci che io sia un tipo rurale fatto e finito e dia fiato a quella tromba, be', io sono andato a scuola
in mezzo ai campi di mais, ho visto le mucche, ho sentito l'odore del loro letame ogni giorno che c'era
vento da sud. Senza contare che era un'universit statale. Per cui, in definitiva posso essere il tipo
bianco, medio, di area residenziale del Midwest, che conosce sia la ricchezza sia l'Illinois hard-core, un
tipo dall'aspetto rassicurante, discreto ma con i suoi principi, e - questa  ovviamente la parte migliore -
il cui tragico passato tocca il cuore di ognuno, e la cui lotta per l'esistenza diviene universale e fonte di
ispirazione per tutti.
Dev'essere dura.
Cosa?
Tirare su tuo fratello.
Come fai a sapere di mio fratello?
Era sul tuo modulo di iscrizione.
Ah gi. Be', a dire il vero no, non  difficile per nulla,  un po' come... ce l'hai un coinquilino?
No.
L'hai mai avuto?
S.
Ecco,  un po' la stessa cosa. Siamo coinquilini.  facile, in verit spesso  anche pi facile che avere
un coinquilino vero e proprio, dato che a un coinquilino non puoi dire di spazzare il corridoio o di
andare a comprare la margarina. Per cui alla fin fine  il meglio che ci si possa immaginare. Ci
divertiamo un sacco. No, non  per nulla... ma se occorre lo . Pu essere difficile. In verit s, 
difficile. Molto difficile.
Come intenderesti organizzarti per il programma?
Cosa vuoi dire?
Con tuo fratello e tutto il resto.
Ah gi, certo, certo. Be', ne parlerei con mia sorella e lei sicuramente sarebbe disposta a prendere il
mio posto per la durata del programma. Vive solo a pochi isolati da casa nostra. Un momento. Quanto
durano le riprese?
Due mesi circa.
E io dovrei vivere nella casa di The Real World?
S, questa  l'idea.
Certo, s, voglio dire, potrei farlo. Ne abbiamo gi parlato e abbiamo concluso un patto io, Beth e
Toph, fin dall'inizio. Il patto era che avremmo fatto il possibile per continuare ad avere una situazione
normale e per mantenere un'ordinariet di vita anche superiore a quella che avevamo prima; ma al
tempo stesso non ci saremmo forzati alla vita di sacrificio a ogni costo che faceva nostra madre, e che
riteniamo sia stata la causa unica e vera della sua morte.
Sul modulo hai scritto che si  trattato di cancro.
Certo, tecnicamente. Ma era cancro allo stomaco, che  estremamente raro e di origine ignota, e io e
Beth - siamo noi quelli che rimuginano sulle cose, mentre Bill ha girato pagina ed  mentalmente molto
pi sano di noi, anzi direi che all'apparenza  una persona del tutto normale - io e Beth, dicevo, siamo
arrivati a pensare che la nascita e lo sviluppo di questo cancro siano stati dovuti all'interiorizzazione di
tutto lo stress, di tutti i suoi doveri, di tutto quel barcamenarsi con la famiglia per pi di venti anni, il
fatto che alla fin fine si riduceva... era un po' come un soldato che si getta su una mina per salvare il
suo... no, forse  un paragone un po' scadente. Voglio dire,  come se avesse ingerito il caos, e lo avesse
recluso l dentro, e quello si  infettato ed  cresciuto, oscuro, dentro di lei, e le  venuto il cancro.
Lo pensi veramente?
Certo. Pi o meno.
Stavi dicendo di questo patto...?
Il patto era che mentre io e Beth avremmo cercato di tenere duro e andare avanti, creando un
mondo di relativo ordine, dando a Toph una vita quanto pi normale possibile, date le circostanze, se si
fossero verificate delle opportunit, avremmo fatto tutto il possibile per... Voglio dire, il punto era che
non ci saremmo sfruttati a vicenda, non avremmo usato a nostro vantaggio i nostri obblighi per dire di
no a certe cose. Perlomeno se ce la fossimo potuta cavare in qualche altro modo. Intendo dire, non hai
idea di come l'abbiamo protetto finora dal mondo, praticamente non ha mai sentito una parolaccia in
vita sua; per abbiamo anche giurato a noi stessi che avremmo fatto del nostro meglio per facilitarci le
cose che desideravamo fare, e che non avremmo commesso l'errore di limitarci per poi magari serbare
rancore e anni dopo biasimarci a vicenda, giusto? Anzi, c' una storia buffa a questo proposito. C'era
una buffa parola che mia madre di tanto in tanto usava per chiamarci. Adesso cerco di spiegartela. La
parola era "mrite".
Cosa vuol dire "mrite"?
Eh, eh, eh. Brava. Sapevo che me l'avresti chiesto. Scherzo.  quello che mi sono sempre chiesto
anch'io. Quando eravamo tristi per qualche ragione o avevamo il raffreddore e ci lamentavamo perch
dovevamo andare a scuola, dato che ci era praticamente proibito di rimanere a casa - mai mancato a una
lezione in vita mia fino agli ultimi anni di liceo - mia mamma diceva, eddai non fare il "mrite"! E noi
abbiamo sempre pensato che avesse a che fare con l'essere ingiustificatamente tristi per qualcosa. Poi un
giorno, quando ero gi al liceo, ho capito. Era una parola storpiata con l'accento di Boston.
Martire.
Giusto, la parola era martire. Naturalmente mia mamma era una delle pi grandi martiri di tutti i
tempi.
E riguardo al programma...
Certo. In termini di The Real World, mi immagino che di tanto in tanto potrei vedere Toph, ma che in
quel periodo lui starebbe principalmente con Beth. Anzi, Beth potrebbe trasferirsi addirittura da noi,
dormire l eccetera, e io cercherei di esserci il pi spesso possibile, e magari alla fin fine non
passeremmo insieme meno tempo di adesso. Voglio dire, me la immagino, la situazione, fare avanti e
indietro tra qui e Berkeley, il cameraman assieme a me in macchina mentre torno a casa la sera o
quando sar, la musica in sottofondo, io in macchina con lui, come un pap divorziato... Lo vedi anche
tu il potenziale della situazione, no? Sarebbe piuttosto toccante. E poi, qualche volta, anche lui potrebbe
venire con me nella casa di The Real World. Sarebbe grandioso. Tv di sfondamento.
Come si sentirebbe in una simile situazione?
Sono sicuro che gli piacerebbe da impazzire.
 disinvolto di fronte alle telecamere?
A dire il vero no:  un ragazzino un po' timido.
Mmmm...
Il mio cuore  puro.
Come, scusa?
Niente.
Perch vuoi essere parte del programma?
Perch voglio che tutti siano testimoni della mia giovinezza.
Perch?
Non  fantastico?
Chi  fantastico?
Cio, non in quel senso. Intendo dire che  tutto come se fosse in boccio. Non  questo che fate,
voialtri? Mostrate frutti selvatici, giusto? Sia che la si mostri in un video o durante una vacanza
primaverile dal college, il punto  l'amplificazione della giovinezza, il proporre ed espandere tutto quello
che significa l'essere qui e ora, l'et della vita in cui tutto  permesso e il corpo  onnidesiderante,
affamato, avido, travolgente, un vortice di energia che risucchia tutto quanto intorno a s. Voglio dire,
siamo nello stesso genere di business, io e voi, anche se adottiamo approcci profondamente differenti,
ovvio, nel senso che il vostro The Real World, senza offesa,  brutalmente banale, mentre invece i video
almeno non pretendono di essere se non quello che sono... Ma voialtri, il vostro programma, nel
momento in cui afferma di fare di pi, possiede invece una strana capacit di appiattire ogni profondit
e sfumatura delle persone.
E allora perch sei qui?
Perch voglio che tu condivida la mia sofferenza.
A me non pare che tu soffra.
Davvero?
Sembri anzi un tipo piuttosto allegro.
Be', certo. Ma non sempre. In certi momenti  dura. Ebbene s. A volte  durissima. Voglio dire, non
 che puoi soffrire costantemente. Ma soffro abbastanza. A volte.
E perch vuoi condividere la tua sofferenza?
Condividendola riuscir a diluirla.
In verit ho l'impressione dell'esatto contrario. Condividendola riusciresti solo ad amplificarla.
Cosa intendi dire?
Che raccontando a tutti la tua storia te ne libereresti solo in apparenza, ma in effetti, visto che tutti saprebbero di te e
conoscerebbero la tua storia, non finiresti poi con l'essere costretto a ricordarla all'infinito, fino a non riuscire pi sfuggirle?
Forse. Ma considera la cosa in questo modo: il cancro allo stomaco  genetico, e si trasmette
perlopi per linea femminile, ma dato che secondo Beth, e anch'io la penso cos, tutto  stato causato
dalla dispepsia, e la dispepsia a sua volta da tutto quell'ingoiare caos e crudelt, noi abbiamo deciso che
non ingoieremo pi nulla, non lasceremo che marcisca dentro di noi, immerso nei suoi stessi succhi,
bile che divora bile... Io e Beth ci liberiamo. Io non trattengo pi. Il dolore arriva e io lo prendo, lo
mastico per un minuto e poi lo risputo fuori. Non ci sto pi e basta.
Ma se negli occhi di chiunque incontrerete...
Allora vorr dire che ci sar data sempre pi compassione.
Ma presto diventer storia vecchia.
Vorr dire che a quel punto mi trasferir in Namibia.
Mmmm...
Io sono un orfano d'America.
Cosa?
Niente.
E a proposito della diluizione del dolore...
A questo punto entra in gioco il reticolo.
Il reticolo?
Il reticolo di cui siamo parte, o da cui siamo separati. Il reticolo  il tessuto connettivo. Il reticolo 
chiunque altro, la gente che mi sta intorno, la giovent in senso collettivo, la gente come me, cuori
pronti per amare, cervelli fervidi. Il reticolo  chiunque io abbia mai conosciuto in vita mia, soprattutto
della mia et o gi di l... Io so poco altro del mondo, e conosco al massimo sei o sette persone sopra la
quarantina, e non so mai cosa dirgli. Ma quelli come me, invece, noi siamo sempre l, sempre pronti a
ricominciare in qualunque momento... Io vedo tutti noi come una cosa sola, una gigantesca matrice, un
esercito, un intero, ognuno di noi responsabile nei confronti dell'altro, perch nessun altro lo . Intendo
dire che ogni persona che oltrepassi la nostra soglia per prestare il proprio aiuto per Might diviene
parte del nostro reticolo: Matt Ness, Nancy Miller, Larry Smith, Shelley Smith (non sono parenti), Jason
Adams, Trevor Macarewich, John Nunes eccetera eccetera, tutta questa gente, la gente che viene da noi
o da cui noi andiamo, gli abbonati alla rivista, i nostri amici, i loro amici, e chiss chi altro, un oceano
umano che si muove come un'unica cosa, palpitante, ondeggiante...
Ehem...
Come una racchetta da neve.
Una racchetta da neve?
Le racchette da neve si indossano quando la neve  alta e farinosa.
Il reticolo all'interno dell'ovale della racchetta distribuisce il peso di colui che le indossa su un'area
pi ampia, allo scopo di impedirgli di sprofondare. Allo stesso modo la gente, le connessioni che hai
con la gente che conosci, diviene una sorta di reticolo, e pi persone conosci e pi persone conoscono
te, la tua situazione e la tua storia e i tuoi guai e quant'altro, pi forte e pi grande  il reticolo che ti
sostiene, e meno probabile  che tu...
Sprofondi nella neve.
Giusto.
Se permetti mi pare una metafora piuttosto scadente.
Effettivamente la sto ancora perfezionando.
Dunque non hai problemi all'idea di trovarti in un acquario.
Mi pare gi di trovarmi in un acquario.
Perch?
Ho la sensazione di essere sempre osservato.
Da chi?
Non ne ho idea. Ho sempre avuto la sensazione di essere osservato dalla gente, e che tutti sapessero
quello che facevo. Immagino che la cosa abbia avuto inizio con mia madre e con il modo in cui lei...
Aveva degli occhi pazzeschi, piccoli e acuminati, che si stringevano fino a diventare due fessure che ti
penetravano. Non perdeva un dettaglio, sia che stesse osservando qualcosa da vicino o dall'altra parte
del mondo. Vedeva tutto. Ecco perch io adoro i bagni. Amo i bagni perch di solito quando sono in
bagno sono sicuro, o almeno pi sicuro, che nessuno mi sta osservando. Trovo grande consolazione in
posti in cui la gente non mi pu guardare - stanze senza finestre, scantinati, camerette. Ho un po' questa
ossessione che la gente mi guardi o pensi di farlo. Non credo che succeda sempre, anzi probabilmente
accade piuttosto di rado che lo facciano davvero, ma il fatto  che potrebbe comunque succedere in
qualunque momento. Ecco qual  il punto, che in ogni istante ci potrebbe essere qualcuno che mi
guarda. Ne sono consapevole.
Come fai a esserlo?
Perch io guardo sempre la gente. Quando guardo la gente anch'io li attraverso con lo sguardo. 
una cosa che ho imparato da mia madre. Guardare non  sufficiente, bisogna mettere insieme occhi e
cervello, come uno stormo di uccelli rapaci che svolazzano, strappano, beccano... Io so tutto della gente
quando la osservo anche solo per un minuto. Dai loro vestiti, dal loro modo di camminare, dalle loro
mani e dai capelli sono in grado di sapere tutto ci che di malvagio hanno commesso. So dove hanno
mancato e dove mancheranno e quanto sono tristi per questo.
E la gente fa lo stesso con te?
Chiss, forse.
E allora cosa fai?
Sto a casa. Le camere da letto a volte sono luoghi sicuri, se la porta  chiusa e le tende sono tirate,
ma metti che ci siano delle spie sugli alberi, allora potrebbero riuscire a vedere qualcosa. Le finestre
sono perfette per guardare fuori, ma pericolosissime se ci stai davanti. Anche se controlli, e ti assicuri
che non ci sia nessuno nascosto sugli alberi, qualcuno che ti spia potrebbe essere nascosto in qualche
luogo non immediatamente visibile, impossibile da scoprire a occhio nudo. C' gente che usa telescopi,
binocoli. Io li ho usati. La gente pu nascondersi negli armadi. Bisognerebbe sempre controllare gli
armadi. Anche i ripostigli andrebbero sempre controllati - del resto ci vuole un secondo. E anche le
cassapanche particolarmente grandi. Le porte aperte vanno evitate. I bagni sono ok. L'unico problema
con i bagni  la possibilit di uno specchio tipo quelli della polizia. Anni fa ho controllato tutti gli
specchi in casa nostra per assicurarmi che dall'altra parte non ci fossero delle finestre nascoste con
gente dietro intenta a spiare. Ma non ce n'erano.
Adesso stai esagerando.
Va bene, vuoi sentire una storia davvero triste? La scorsa notte ero a casa e stavo ascoltando un
disco. A un certo punto c'era una canzone che mi piaceva particolarmente e mi sono messo a cantare ad
alta voce, forte abbastanza da sentirmi ma non abbastanza da svegliare Toph che dormiva nella camera
accanto, e io ero di l che cantavo e intanto mi passavo le mani tra i capelli in modo un po' strano e
anche un filo ossessivo, tipo un movimento lento da sciampista -  una cosa che faccio di tanto in tanto
con i capelli, quando sono da solo e mi sto godendo della buona musica - e dunque cantavo e facevo il
mio massaggio ai capelli in slow motion, sbagliando tutte le parole della canzone, e a un certo punto,
anche se erano le due e mezzo del mattino, all'improvviso sono stato colto da un subitaneo e profondo
imbarazzo, all'idea che qualcuno potesse vedere la mia performance, dalla finestra, nel buio, dalla strada.
Anzi, ero sicuro, quasi lo vedevo con i miei occhi, che qualcuno - magari anche insieme a degli amici -
stava ridendo di gusto alle mie spalle.
Dev'essere davvero treme...
Evvia, che deve fare il nostro cervello se non dilettarsi con questo genere di espedienti? Non so
davvero come si possa funzionare, senza una semiperenne condizione di caos interiore. Io impazzirei.
Ehm, sei sicuro di volermi raccontare tutte queste cose?
Perch, quali cose?
Dei tuoi genitori, la paranoia...
Be', cos' che ti sto raccontando, in fondo? Non ti sto dando proprio niente. Ti sto dando cose che
Dio sa, che chiunque sa. I miei genitori sono famosi nella loro morte. E questo sar il mio monumento
costruito alla loro memoria. Io do a te tutte queste cose, ti racconto delle gambe di mio padre e delle
parrucche di mia madre - pi avanti in questo capitolo - e ti racconto i miei dubbi sull'opportunit di
fare sesso davanti all'armadio a specchi dei miei genitori la notte del funerale di mio padre, ma dopo
tutto, alla fine che cosa ti ho mai dato di cos prezioso? Potresti pensare di sapere qualcosa di me, a quel
punto, ma invece non sai ancora nulla. Io racconto, e un secondo dopo tutto  sparito. Non mi interessa
- e come potrebbe? Ti racconto con quante ragazze sono andato a letto (trentadue), o di come i miei
genitori hanno lasciato questo mondo, e alla fin fine che cosa ti ho dato? Niente. Posso dirti i nomi dei
miei amici, i loro numeri di telefono...
Marny Requa: 415-431-2435
K.C. Fuller: 415-922-7893
Kirsten Stewart: 415-614-1976
ma cos' che hai in mano? Nulla. Tutti mi hanno dato il permesso di farlo. E perch? Perch tu non
hai nulla, al massimo qualche numero di telefono. Pu sembrare qualcosa di prezioso al massimo per
uno o due secondi. Tu puoi avere solo quello che io posso permettermi di dare. E tu sei il mendicante
che implora una qualsiasi cosa, mentre io sono il passante frettoloso che butta un quarto di dollaro nel
bicchiere di carta che protendi verso di me. Questo  quanto ti posso dare. E non mi annienta. Ti do
virtualmente tutto quello che possiedo. Ti do le cose migliori di me, e anche se si tratta di cose che amo,
ricordi di cui faccio tesoro, belli o brutti che siano, come le foto della mia famiglia appese al muro,
posso mostrartele senza che esse per questo ne vengano sminuite. Posso permettermi di darti anche
tutto quanto. Trasaliamo di fronte agli sciagurati che nei programmi pomeridiani rivelano i loro orrendi
segreti di fronte a milioni di spettatori, eppure... che cosa abbiamo tolto loro, e loro che cosa ci hanno
dato? Niente. Sappiamo che Janine ha scopato con il fidanzato di sua figlia ma... e allora? Moriremo un
giorno e avremo protetto... che cosa? Avremo protetto dal mondo il fatto che facciamo questo o quello,
che muoviamo le braccia in questo e quest'altro modo, e che la nostra bocca ha prodotto questi o questi
altri suoni? Ma per favore. Ci sembra che rivelare cose imbarazzanti o private, tipo, che ne so, le nostre
abitudini masturbatone (quanto a me, circa una volta al giorno, perlopi sotto la doccia), significhi -
proprio come per i primitivi che temono che la macchina fotografica gli possa portare via l'anima - che
abbiamo dato a qualcuno una cosa che noi identifichiamo come i nostri segreti, il nostro passato e le
sue zone oscure, la nostra identit, nella convinzione che rivelare le nostre abitudini o le nostre perdite
o le nostre imprese in qualche modo ci deprivi di qualcosa. Ma in realt  proprio il contrario, di pi  di
pi  di pi, pi si sanguina pi si d. Queste cose, i dettagli, le storie e quant'altro, sono come la pelle di
cui i serpenti si spogliano, lasciandola a chiunque da guardare. Che cosa gliene frega al serpente di dov'
la sua pelle, di chi la vede? La lascia l dove ha fatto la muta. Ore, giorni o mesi dopo, noi troviamo la
pelle e scopriamo qualcosa del serpente, quant'era grosso, quanto era lungo approssimativamente, ma
ben poco altro. Sappiamo dove si trova il serpente adesso? A cosa sta pensando? No. Per quel che ne
sappiamo, il serpente adesso potrebbe girare in pelliccia, potrebbe vendere matite a Hanoi. Quella pelle
non  pi sua, la indossava perch ci era cresciuto dentro, ma poi si  seccata e gli si  staccata di dosso,
e lui e chiunque altro adesso possono vederla.
E tu saresti il serpente?
Certo. Io sono il serpente. E dunque, il serpente dovrebbe portare la pelle con s, tenersela sempre
sotto braccio? Dovrebbe farlo?
No?
No, certo che no! Non ha braccia, un serpente! Come cazzo fa a portarsi in giro la pelle? Per favore.
Ma proprio come il serpente, io non ho braccia - metaforicamente parlando, voglio dire - per portare
con me tutto quanto. E poi non sono pi cose mie. Nessuna  mia. Mio padre non  mio, non in quel
senso, almeno. La sua morte e quello che ha fatto non  roba mia. N lo sono il modo in cui sono stato
educato, n la mia citt, n le sue tragedie. Come potrebbero essere mie cose del genere? Ritenermi
responsabile di mantenere il segreto su queste cose mi parrebbe ridicolo. Sono nato in una citt e in una
famiglia, e questa citt e questa famiglia mi sono capitate. Non le possiedo. Sono di tutti. In
condivisione. E mi piace, mi piace l'idea di averne fatto parte, morirei o ucciderei per proteggere coloro
che ne fanno parte, ma non reclamo nessuna esclusivit. Eccovi tutto. Prendetevelo. Fatene quello che
volete. Fatene buon uso. E come ottenere elettricit dai rifiuti. Fin troppo bello per essere vero, l'idea di
poter creare qualcosa di buono da roba come questa.
Ma, e la tua privacy?
Roba da poco, eccessiva, avuta facilmente, persa, riguadagnata, comprata, venduta.
E che dire dello sfruttamento? Dell'esibizionismo?
Sei cattolica?
No.
E allora perch parli di esibizionismo?  un termine ridicolo. Qualcuno desidera celebrare la propria
esistenza e tu lo chiami esibizionismo.  meschino. Se non vuoi che nessuno sappia della tua esistenza,
allora puoi anche farla finita. Stai occupando spazio, stai rubando aria.
E la dignit?
Un giorno morirai, e quando accadr, sperimenterai una profonda mancanza di dignit. Morire non
 mai dignitoso,  brutale e basta. Che cosa c' di dignitoso nel morire? Non  mai dignitoso. E
l'oscurit?  offensiva. La dignit  una forma di affettazione, graziosa ma eccentrica, come imparare il
francese o collezionare sciarpe. Ed  qualcosa di volatile e incredibilmente mercuriale. Oltre che
soggettivo. Ragion per cui vaffanculo.
E allora per te  tutta roba trita?
Quando mia madre stava morendo, in tinello, di tanto in tanto andavo in salotto che, strano a dirsi,
riceveva quasi tutta la luce della casa; e seduto sul divano bianco, in mezzo alla sua collezione di
bambole, scrivevo quello che avrei detto al suo funerale. Tenevo dei fogli di carta sotto il divano, alcune
pagine ripiegate strappate da un quaderno. Mi sedevo, tiravo fuori quelle pagine da sotto il divano e mi
mettevo a pensare che cosa scrivere.
E tua madre era in tinello?
S, stava l, e a quel punto era mezza andata per via della morfina. Mia sorella e io ci aspettavamo che
se ne andasse in qualsiasi momento, perci ogni mattina, o tutte le volte che lasciavamo la stanza per
pi di mezz'ora, correvamo di l chiedendoci se nel frattempo fosse morta. In realt non  esatto dire
che correvamo nella stanza, dato che non volevamo allarmarla o infastidirla, perch lei avrebbe capito
subito, per cui correvamo fino all'ingresso del tinello e poi ci fermavamo, infilando giusto la testa e
osservandole il petto, fissando intensamente lo sterno fino a che vedevamo che si muoveva, e allora
capivamo che stava ancora respirando. Qualche volta era un'attesa dolorosamente lunga, dovevamo
avvicinarci, chinarci silenziosamente su di lei e cercare di percepire un movimento anche minimo di un
muscolo del suo viso...  andata avanti cos per settimane. Ma dopo un po', in particolare quando aveva
perso conoscenza, il suo respiro era tutto ci che restava di lei, e abbiamo cominciato a farci domande
sui tempi.
Cosa intendi dire?
Be',  impossibile a quel punto non cominciare a pensare di arrangiare le cose nel modo migliore. Per
esempio, eravamo tutti l per le vacanze di Natale, e a quel punto desideravamo davvero che finisse
prima che arrivasse il momento in cui saremmo dovuti ripartire. Io volevo che fossimo tutti l, me l'ero
figurato centinaia di volte, con tutti i miei amici, vestiti bene, che sfilano, gli occhi a terra, per poi sedersi
in un grande gruppo, nel mezzo della stanza. E in fondo, durante quelle vacanze di Natale, anche loro
stavano pensavano esattamente la stessa cosa. Speravano che se ne sarebbe andata mentre si trovavano
a casa.
Ma...
Ma invece lei ha tenuto duro. Beth ha cominciato anche a chiamarla Terminator, che secondo me era
pure un po' di cattivo gusto, ma...
Sai, mentre parliamo, riesco a vedermi riflesso dentro l'obiettivo della telecamera. E riesco a vedere
che ho un aspetto tremendo. Sto facendo una strana smorfia. Ho le labbra arricciate e la fronte
aggrottata. Cristo, non sono per nulla telegenico. Questo potrebbe essere un problema, no?
Stavi dicendo del discorso...
Ah s, dunque, me ne stavo l a scrivere il discorso, sul divano, mentre mia madre era nell'altra
stanza. Dato che il divano era bianco, e la penna continuava a cascarmi di mano, decisi di scrivere a
matita, e scrivevo, me la mettevo in bocca, cancellavo, riscrivevo. Non sapevo da che parte cominciare,
non capivo da dove partire. Dalla sua infanzia? Sarebbe dovuta essere una biografia? Dovevo raccontare
qualche aneddoto? Cominciavo e ricominciavo, ma invariabilmente continuavo a tornare a quello che
sentivo io sulla sua morte e al punto in cui la sua morte aveva lasciato me.
Interessante.
S, al momento mi sembrava che la strada fosse quella. Ho lasciato che Bill parlasse per un po' della
sua vita, di quanto fosse stata una buona madre, e che raccontasse alcuni tratti specifici della sua
personalit. A un certo punto lui  anche partito per la tangente a raccontare di come ci avesse sempre
sostenuto nel nostro hobby di collezionisti, dato che lui collezionava trenini, io orsacchiotti e Beth
bambole. Com' ovvio, tutto ci mi parve assolutamente insufficiente. Voglio dire, come diavolo pu
funzionare, il riassunto di una vita in pochi... e comunque, mentre Bill parlava io ero l seduto, e
osservavo padre Mike, il nostro prete, a cui avrei dovuto fare segno che volevo alzarmi in piedi e
parlare, dato che nei giorni prima del funerale non ero riuscito a decidermi se volevo farlo o no. Ma a
quel punto avevo un discorso, ne avevo scritto la conclusione proprio la notte prima, tardi, nel buio del
salotto. Per cui, mentre Bill parlava, io ho incrociato lo sguardo di padre Mike, e anche se gli ho fatto
cenno per dirgli che avevo qualcosa da dire e volevo condividerlo con gli altri, in quello stesso
momento desideravo solo di fare marcia indietro e che fosse tutto finito e che fossimo gi in macchina,
sulla Nissan di mio padre, parcheggiata e carica di bagagli, in partenza per la Florida, cos entro
mezzanotte potevamo gi essere a met strada. Ma poi invece padre Mike mi ha presentato e allora mi
sono alzato e....
Cosa c'? Perch sei sobbalzato?
Niente. Mi  appena venuta in mente una cosa. A ogni modo, quando ho parlato ho fatto presente a
tutti quanto ci sentissimo ingannati, noi, io. Ma sono stato anche pietoso. Ho detto qualcosa in modo
da, come dire, potermi alzare in piedi e lamentarmi del fatto che lei non avrebbe mai visto i nostri figli,
e di quanto tutto ci fosse ingiusto, che lei se ne andasse pochi mesi dopo mio padre, e di come fosse
difficile per tutti noi. Ma poi, con la voce che mi si incrinava, ho anche detto che non avremmo dovuto
pensare cose cos tristi, che avremmo dovuto solo scegliere una stella luminosa nel cielo nero e pensare
a lei, e poi sceglierne un'altra, vicina, e pensare a mio padre.
Mmmmbe'...
Lo so, lo so,  terribile, dozzinale, meschino. E peggio ancora, ho anche fatto un disegno di lei sul
letto di morte.
Ma che cosa c'en...
A quel punto era ormai andata del tutto, in termini di conoscenza. Di tanto in tanto balbettava
qualcosa, a volte si alzava a sedere e cominciava a parlare. Ma altrimenti era solo un respiro, un
gorgoglio, le candele nella stanza e la sua pelle calda. E tanta attesa, tanta. Sedevamo nella stanza per
tutto il giorno e la notte, facendo turni, io e Beth, Toph di solito stava di sotto, mentre io e Beth la
guardavamo, le tenevamo la mano, ci addormentavamo l, a volte accoccolandoci vicino a lei, in attesa
del momento finale, cos da essere tutti insieme per la fine, quella vera. E nel corso di quella attesa, una
notte, al buio, seduto su una sedia alla sua sinistra, mi sono deciso a farle un ritratto con una matita
grassa su un grande blocco da disegno. Dapprima ho buttato gi uno schizzo, giusto un abbozzo per
essere sicuro di farci stare tutto nel foglio, con qualche aggiustamento qua e l. Mi pareva che sarei
uscito dal margine a sinistra. Le ho spostato lievemente la testa a destra, in modo da farci stare tutto il
cuscino. Poi ho schizzato rapidamente il letto, con le sue barre di metallo, e ho cominciato a disegnarle
il viso. Di solito non comincio mai dal viso, perch se non viene somigliante rovina tutto il resto, ma
quella volta disegnare il suo volto  stato facile, dato che il profilo aveva una sua semplice geometria,
smagrito com'era, appena sporgente dai cuscini, assottigliato da chiss quale processo biologico che le
faceva cadere il volto, appiattendolo, quel volto lucido d'itterizia e per le escrezioni che le trasudavano
dalla pelle e che sarebbero uscite da altre parti del corpo se il suo corpo avesse funzionato come
doveva. Poi disegnai i tubi e la sacca, la rete del letto in alluminio, le coperte. Quando ebbi finito, pensai
che era abbastanza somigliante, un bel disegno, con parecchi dettagli al centro, meno forse ai lati. Ce
l'ho ancora, quel disegno, anche se  un po' rovinato sugli orli... Non sono mai stato bravo a conservare
i disegni. Li tengo ma li maltratto. Questo disegno, per esempio, dei diecimila che ho fatto quando ero a
scuola o in altre occasioni, potrebbe tranquillamente essere il pi importante che ho fatto o che mai
far, ma un giorno l'ho cercato e l'ho trovato ficcato dentro un vecchio portfolio, con gli angoli piegati.
Com' che sono cos disattento, nei riguardi della memoria di mia madre? Voglio dire, che cosa
significa?
Potrebbe semplicemente trattarsi di qualcosa di sentimentalmente...
Me lo chiedo. Ma ricordo anche che pensavo di farle delle fotografie. A quel tempo dipingevo
parecchio da fotografie, e pensavo che mi sarebbero venute utili in un secondo momento; avrei potuto
fame parecchie, da diverse angolature, per poi usarle come materiale pi avanti.
Ma poi non l'hai fatto.
No. A dirti la verit non ci sono mai nemmeno andato vicino, ma il punto  che ci ho pensato.
Dopo di che siete andati in Florida.
Dopo il funerale abbiamo trascorso una ventina di minuti a base di t e biscottini in chiesa e poi
abbiamo salutato tutti quanti. C'era Kirsten, la mia ragazza di allora, e c'era Bill, e lo zio Dan, e dopo un
po' abbiamo pi o meno detto ciao a tutti, vi vogliamo bene, ci vediamo, e ce la siamo battuta, schizzati
di adrenalina, e abbiamo guidato fino a mezzanotte, fermandoci ad Atlanta. Il giorno dopo abbiamo
guidato finch a un certo punto, lungo l'autostrada, non abbiamo visto la sabbia ed eravamo in Florida,
e abbiamo comprato dei costumi da bagno nuovi e abbiamo riempito la macchina di sabbia - la
macchina che nostro padre non ci lasciava mai guidare e in cui ci era proibito entrare se stavamo
mangiando - e la sera abbiamo guardato il canale HBO alla tv, e durante il giorno io e Toph giocavamo
a frisbee su una spiaggia bianca, bianchissima, e il vento era caldo e umido, e la sera abbiamo chiamato
Bill e per un attimo abbiamo pensato di fare visita ad alcuni parenti che avevamo da quelle parti - Tom e
Dot, mi pare di averli nominati, prima - ma poi non l'abbiamo fatto perch erano vecchi e per il
momento avevamo chiuso con certa gente.
Dopo di che...
Non gli ho mai dato una sepoltura.
Come, scusa? Cosa intendi...
Non so dove sono.
Che significa?
Sono stati cremati. Avevano deciso insieme, Dio sa perch e da dove avevano preso l'idea, che
avrebbero donato il proprio corpo alla ricerca scientifica. Non conoscevamo le ragioni di una simile
decisione, dato che non ci pareva che fosse in sintonia con quello in cui credevano, n gliene avevamo
mai sentito parlare. Mio padre era ateo, lo sapevamo - mia madre diceva che lui era della religione del
"Grande Albero" - per cui forse nel suo caso aveva un senso, ma mia madre era fortemente cattolica, di
gran lunga pi romantica ed emotiva su queste faccende. Forse anche superstiziosa, su tale genere di
cose. Ma, tutto a un tratto, queste erano le disposizioni. Non ricordo se lo siamo venuti a sapere prima
o dopo. Deve essere stato dopo la morte di lui e prima della morte di lei, adesso che ci penso, ed ecco
quello che  successo. Dopo che sono stati portati all'obitorio o dove si va in questi casi, a un certo
punto siamo stati chiamati da un servizio donatori, e i cadaveri sono stati portati in questa o quella
facolt di medicina, dove Dio solo sa cosa gli hanno fatto.
 una cosa che ti disturba?
Be', s, certo. Al momento abbiamo anche pensato che si trattava di un gesto nobile. Ci aveva
sorpreso, questa faccenda della donazione, ma con il mondo che ci girava intorno come impazzito, ci
siamo adattati anche a questo, visto poi che in fondo rendeva anche tutto pi facile.
Cosa intendi dire?
Voglio dire la bara e tutto il resto, o meglio la sua assenza.
Non avete preso una bara?
No. Niente. Abbiamo fatto il funerale e tutto il resto, ma dato che non ci sarebbe stato un corpo,
abbiamo deciso di non prendere una bara.
Per cui non c' stata una cerimonia vera e propria, al cimitero...
No.
E non hanno una tomba.
Non hanno una tomba. In effetti non abbiamo idea di dove si trovino. Voglio dire, i tizi del centro
cremazioni ci hanno detto che non appena quelli delle donazioni avessero finito, li avrebbero cremati e
poi ci avrebbero mandato i resti, ma non l'hanno mai fatto. Perlomeno non fino a oggi. Doveva
succedere entro tre mesi, ma a questo punto sono passati quasi due anni.
E perci non avete i resti?
Gi. A dire il vero  una cosa anche un po' buffa. Non li chiamano "resti", li chiamano "ceneri". Ma
noi pensiamo che prima o poi arriveranno. Beth pensa che non ci siano ancora arrivate perch ci siamo
trasferiti un paio di volte, e che forse hanno cercato di contattarci e non sono riusciti a trovarci, dal
momento che prima siamo finiti in subaffitto a Berkeley, e poi ci siamo spostati di nuovo, e magari, chi
lo sa, alla fine le hanno buttate via. Io credo che siano ancora da qualche parte.
Hai provato a contattare il servizio donatori?
No, ma credo che Beth l'abbia fatto.  un argomento di cui parliamo ogni paio di mesi, a dire la
verit, ma con frequenza sempre minore. E difficile, perch pi passa il tempo, pi difficile diventa per
noi riaprire l'argomento. Non so,  imbarazzante. Almeno per me. Sai, quella storia, e la mancanza di
tombe, di funerali, il fatto di aver venduto o buttato via la maggior parte degli oggetti della casa. Era
tutto talmente confuso, e noi stavamo andando in un posto a mille miglia, e c'erano cos tante cose da
fare. Io stavo cercando di finire l'universit, e facevo avanti e indietro, tre giorni a Chicago e tre giorni a
Champaign per tutta la primavera, e Beth doveva fare il resto: cercare di vendere la casa, stare dietro
all'agenzia immobiliare, trovare una scuola a Berkeley per Toph, pagare tutti i conti, vendere la
macchina della mamma... Eravamo convinti del fatto che comunque tutto ci sarebbe stato perdonato,
qualunque errore di valutazione, qualunque sbaglio, tutti gli orribili errori che stavamo commettendo.
Come certe cose che abbiamo venduto...
Adesso te ne penti.
A volte. A volte io e Beth siamo d'accordo nel dire che  meglio cos, che abbiamo fato piazza pulita,
abbiamo voltato pagina rispetto al passato, alla casa, e a tutte le cose che... sai,  stata una cosa strana,
ma pi di una persona ci ha lasciato intendere la sua disapprovazione all'idea di prendere Toph e
portarlo con noi in California, ritenendo forse che la migliore rete di assistenza familiare si trovasse l, a
Lake Forest, eccetera eccetera. Ma Dio mio, credimi, per noi non c'era posto che fosse abbastanza
lontano, eravamo sicuri che l saremmo finiti con il diventare una specie di deprimenti leggende, tristi
celebrit locali, e Toph una sorta di trovatello del villaggio... Non se ne parlava nemmeno. Anche per
questo non ci eravamo presi la briga di organizzare la cerimonia del funerale o di acquistare le bare.
Beth dice sempre che i nostri genitori non volevano un funerale, e che erano convinti che tutto il
business dei funerali e delle tombe fosse solo un'associazione a delinquere, una ridicola tradizione di
origini esclusivamente commerciali, una specie di marchio della morte, oltre a essere assurdamente
costoso. Per cui ci siamo scaricati la coscienza cos, nella convinzione di avere in fondo aderito ai loro
desideri.
Tu credi che volessero veramente questo?
Nemmeno per idea. Beth s. Beth ne  sicura. Lei era l. Ma io... io onestamente penso che loro
ancora non riescono a credere che non li abbiamo sepolti e che nemmeno sappiamo dove si trovano. 
assolutamente pazzesco.
Forse.
Ma d'altra parte io penso per davvero che imbalsamare la gente, vestirla bene, truccarla sia... orrendo,
medievale. C' una parte di me a cui piace davvero l'idea che siano come scomparsi, volatilizzati... e che
noi, una volta che sono morti, non li abbiamo mai pi visti, e forse per il fatto che non sono stati mai
sepolti, forse  per quello che...
Sogni mai di loro, la notte?
Mia sorella li sogna costantemente, e nei suoi sogni i nostri genitori spesso sono contenti,
camminano e parlano e dicono un sacco di cose interessanti. Io, da quando sono morti, non ho mai
avuto visioni dei miei genitori che parlano e dicono cose interessanti. Quando ne discutiamo, quando
non siamo occupati a litigare su questioni di responsabilit e roba del genere, io e mia sorella ci sediamo
sul divano, e lei reclina la testa e si annoda una ciocca di capelli attorno al dito e rimette insieme i pezzi
dei suoi sogni pi vividi. Nella maggior parte dei casi, nostra madre fa cose molto semplici, come
guidare o cucinare, mentre quando sogna di mio padre, lui si sta nascondendo, ha appena ucciso
qualcuno o la sta inseguendo. Ma fa anche dei sogni in cui  molto tenero con lei. E allora io sono
geloso, perch anch'io vorrei vederli camminare e parlare, anche solo nella finzione di un sogno. Ma io
non sogno mai di loro. Non ho idea del perch e non so come porre rimedio alla cosa.
Perch non provi a pensare a loro appena prima di dormire? Potrebbe funzionare.
Ci ho provato. Voglio dire, ho provato a provare. Per esempio, proprio in questo momento sto
pensando, s, certo, stanotte lo faccio, grazie per avermelo ricordato. Ma poi, nel corso della giornata, a
un certo punto me lo dimenticher. Mi  gi successo un milione di volte. Perch non riesco a
ricordarmi di pensare ai miei genitori prima di addormentarmi? Perch non riesco anche solo a lasciare
un biglietto sul cuscino con su scritto: PENSARE AI GENITORI. Perch non riesco a farlo? Voglio
dire, la gratificazione sarebbe grandissima... se, per esempio, pensassi a mia madre appena prima di
dormire, c' una buona probabilit che riesca a riportarla in vita nei miei sogni - la fabbrica dei sogni, si
sa, a volte pu essere cos banalmente prevedibile - eppure io non riesco a convincermi a farlo, a
ricordarmi di farlo, a fare il minimo necessario per ricordarmi di farlo. Incredibile. In verit una volta ho
sognato mio padre, pi o meno. Nel sogno sto guidando per Elm Street, che  una strada vicino casa
nostra, ed  inverno, ma senza neve, solo grigio. Vado gi per la collina di ritorno a casa dall'alimentari
aperto ventiquattr'ore su ventiquattro, e all'improvviso, a circa un centinaio di metri, su una strada
parallela, attraverso i rami nudi di milioni di alberi, scorgo una macchina identica a quella di mio padre,
una Nissan grigia cos e cos, e dentro c' un uomo dai capelli grigi che indossa una vecchia giacca di
camoscio marrone, identico a mio padre, tranne che in sogno dubito che sia lui dato che nel sogno so
che  morto, per cui quella che vedo dev'essere una sorta di strana coincidenza o un miraggio - questo 
anche l'istante in cui il sogno  pi aderente alla logica nel momento in cui con pi evidenza se ne
allontana - e mi viene in mente che in realt mio padre potrebbe anche essere vivo, dato che la sua
morte ha avuto talmente poco senso,  stata un avvenimento cos improvviso e illogico che... e poi ci
sono gli altri elementi, il fatto che non l'abbiamo visto morire, che non possediamo i suoi resti, anzi le
sue ceneri, e nel sogno mi viene in mente che forse potrebbe trattarsi semplicemente dell'ennesimo
inganno, e che lui potrebbe essere vivo, dopo tutto...
Cosa intendi dire con "l'ennesimo inganno"?
Be', come tutte le persone che hanno problemi con l'alcol e si arrabattano a gestirlo pur avendo una
famiglia e un lavoro, mio padre era una specie di mago. I suoi trucchi, una volta smascherati, si
rivelavano piuttosto dozzinali, ma a suo tempo, e per anni e anni, ebbero il potere di ingannare un'intera
famiglia, per quanto di persone furbe e di natura sospettosa. Il suo trucchetto pi famoso fu quello
degli Alcolisti Anonimi, che prevedeva di frequentare le riunioni, organizzarne persino a casa nostra, e
nel frattempo continuare a bere le sue dita di liquore di nascosto. Fantastico. Una volta se ne and per
circa un mese in un centro specializzato per una terapia, mente noi eravamo sulla East Coast a fare
visita a certi parenti, e quando tornammo a casa lo trovammo sobrio, asciutto, con un'aria di trionfo
stampata in viso. Eravamo tutti al settimo cielo. Sentivamo finalmente di avere chiuso con tutta quella
storia, che la nostra famiglia era tornata pulita, che si voltava pagina, e che ormai, essendo di nuovo
sobrio e forte e tutto il resto, nostro padre avrebbe conquistato il mondo e ci avrebbe portato con s.
Sedevamo sulle sue ginocchia, lo adoravamo. Be', forse sto esagerando. Credo che in un certo senso
continuassimo a odiarlo e a temerlo, dopo tutti quegli anni di grida e di inseguimenti per la casa, eppure
resistevamo a quel sentimento, volevamo che tutto fosse normale - non sapevamo con esattezza che
cosa significasse "normale", o se avessimo mai fatto parte di questa categoria, adesso che ci penso - ma
a ogni modo eravamo colmi di speranza. E poi quegli incontri, compreso quello nel salotto di casa
nostra... Ci era stato ordinato di andare tutti a letto, quella volta, ma io ero uscito di nascosto dalla mia
camera e mi ero messo a spiare attraverso il corrimano della scala, e avevo visto tutti quegli adulti
confusi nella nebbia del fumo di sigaretta, e nostro padre tra gli altri, nel posto che occupava sempre a
Natale. Era strano vedere tutti quegli adulti in casa nostra - i miei non avevano una gran vita sociale -
ma il punto  che anche allora mio padre beveva, chiss, forse anche quella sera aveva bevuto - e noi
non lo sapevamo, e gli altri non lo sapevano - il che, se ci pensi,  un trucchetto fantastico, degno del
mio rispetto, dato che anch'io sono un tipo piuttosto diabolico.
Come faceva a bere senza farsi scoprire se era sempre a casa?
Eh gi. In casa non c'era una sola bottiglia. Frugammo dappertutto. Mia madre era attentissima, e
noi anche. Ma sai dove teneva l'alcol? Ti far morire da quanto  semplice. Ogni tanto, al mattino presto
 era l'unico momento in cui era da solo e si poteva muovere senza sollevare sospetti - usciva,
comprava una bottiglia di vodka e quattro o cinque litri di acqua tonica e li portava a casa.
E poi...
S, svuotava a met i contenitori di acqua tonica, li riempiva di vodka e poi gettava via le bottiglia. E
cos la sera, mentre eravamo tutti in salotto a guardare Un uomo in casa o chiss che, lui se ne andava in
cucina e - questo dettaglio  grandioso - si versava l'acqua tonica (ossia la vodka) in un bicchiere alto,
anzich in uno dei bicchieri bassi che usava un tempo e che avrebbero suggerito al casuale osservatore
la parola alcol. Un bicchiere alto, e ci aveva fottuti tutti quanti! Ricapitolando: che cosa va in un bicchiere
basso? Alcol. Che cosa va in un bicchiere alto? Una bella acqua tonica, chiaro! S, il bicchiere alto  la scelta
giusta per una fresca, innocua bibita analcolica. Ma te lo immagini? Probabilmente si sentiva l'uomo pi
furbo del mondo, o perlomeno pi furbo della sua ritardata progenie. E la cosa  andata avanti cos per
circa un anno, mentre noi eravamo tutti pieni d'orgoglio e di speranza, sicuri che avesse smesso e che
non ci sarebbero stati pi trasferimenti, per giorni, settimane, a volte mesi, da amici e parenti, che non
ci sarebbero pi stati discorsi di lasciarlo e cos via, e tutto questo mentre noi eravamo convinti che
stavamo ricostruendo la situazione. Da non credere. Naturalmente c' di peggio, ossia il fatto che con il
bicchiere alto (ricordati che bicchiere alto = bibita analcolica) andava a finire che beveva anche pi del
solito, e noi eravamo sempre pi confusi, perch mentre apparentemente era sobrio, dopo le dieci
ricominciava a parlare in modo strano, veniva colto ancora da accessi di rabbia improvvisa e
implacabile, per poi addormentarsi sistematicamente sul divano alle undici di ogni sera.
E quando l'avete scoperto ha smesso?
Per carit, no. Mia madre una volta usc sul patio, chiuse dietro di s la porta scorrevole e si mise a
gridare e a piangere, le braccia strette attorno alle spalle, e probabilmente volarono le solite minacce di
lasciarlo e tutto il resto. Ma alla fine ci rinunciammo. Mia madre era distrutta da lui, distrutta da noi; noi
tre eravamo da poco diventati quattro, e immagino che a un certo punto si rassegn al fatto che lui
avrebbe sempre bevuto, che era nato per bere, e va detto che era anche bravo a farlo, era un bevitore
strategico, non di quelli fuori controllo, tanto pi che se non provocato era del tutto innocuo. Per cui,
con il nuovo bambino da accudire, andarsene o mollarlo l su due piedi diventava un'ipotesi
impraticabile e addirittura spaventosa, per cui immagino che a un certo punto mia madre, esausta, abbia
deciso di venire a patti con la situazione, tipo tot drink a sera e non uno di pi eccetera eccetera. E se
pensi a tutto il tempo che ha continuato a ingannarci, ovviamente per evitare che la situazione
precipitasse, che andassimo via - facendo i salti mortali per sistemare le cose ed escogitando quelle sue
piccole tristi bugie, tipo l'acqua tonica e i bicchieri alti, per esempio - ecco, se la pensi in quest'ottica,
giungi anche alla conclusione che s, di sicuro non era un uomo perfetto, ma decente s. E poi, a quel
punto si decise anche a diminuire la sua dose serale, accettando una sorta di tregua, bevendo solo birra
o vino a casa; e quando Toph cominci a gattonare e a camminare, la situazione si stabilizz. E a dire il
vero, quasi preferivamo che le cose stessero cos. Tutta quella faccenda degli Alcolisti Anonimi era
disturbante, quegli adulti in casa nostra, le chiacchiere a bassa voce e il fumo, non sembrava il genere di
cose adatte a lui, che non era tipo da gruppi o un uomo che si beve quel genere di fesserie. In un certo
senso, non volevamo che nostro padre fosse membro degli Alcolisti Anonimi. Lui preferiva tenere sotto
controllo da s la situazione e risolversela da solo, e anche per noi era meglio cos. Gli Alcolisti Anonimi
per lui dovevano essere la morte, con tutti quei richiami a pi alti valori e roba del genere, che per lui
non aveva alcun senso. A ogni modo, nel momento in cui questa terapia fantasma cess, la situazione
miglior sensibilmente, perch almeno era tutto alla luce del sole, noi conoscevamo esattamente i suoi
parametri e lui conosceva i nostri, per cui eravamo in grado di fronteggiare le varie eventualit che si
potevano verificare. Anche perch quanto a questo io ero sempre stato del tutto impreparato, non
sapevo mai con sicurezza cosa mi dovevo aspettare. Perch vedi, fin da quando ero piccolo, ho sempre
avuto questa tremenda, orrifica immaginazione... Per esempio, per anni sono stato convinto che quando
andavamo a letto, il piano di sotto di casa nostra si trasformasse in una specie di laboratorio di
sperimentazione su cavie umane, un incrocio tra alcune sequenze che avevo intravisto di Coma Profondo e
Willy Wonka, pieno di Oompa-Loompa e cadaveri sospesi nel vuoto. E tutto ci, combinandosi con lo
squilibrio di mio padre, poteva produrre il caos e il terrore dove un istante prima non c'era... Voglio
dire, per quel che mi riguardava, quel sottile e logoro filo di fiducia che lega un genitore a un figlio si era
probabilmente spezzato quando avevo otto anni, con l'episodio della porta.
Vale a dire...
 successo in un momento in cui la situazione era davvero incasinata e mio padre aveva scarso
controllo delle sue azioni. Non ricordo quale fosse stato il problema in quell'occasione, a quanto pare
avevo combinato qualcosa che non andava e per questo meritavo una punizione... E, vuoi sapere una
cosa buffa? Quando dovevamo essere puniti ci veniva ordinato di "metterci in posizione", che poi
voleva dire sistemarsi a pancia in gi sulle sue ginocchia - carino, eh? - e ovviamente non avevo nessuna
intenzione di prendere parte a quella pagliacciata. Non che ci picchiasse forte - tra i due era mia madre
quella che menava duro - ma c'era qualcosa di assolutamente terrificante nel suo modo goffo di
armeggiare con noi, di strapazzarci... era qualcosa di totalmente imprevedibile, perch noi lo
conoscevamo abbastanza da sapere quando non era pi del tutto in s, per cui evitavamo di stargli
intorno quando era cos... Conosci quel gioco in cui devi correre cercando di passare da un capo
all'altro del campo, superando tutti i tuoi compagni di classe fino alla linea rossa oltre la quale nessuno
pu pi prenderti, e per non devi farti toccare a nessun costo dai loro candidi braccini, divenuti
all'improvviso appendici pericolose e terrificanti? Ecco, era un po' cos, un senso di terrore amplificato
dal dubbio, dall'imprevedibilit del suo comportamento - semplicemente non volevamo avvicinarci
troppo a lui per paura che ci potesse accadere qualcosa di inaspettato. Perci, quando il verdetto era
stato decretato e avevamo compreso che la sculacciata era imminente, ci mettevamo a correre. Tutte le
volte che adottavamo quella soluzione, cercando di scappare a una distanza sufficiente e per un tempo
abbastanza lungo perch la sua rabbia si placasse o perch intervenisse nostra madre - tentativo pi
aleatorio che concreto - guadagnavamo una proroga alla nostra condanna. Se l'episodio aveva luogo
durante il giorno scappavamo per la strada, fino ai giardini o al torrente o da un amico, e aspettavamo
fuori. La sera per, che era poi il momento in cui di solito accadevano queste cose, dato che vedevamo
nostro padre, fanatico del golf, solo per pochissime ore durante il giorno, naturalmente noi (o io) non
potevamo uscire, anche perch di sicuro fuori era anche peggio, dato che nel frattempo il quartiere
doveva essersi popolato di vampiri tipo Le notti di Salem o tipo la maschera di William Shatner in
Halloween. La sera perci le opzioni di fuga si limitavano all'interno della casa, e non erano nemmeno
poche, in realt, anche se ognuna aveva pregi e difetti. In cantina, per esempio, ci si poteva nascondere
nella zona caldaia o nel sottoscala, ma perch quei nascondigli fossero davvero sicuri occorreva tenere
le luci spente, e non si poteva mai essere certi del momento in cui sarebbero divenuti ricettacolo di
assassini o di cadaveri, evenienza del resto altamente probabile. C'erano poi armadi e ripostigli, che in
genere erano sicuri, anche se in un armadio, per quanto protettivo e tiepido possa essere, si pu essere
scovati in un secondo - le ante che scivolano e poi, improvvise, le mani che ti afferrano - per cui alla fin
fine i posti migliori restavano il bagno al piano di sopra e una delle camere da letto, stanze entrambe
dotate di semplici serrature che tenevano abbastanza a lungo da permettere che dall'altra parte della
porta la situazione si calmasse. Quella sera, come altre sere, corsi dunque in camera mia, chiusi la porta
a chiave, mettendomi in ascolto delle sue urla provenienti dal fondo delle scale - tutte le volte come
prima cosa reclamava assurdamente che noi uscissimo allo scoperto e ci consegnassimo cos che lui
potesse acchiapparci e trascinarci fino al divano, dove ci avrebbe strapazzato cercando di metterci in
posizione per darci la nostra sculacciata... assurdo. Non glielo dovevamo di certo, io almeno no, non
meritavamo nessuna sculacciata, per il semplice fatto che eravamo perfetti, inappuntabili o comunque,
se non proprio perfetti, perlomeno eravamo stati provocati a fare quello che avevamo fatto, e dunque,
chiuso in camera mia, lo sguardo fisso alla porta, in preda all'iperventilazione, cercavo disperatamente di
farmi venire un'idea. Rivolsi lo sguardo alla carta da parati, che era di quelle a poster a tutta parete, una
foresta in autunno tutta arancione, l'avevamo scelta io e mia mamma insieme, avevamo pensato che
fosse bellissima e dopo che l'avevamo attaccata ci eravamo seduti per terra a guardarla, e quella sera
avrei disperatamente voluto saltarci dentro e correre attraverso la foresta arancione, perch sembrava
una di quelle foreste davvero profonde e in pi l era giorno. Ovviamente non  che ho pensato per
davvero di farlo, non ero mica stupido o mentalmente disturbato, ma poi ho guardato l'altra parete,
quella contro cui si trovava il letto, bianca, sulla quale avevo disegnato con un pennarello una ventina di
piccoli mostri e dei sorridenti ma tuttavia temibili vichinghi fatti apposta per proteggermi la notte e per
materializzarsi tutte le volte che ne avessi avuto bisogno... ma invece non si materializzavano affatto, e
perch diavolo non lo facevano? Gli urli intanto continuavano e, avendo compreso che mio padre era
ancora al piano di sotto, uscii dalla mia camera, afferrai il telefono in corridoio e tornai dentro, facendo
passare il filo sotto la porta e richiudendola a chiave. Mi sistemai sul letto con il telefono in mano e
chiamai il centralino per farmi dare il prefisso di Boston. Poi per mi ricordai che non era Boston, era
Milton, fuori Boston. Allora chiamai per avere informazioni su come trovare mia zia Ruth a Milton. O
lo zio Ron. Lei era andata dagli Alcolisti Anonimi, e lui ci andava con lei, loro dovevano sapere che cosa
fare in questi casi... "Cosa devo fare?" gli avrei chiesto, e loro avrebbero saputo cosa fare, sarebbero
intervenuti... A quel punto per sentii i passi di mio padre che cominciava a salire le scale, cosa che
faceva solo di rado, quando era davvero molto arrabbiato e mia madre non era riuscita a calmarlo,
sentivo il tonfo dei passi su per gli scalini, lento, ma perch ci metteva cos tanto? Riattaccai, non c'era
pi tempo, ed escogitai un piano. Aprii la finestra che stava proprio sopra il letto, da cui invece strappai
le lenzuola. I tonfi intanto erano cessati, segno che ormai mio padre si trovava al secondo piano, a sei o
sette passi dalla porta della mia camera... Attorcigliai le lenzuola in modo da ricavarne una fune o
qualcosa del genere, come avevo visto fare alla tv, e proprio mentre le legavo alla testiera del letto sentii
mio padre mettere mano alla maniglia della porta, poi lo sentii gridare il mio nome talmente forte che
feci un balzo dalla paura, poi ci fu un gran picchiare alla porta e ordini urlati dal corridoio, e se solo
fossi riuscito a legare in tempo quell'affare.... I colpi intanto diventavano sempre pi forti e le lenzuola
adesso erano legate al letto, le tirai ben bene per provarle e sembravano reggere, del resto dovevano
reggermi giusto qualche secondo, il tempo di arrivare all'altezza da cui poter saltare, per cui mi girai in
modo tale da dare le spalle alla finestra e misi una una gamba fuori, sentendo il contatto del mio piede
nudo contro il legno ruvido della parete esterna della casa... E a quel punto i colpi alla porta cessarono.
Io avevo appena cominciato a calarmi ed ero per met fuori della finestra, la notte era umida e potevo
gi vedere sotto di me il terreno, il giardino dei vicini, mentre tenevo stretto il lenzuolo con due mani...
Mi fermai un istante, col respiro veloce, come un animale braccato, pensando, sperando che avesse
lasciato perdere... all'improvviso tutto si era fatto silenzioso. E poi la porta esplose all'interno della
stanza, in un milione di schegge, e in un attimo mi fu addosso.
Aveva buttato gi la porta.
La sfond, spaccando la serratura, il pomo e tutto il resto.
Accidenti.
Drammatico, eh?
S, direi di s. E poi ti ha punito pi severamente?
A dire il vero no. Quando mia madre ha sentito il rumore della porta che si rompeva  venuta su di
corsa e mio padre ha fatto in tempo ad avermi tra le mani solo per pochi secondi, prima che lei
arrivasse e le cose si mettessero male per lui. Alla fin fine si  risolta in una sorta di vendetta ai suoi
danni, perch quella volta, come ogni volta in cui riuscivamo a dimostrare la sua instabilit - dovrei
forse dire gli eccessi della sua volubilit, visto che quando era sobrio era una persona piuttosto normale,
persino spiritosa - sentivamo di avere segnato un punto a nostro favore, di avere aggiunto una tacca a
quella sorta di permanente tabella segnapunti che tenevamo sempre a portata di mano contro di lui.
Ricordo che di tanto in tanto avrei desiderato andare a scuola con dei lividi, dei tagli... lo sapevo dai
programmi del doposcuola che andava cos, l'insegnante nota qualcosa, e poi tutto finalmente viene alla
luce del sole, pi o meno semi-pubblico, dopo di che lui avrebbe ricevuto qualcosa come un
avvertimento e tutto si sarebbe assestato.
Per cui definiresti la tua una situazione di abuso di minore?
Oddio, no. Mio padre non ci picchiava mai forte, quando ci beccava. Non mi ricordo nemmeno che
ci facesse male.
Ah.
Era mia mamma quella che picchiava forte. Menava le mani pi spesso di lui, ma con lei almeno
sapevi che stava facendo qualcosa di cui aveva in qualche modo il controllo, anche se magari diceva "Ti
uccido!" un po' troppo spesso per sentirsi a proprio agio. Noi magari dicevamo qualcosa di un po'
troppo furbetto a tavola, e lei si avventava su di noi a grandi passi e ci appioppava una serie di ceffoni in
testa per un minuto, con una specie di mossa di karate a ripetizione, il braccio abbronzato che mulinava
fulmineo. Noi ci coprivamo la testa con le mani per schivare i colpi delle sue dita adorne di pesanti
anelloni, dono di sua madre. Dopo un po' era persino buffo. All'inizio non lo era per nulla, a dire il
vero, anzi ci cagavamo addosso e scappavamo di sopra o fuori casa per qualche ora al grido di
"Tiodiotiodiotiodio!", desiderandone la morte, desiderando una nuova famiglia, desiderando trasferirci
da una qualunque delle famiglie dei nostri amici che sentivamo in qualche modo pi normali.
Naturalmente non passava un'ora che eravamo di nuovo sulle sue ginocchia, felici come vongole. E
mano mano che crescevamo, tutta quella faccenda divent uno scherzo. Credo che sia stato Bill a
iniziare, alzando gli occhi al cielo quando mia madre si era avventata a colpi di karate contro di lui al
grido di "Piccolo farabutto!", e prendendosele tutte fino a che lei non si era stancata. Dopo di che
decidemmo anche noi di seguire il suo esempio. A quel punto eravamo adolescenti e non prendevamo
pi proprio sul serio quegli accessi di rabbia, ma lasciavamo che si sfogasse. Dopo un po' anche lei
cominciava a dimenticarsi del motivo per cui si era arrabbiata, e quando ci menava le veniva anche un
po' da ridere. Era uno spettacolo davvero strano, credimi, vederla mentre picchiava Bill o Beth in testa
gridando che voleva ucciderli intanto che anche a lei scappava da ridere.
E tuttavia una situazione del genere ti d una strana mentalit, un'abitudine all'emergenza. Vedevi le
mani sollevarsi, la rigidit del polso, le dita unite in stile kung fu e...
Naturalmente anche noi ce le davamo di santa ragione e passavamo buona parte della giornata a
escogitare piani per ucciderci l'un l'altro buttandoci gi dalla finestra o dalle scale, per cui onestamente
non sapevamo mai cosa aspettarci, perch, come sai, non ci vuole niente a oltrepassare le varie soglie
della violenza, dopo di che di rado si torna indietro; il sopra diventa sotto e la terra comincia a mancarti
sotto i piedi. In definitiva tutti eravamo piuttosto schizzati e troppo sulla difensiva, perlomeno io e
Beth, dato che Bill era pi grande, al punto che se nostro padre ci si avvicinava con la bench minima
intenzione di tipo fisico nei nostri confronti, venivamo immediatamente colti da una specie di attacco
epilettico, corredato da gran mulinamento di braccia e scalciare di gambe. Possedevamo
un'immaginazione tanto fosca quanto vivida, rinfocolata da Pubblicit Progresso, statistiche scolastiche
e roba del genere... Nel mio caso credo si trattasse pi che altro della mia immaginazione e del fatto che
nella mente trasformavo mio padre in uno dei mostri e degli assassini che sognavo la notte, al punto da
convincermi che c'era una buona probabilit che, date le circostanze, un giorno, magari per caso,
avrebbe ucciso uno di noi. Quella porta, per esempio, non  stata mai aggiustata, ed  rimasta cos,
devastata, per una dozzina di anni e pi. Non ci mettevamo mai a riparare questo genere di cose.
Che cosa faceva tuo padre di lavoro?
Era avvocato e si occupava di mercato dei futures.
E tua madre?
Insegnante. Avanti, ricompensami per tutto il mio soffrire.
Scusa?
Non ti ho dato abbastanza? Ricompensami. Sbattimi in tv. Lascia che condivida tutto quello che ti
ho detto con qualche milione di persone. Ti prometto che lo far gradualmente, con arguzia, con gusto.
Tutti devono sapere. Me lo merito, lo so. Allora, mi hai preso? Ti ho spezzato il cuore? Era abbastanza
triste la mia storia?
Lo era.
So come funziona. Io ti do queste cose e tu dai a me la rampa di lancio. Dammi la rampa. Mi spetta.
Ascolta, io...
Ti posso raccontare dell'altro. Ne ho a bizzeffe, di storie. Ti posso raccontare delle parrucche che
indossavano quella volta in tinello, era autunno, e all'improvviso se le sono tolte contemporaneamente,
in tinello, sapendo che mi sarei spaventato a morte delle loro teste a chiazze, dei capelli che cadevano
come batuffoli di cotone, e loro ridevano, ridevano, con gli occhi lucidi... Oppure di quella volta che lui
 caduto. Posso raccontare di ultimi respiri, di ultime parole. Ho talmente tanto da dire. E c' un
simbolismo cos profondo. Dovresti sentire le conversazioni che facciamo io e Toph, le cose che dice.
Roba meravigliosa, incredibile, non riusciresti mai mettere insieme una sceneggiatura del genere.
Parliamo della morte e di Dio, e io non ho mai risposte alle sue domande, non ho mai niente da dirgli
che possa aiutarlo ad addormentarsi, non ho pi favole. Lasciami condividere tutto questo. Posso farlo
come vuoi. Posso farlo in modo buffo, sentimentaleggiante, o puro e semplice, senza inflessioni
particolari. Come preferisci. Dimmi tu. Posso essere triste o ispirato, posso essere anche arrabbiato. 
tutto l, c' tutto in una volta, per cui vedi tu, scegli tu, decidi tu. Ma dammi qualcosa. Un qui pro quo.
Prometto che sar bravo. Sar triste ma speranzoso. Sar il convettore, il cuore pulsante della
trasmissione. Per favore, mettimi alla prova! Sono io il comun denominatore di 47 milioni di persone!
Sono l'amalgama perfetto! Sono nato dalla stabilit e dal caos. Non ho visto nulla e ho visto tutto. Ho
ventiquattro anni ma mi sento come se ne avessi diecimila. Sono raggiante di giovinezza, senza freni,
pieno di speranza, anche se inestricabilmente legato al passato e al futuro e al mio meraviglioso fratello,
che  parte di entrambi. Non riesci a vedere quanto siamo straordinari? Che siamo fatti per qualcosa di
speciale, per qualcosa di pi? Tutto questo non  accaduto per capriccio, te l'assicuro - non ci sarebbe
logica altrimenti, mentre esiste una logica nel pensare che soffriamo per una qualche ragione. Dacci
quello che ci spetta. Sono pieno fino a scoppiare delle speranze di un'intera generazione, le loro
speranze si fanno strada attraverso di me, minacciando di fare esplodere il mio cuore indurito! Non
riesci a capirlo? Sono al tempo stesso pietoso e mostruoso, lo so, e tutto ci  creazione mia, lo so, non
 colpa dei miei genitori ma tutta opera mia, certo, e tuttavia io sono il prodotto del mio ambiente, e
perci rappresentativo, e in quanto tale devo pertanto essere esibito, in quanto parabola ispiratrice ma
anche ammonitrice. Non riesci a vedere tutto quello che rappresento? Io sono allo stesso tempo: a) un
moralista martirizzato e b) un onnivoro amorale prodotto del vuoto suburbano + pigrizia + televisione
+ cattolicesimo + alcolismo + violenza; sono una mostruosit vestita di velluto di seconda mano, un
lebbroso che usa gel L'Oreal effetto non appiccicoso. Sono senza radici, strappato da ogni fondamenta,
un orfano che alleva un altro orfano, desideroso di sostituire tutto ci che esiste con tutto quello che
sar io a creare. Non ho nulla se non i miei amici e quello che rimane della mia piccola famiglia. Ho
bisogno di una comunit di persone, ho bisogno di riscontro, ho bisogno d'amore, di comunicazione, di
dare e di prendere - se mi ameranno, sanguiner. Fammi provare. Lascia che ci provi. Mi strapper i
capelli, mi scorticher, mi presenter a te debole e tremante. Mi aprir una vena, anzi un'arteria.
Ignorami a tuo rischio e pericolo! Potrei morire presto anch'io. Chiss, potrei gi avere l'Aids o il cancro.
Qualcosa di brutto mi accadr, lo so, lo so perch me lo sono prefigurato tante volte. Mi spareranno in
un ascensore, sar inghiottito da una conduttura di scarico, annegher, per cui ho bisogno di lanciare
adesso il mio messaggio; non ho molto tempo. Lo so che pu sembrare ridicolo, perch sembro
giovane, in salute, forte, ma mille cose possono accadere a me e a quelli che mi sono vicini, davvero,
vedrai, per cui devo afferrare tutto quello che posso finch posso, dato che potrei andarmene in
qualunque istante, Laura, Madre, Padre, Dio... Per favore lascia che mostri tutto ci a milioni di persone.
Lascia che sia io il reticolo, il centro del reticolo, il canale. Cos tanti cuori, al mondo, e il mio  forte e
se ci sono - e ci sono! - capillari che conducono sangue a tutti quei milioni, se tutti siamo un unico
corpo e io sono... allora voglio essere io il cuore che pompa sangue a tutti quanti, conosco bene il
sangue, sono ancora caldo di sangue, so nuotare nel sangue, e allora lascia che io sia il cuore che batte
forte e porta sangue a tutti quanti! Io voglio...
E questo ti guarir?
S! S! S! S!
VII
FANCULO. STUPIDO PROGRAMMA.
Ricevo la notizia al telefon da Laura Folger. Non sono stato preso. Mi dice quanto ci sono andato
vicino, quanto le piacevo e quanto fosse triste la mia storia (e lo era, Dio se lo era), ma era una delle
tante, e anch'io ero uno dei tanti, la maggior parte pi giovani di me, ognuno con la sua croce e il suo
bagaglio, gente con il background esistenziale pi desolante che si possa immaginare, ma il fatto  che,
alla fin fine, non potevano usare pi di un bianco maschio di area suburbana, e avevano dovuto
decidere per uno, e quell'uno non sarei stato io. Il mio faro, la mia catapulta mi  stata sottratta da un
tizio di nome Judd.
Judd? dico.
S dice lei.
Judd?
S,  un fumettista.
Fanculo. Fa lo stesso. Anzi  un sollievo. Sarebbe stato un errore, no? S, sarebbe stato un errore. 
un programma stupido, quasi insopportabile da guardare, tutti i partecipanti sono individui orrendi,
scemi, banali e bidimensionali. Fanculo. E va bene, che il fumettista diventi fumetto. Io non ne ho
bisogno, noi non ne abbiamo bisogno. Non abbiamo bisogno di The Real World, non abbiamo bisogno
del sostegno di un programma televisivo con un'audience di massa in tutto il mondo e con un'influenza
difficilmente quantificabile sulla mente e sul cuore dei giovani e degli individui impressionabili di tutto il
globo. No. Noi continueremo comunque, contro ogni ostacolo, con i nostri semplici strumenti, con le
nostre piccole mani. Riusciremo a far funzionare il nostro progetto sul nulla. Sul fumo, se necessario.
Sul nostro stesso fumo. In qualunque modo.
Entro poche settimane riceviamo una grossa busta da questo Judd Winick. La sua carta da lettera 
piena di disegnini e di personaggi con delle buffe faccine. Per qualche oscura ragione chiede a noi
lavoro, e a questo scopo ci invia cinquecento strisce di quella che parrebbe una serie quotidiana che ha
disegnato durante gli anni del college.
I fumetti - su un gruppetto di giovani (la protagonista  una lesbica, roba anni Novanta, no?) che
vive in una casetta di mattoni non si sa bene dove - sono ben curati, molto tradizionali, di buona mano.
Ma non fanno per noi. Dai tempi del primo numero Might  cambiato parecchio. Siamo assai meno
ispirati di allora e, da un numero all'altro della rivista, da un certo punto di vista, ci sembra di essere pi
coscienziosi che appassionati. Dopo tutto, l'ultima cosa che vorremmo, o perlomeno l'ultima cosa che
io desidero ottenere da tutto ci,  che diventi una specie di lavoro. Dobbiamo cercare a tutti i costi di
evitare questo genere di fato crudele, ossia che noi, i chiacchieroni che con aria profondamente
nauseata sposano idee liberatorie sul lavoro e la vita, diveniamo noi stessi schiavi di qualcosa, di uno
scadenzario, di obblighi nei confronti di inserzionisti, di investitori, di orari di lavoro regolari...
Naturalmente ci interessa sempre cambiare la vita dei nostri coetanei, e ovviamente il mondo, e ci
aspettiamo sempre di essere prima o poi inviati nello spazio, ma d'altra parte... abbiamo ristretto il
nostro raggio d'azione e affilato i coltelli. Adesso abbiamo target ben precisi, abbiamo tirato una linea
tra buoni e cattivi, amici e nemici (ostacoli).
Diamo avvio a un trend di brusca marcia indietro e di cannibalizzazione intellettuale. Qualunque sia
l'opinione pi diffusa, specie tra di noi, la contraddiciamo scientificamente. Cambiamo idea su Wendy
Kopp, la giovane audace che nel primo numero avevamo elevato a esempio, e con lei il suo tanto
celebrato Teach for America. L dove avevamo in precedenza lodato la sua determinazione e i suoi
obiettivi - far entrare per un biennio insegnanti giovani, entusiasti e preparati nell'organico di scuole a
rischio - adesso, in un pezzo di seimila parole che campeggia nel secondo numero, puntiamo l'indice su
questa iniziativa no profit che mira a risolvere i problemi dei quartieri degradati, problemi perlopi
endemici tra la popolazione nera, proponendo soluzioni da classe medio-alta bianca universitaria.
Parliamo di "condiscendenza paternalistica". "Interesse illuminato" sospiriamo. "Noblesse oblige"
sogghignamo. Citiamo un professore che cos sintetizza: "Uno studio di Teach For America ci fornisce
molti pi dati sui bisogni ideologici e psicologici della classe media bianca e di una minoranza giovanile,
che non delle classi svantaggiate cui il progetto si indirizza".
Ka-boom!
E dato che l'opinione pubblica generale non creder che proprio noi siamo stati scelti per dare voce
alle paure e alle speranze di un popolo intero e per parlare a nome suo e di tutti e fare la storia,
cerchiamo di capire in cosa il pubblico vuole credere. La copertina del secondo numero della rivista
celebra I primi cinquant'anni della rivista con una griglia delle immagini di copertina del passato: ottobre
1964: I Beatles sono comunisti!; novembre 1948: Morte: l'assassino occulto, per provare che  tutto vero.
L'editoriale introduttivo, scritto a un mese circa dalla morte di Kurt Cobain, affronta un argomento che
ha toccato tutti noi.
 cos difficile pensare che non esisti pi. Ancora adesso mi porto dentro un senso di incredulit. Ogni
mattina mi alzo controvoglia e mi domando se sia meglio vivere la giornata che ho di fronte o lasciare
semplicemente che mi scorra addosso. Cammino in un uno stato di torpore, svogliatamente, scivolando come
un fantasma. Mi sento distaccato dal corpo. Sono una persona a met. Tu te ne sei andato.
Fin dall'inizio avevamo capito che eri diverso dagli altri. In te c'era qualcosa di pi, un misterioso chiarore,
una strana, insolita bellezza. Eppure, in qualche modo sentivo di conoscerti da una vita. Forse era cos. Non
potrebbe essere?
Ho sempre creduto in te. E penso che tu abbia creduto in me. Parlavi a me, di me, per me. Nei miei
periodi pi bui, brillavi dinanzi a me come un raggio che mi faceva da guida e da sostegno. Una roccia. Una
persona vera! Ti ho idolatrato. Avrei voluto essere te.
C' chi dice che eri incasinato, disturbato, un cattivo modello. Altri dicono che il potere ti aveva cambiato
e che non riuscivi pi a reggerlo. Altri ancora dicono che il tuo stile era scandaloso e la tua condotta
immorale. Ed  la verit. Eri corrosivo, ruvido, e intransigente. Eri senza freni. Eri un solitario. E a volte mi
hai fatto arrabbiare. Ma era perch ti amavo e perch, nonostante tutto, ho sempre creduto in te. E poi 
successo. Ma non  stata colpa tua.  stata colpa nostra. Colpa mia.
Mi dispiace per tutto quello che noi ti abbiamo inflitto, che la vita ti ha inflitto, che tu stesso ti sei inflitto.
La tua lunga battaglia con la fama, con il successo, con la stampa... So che non volevi davvero fare del male a
nessuno. Come pu una farfalla fare del male?  con grande speranza nel cuore e con il cuore gonfio che
dico: Richard Milhous Nixon, splendida farfalla, vola libera e forte, vivi per sempre. Ti amo.
Andiamo in cerca di coloro che come noi le idee le hanno ma si sono arenati. Pubblichiamo
un'intervista a Philip Paley, ex attore-bambino che ha recitato il ruolo di Chakka il Pakuni nella serie tv
Land of the Lost, intervista in cui si scaglia contro i suoi genitori, rimproverandoli per il loro divorzio e
per lo stato di semindigenza in cui si trova, nel suo umile appartamento di Hollywood.
GUAI IN PARADISO?
Gi... i miei genitori hanno divorziato quando avevo sedici anni e di conseguenza tutti i miei soldi se ne
sono andati per il divorzio. Ho perso tutto. ANCORA OGGI SONO INCAZZATO COME UNA BESTIA
PER QUESTA STORIA. Scrivetelo nella vostra rivista. Mio padre  un chirurgo di Beverly Hills con un
sacco di soldi, e mia madre ha degli alimenti pazzeschi. Io non ci parlo pi, con loro.
E ADESSO COSA FAI?
Ho fatto qualunque cazzo di lavoro immaginabile. Il mio primo lavoro  stato da Swenson come gelataio.
Ho fatto il panettiere, il benzinaio, il pasticcere, ho lavorato alla EF Hutton come assistente operatore di
borsa, ho lavorato in un negozio di cangelleria [sic], ho fatto l'imbianchino. Ho abbattuto interi edifici CON
LE MIE MANI. E ho passato un sacco di tempo senza lavoro.
ED ECCO DOVE VA A INFRANGERSI IL MITO CHE LE PICCOLE STAR SONO A POSTO
PER IL RESTO DELLA LORO VITA.
Be', per me si  infranto di sicuro.
L'ultima pagina della rivista  una falsa pubblicit per una marca di jeans chiamata Street Harmony
Jeans, in cui si vedono cinque nostri amici che posano in un angolo di South Park, uno seduto su un
cassonetto, altri due appoggiati contro il muro di un magazzino, e al centro Meredith che guarda
nell'obiettivo proprio nell'istante in cui lascia cadere un quarto di dollaro dentro la tazza di un
irsutissimo mendicante. Il senzatetto, che  poi il nostro meccanico e amico Jamie Carrick, sogghigna
con un pollice levato tenendo nell'altra mano un cartello che dice:
LAVORO IN CAMBIO DI CAPI D'ALTA MODA.
E in qualche modo pensiamo che questo genere di cose ci faranno apprezzare dagli inserzionisti.
Non che abbiamo bisogno di pubblicit di vestiti. O di sigarette. O di rclame di qualunque genere da
parte di grosse compagnie, o di chiunque altro. Figurarsi.
Ma per quanto meschini e pessimisti siamo diventati, non abbandoniamo l'idea che, facendo le
mosse giuste, sia possibile arrivare a un brusco cambiamento di marcia. Per questa ragione io e Moodie
ci sediamo a ponderare le strisce di Judd, e ci chiediamo se non  il caso di chiamarlo perch ci mostri
altri suoi lavori, e prospettargli la possibilit di collaborare con la rivista. Concordiamo sul fatto che non
c'entra niente con Might, n dal punto di vista tematico n estetico. Nulla a che vedere con tutto
quello in cui crediamo, davvero, se non che lui...
Ci buttiamo sul telefono. Faccio io la chiamata.
S, perch non vieni a trovarci e porti le teleca... il tuo portfolio, voglio dire?
Due giorni dopo arriva sul serio. Entra in ufficio, un tizio dall'aria regolare con folti capelli neri, e
quando ci alziamo a salutarlo e siamo l'uno di fronte all'altro, d'improvviso ci troviamo alle calcagna un
equipaggiamento video tutto nero, simile a un enorme insetto a otto gambe, e luci, microfoni,
portablocchi a molla. Shalini, devota spettatrice di Mtv, seduta al suo Mac dall'altra parte della stanza, 
come inebetita. Ci eravamo dimenticati di dirle che arrivavano.  il caos. La gente che passa per la
strada si ferma e schiaccia il naso contro la finestra. Facciamo sedere Judd al nostro tavolo conferenze,
proprio sotto il sacco da palestra, e cominciamo discutere. E a quel punto lo spettacolo ha inizio.
Judd, con il suo portfolio davanti, finge di essere davvero interessato a vedere il suo lavoro sulle
pagine della nostra ridicola rivista, con i suoi diecimila lettori, anche se tra due mesi milioni di persone
osserveranno dal vivo ogni suo brivido. Io e Moodie, dal canto nostro, ci diamo arie da direttori di una
rivista vera, una di quelle in cui la gente si siede a parlare di questo genere di cose, e facciamo anche
finta di essere interessati al suo lavoro, e di credere che sia fatto apposta per le pagine della nostra (vera)
rivista. Indossiamo quello che indossiamo sempre, ossia maglietta e pantaloncini, avendo deciso - dopo
avere ben meditato su cosa fosse il caso di indossare ed esserci ricordati che non avremmo dovuto
pensare a cosa indossare - di indossare quello che avremmo indossato se non avessimo pensato a cosa
indossare. Siamo felici e contenti con i nostri pantaloncini e la nostra T-shirt infilata in vita solo da un
lato, quel tanto appena per lasciare intravedere la cintura e il resto fuori - il nostro look  esattamente
cos - assetto cui siamo giunti dopo profonda riflessione negli anni del liceo e mediante l'accurata
eliminazione di ogni possibile passo falso. Non abbiamo tatuaggi, perch riteniamo che i tatuaggi
tradiscano un'attenzione eccessiva alla propria immagine, anche se il trend nel 1994  ancora in auge; e
comunque siamo sicuri che entro un anno, forse anche solo pochi mesi, sar tutto finito. (Andiamo,
quanto potr durare una moda del genere?) Stessa cosa vale per capelli colorati, piercing, branding,
copricapi creativi, collane, magliette, e tutte le altre prescrizioni di moda e accessoristica. Abbiamo
scelto, tra tante opzioni, l'unico possibile approccio al look e all'abbigliamento, vale a dire l'indifferenza,
siamo andati oltre lo stile guarda-un-po'-qui, oltre lo stile rifiuto-del-guarda-un-po'-qui-a-favore-di-uno-
stile-oscuro-e-ribelle; abbiamo rigettato entrambi indirizzandoci verso uno stile che passi attraverso il
rifiuto, ossia il se-proprio-devi-guarda-ma-non-credere-che-io-ti-stia-incoraggiando. Il look
dell'assolutamente niente look. Il che non vuol dir certo che a me e a Moodie non importi di avere un
bell'aspetto, anche perch non sarebbe male, visto che ci siamo presi la briga di intrufolarci in Mtv e
tutto il resto, avere almeno un po' di fascino, aumentando cos le chance di finire a letto con la figlia di
Charles Bronson o almeno con quella cameriera di Caff Centro, quella con i capelli fino a qui e le
gambe che le arrivano qui.
Parliamo con Judd con un'assoluta seriet, non disgiunta da una misurata nonchalance, su come e
con che frequenza potremo lavorare insieme, avendo cura di selezionare sempre le parole, dato che
vogliamo apparire tanto articolati quanto casual, esempi probanti del nostro segmento demografico,
rilassati ma con cervello, energici ma non frenetici, visto che siamo giovani che recitano la parte dei
giovani, proiettando un'immagine di noi stessi in quanto rappresentativi, per adesso e per la posterit, di
una giovent che si trova a uno snodo, nonch di un modo di recitare facendo finta di non recitare e al
tempo stesso facendo finta di essere noi stessi; a parte il fatto che non sarebbe male far capire a Laura
Folger che razza di errore ha commesso, fare in modo che il nostro cammeo chiarisca chi sono le vere
star, star che superano di gran lunga in brillantezza qualunque squallido Judd. Noi pianeti luccicanti
inanellati, e lui niente pi che una piccola luna fredda.
E mentre dobbiamo relazionarci con Judd, il quale progressivamente e fin dal primo impatto si rivela
peraltro una bravissima persona, io e Moodie dobbiamo assolutamente sembrare pi cool di lui, perch
dobbiamo rendere chiaro a tutti che noi non siamo mica il genere di persone che potrebbero comparire
a The Real World - non ci proveremmo nemmeno! Dobbiamo fare in modo che a uno spettatore casuale
sia palese che, se anche siamo disposti a essere inseriti in segmenti registrati che fanno il giro del
mondo, ed essere scrutati con desiderio da adolescenti adoranti e dai loro meno creduli fratelli
maggiori, da studenti di college che mangiano falafel nell'intervallo tra le lezioni su divani trovati nei loro
appartamenti e lasciati da chiss chi, dobbiamo fare in modo, dicevo, che a questa gente sia palese il
fatto che, se partecipiamo al programma,  solo per una forma di nostro perverso divertimento, che a
guardarci bene da vicino, stiamo ammiccando, ci strizziamo l'occhio, facciamo persino qualche
sorrisetto sull'intera faccenda, il nostro incontro con Judd, le telecamere e il resto, anzi probabilmente il
tutto finir sulle pagine di Might come materiale per un articolo secco e disincantato o una qualche
classifica in chiave parodica. Possiamo giocarcela in entrambi i modi, in tutti i modi. Osiamo guardare
Judd negli occhi, occhi che sembrano in tutto e per tutto i nostri, e possiamo riversare su di lui
gentilezza e comprensione, scherzare bonariamente e insieme a lui fare progetti, mentre dentro di noi
calcoliamo cosa potremmo ricavarci, e quanto del suo potere potremmo sfruttare prima di
compromettere seriamente la purezza della nostra impresa con la presenza di questo tizio, il quale per
parte sua probabilmente sta parlando con noi solo perch Laura Folger si  pentita di avermi tagliato
fuori dal programma e ha deciso di mandarmi lui come premio di consolazione.
E anche mentre pensiamo di cavarcela alla grande, e di recitare con estrema naturalezza, e di avere
proprio un bell'aspetto, e di stare discutendo questioni vitali per la carriera di Judd, tipo l'importanza
delle sue strisce per noi e per lui, avvertiamo che sta accadendo qualcosa di strano: l'operatore e il
fonico, entrambi poco pi anziani di noi, i berretti da baseball portati alla rovescia, sono evidentemente
annoiati, manca poco che alzino gli occhi al cielo tanto sono annoiati, perch evidentemente ci vedono
chiaro in questa faccenda, vedono che stiamo usando questa persona per metterci in mostra, per
provare a tutti e a noi stessi che siamo veri, che anche noi, come chiunque altro, vogliamo
semplicemente imprimere la nostra vita su nastro magnetico, come prova, e sentiamo che quello che
stiamo facendo diventa reale solo una volta che si trasforma in una registrazione.
Dopo la prima visita Judd viene a trovarci altre tre o quattro volte, e pochi mesi dopo, quando va in
onda la serie di The Real World ambientata a San Francisco, io e Moodie compariamo nel secondo
episodio. Per qualcosa come otto secondi, si intende, ma con quegli otto secondi speriamo di riuscire ad
attirare l'attenzione di tutti gli zucconi fulminati di account pubblicitari, per non parlare poi dell'idea che
ci notino tutti i nostri conoscenti, dal liceo al college. In pratica vediamo esaudirsi uno dei desideri ma
non l'altro. Se infatti la nostra apparizione non porta pressoch da nessuna parte in termini di soluzione
alle nostre angosce finanziarie, d'altro canto tutti quelli che conosciamo o abbiamo mai conosciuto in
vita nostra chiamano o scrivono per dire che ci hanno visto. Come diavolo siano in grado di dire, in
quel battito di ciglia che  stata la nostra partecipazione alla trasmissione, che si tratta proprio di noi,
resta un mistero. Ci chiamano compagni di scuola che non sentivamo da otto anni, vecchi insegnanti,
senza ombra di dubbio perch le mie parole a Judd, da me espresse in una sorta di avvilente monotonia,
sono state emblematiche, anzi indimenticabili. Eccovele:
Perch, cio, se alla fine non disegni quello che vuoi disegnare tu, allora viene uno schifo.
L'apparizione al programma fa di noi delle minicelebrit nel quartiere, in particolare agli occhi di
Shalini, che  sempre indaffarata con il suo Hum, la "nuova voce della comunit giovanile americana
progressista sudasiatica". Nella rivista ci sono articoli sulla durata dei matrimoni combinati, sull'attivit
delle gang nelle comunit dell'Asia meridionale, una rubrica di consigli sulla salute a cura di suo padre
che  medico. Moodie e io ci occupiamo della grafica e in cambio lei ci d la sua stampante laser e dei
meravigliosamente frequenti, rilassanti, semierotici massaggi alla schiena durante l'orario lavorativo. Gli
amici, la gente dai piani di sopra sta cominciando a evitare il nostro ufficio, dato che ogni volta che
qualcuno vi mette piede c' Shalini intenta a lavorarci le spalle, mentre noi mugoliamo, grugniamo e
sbuffiamo, divertendoci un mondo alla sua imitazione di quello che lei chiama l'IFB, ossia L'Indiano
Fresco di Barca.
Oooooh, pensare che tu troooooppo teso! Senti il teso in tue spalle? Deve rilassare, uscire ballare,
andare a feste con altri giovani.
Ci rompe sempre l'anima sui nostri orari.
Oooooh, voi sembra molto migliore se lavorare poco ogni tanto.
Ci offriamo di soddisfare il suo fin troppo ovvio desiderio di vederci nudi invitandola alla nostra
prossima session fotografica.
Non devo essere nuda anch'io, vero?
Veramente s. No.
No nel senso che non lo farai, o nel senso che non ci credi?
No in entrambi i sensi. No.
Invece Judd dice di s.  la nostra seconda grande session fotografica nuda. Questa volta  nostra
intenzione mostrare il vero aspetto del corpo della gente, e questa iniziativa vuole essere una risposta
alla frequente lamentela relativa alla distorsione della nostra percezione del corpo operata dai media e
dalla pubblicit, il fatto che l'individuo medio non pu e non deve tendere alle irraggiungibili aspettative
ficcateci in testa da bla bla bla. Quello che in pratica abbiamo intenzione di fare, giusto per vedere se
pu funzionare,  di mettere insieme trenta o quaranta amici e conoscenti, in teoria di trenta o quaranta
differenti taglie e corporature, e farli posare nudi. Li mostreremo poi sulla rivista, senza fronzoli, in una
semplice gabbia grafica, un corpo come-Dio-l'ha-fatto dopo l'altro, per mostrare quant' raro che la
gente assomigli alla gente che si vede alla tv, e come tutti i corpi, anche se non tutti necessariamente
belli, sono perlomeno concreti, reali e...
Va bene. Diamoci un taglio. Prendiamo un fotografo, un tizio olandese dall'aria sobria e dalla voce
flautata di nome Ron Van Dongen, il quale far le foto, queste foto cos rivoluzionarie, pressoch gratis.
Ci chiede solo il costo della pellicola e la possibilit di tenere i negativi.
Certo. Accomodati.
Nell'intento di dimostrare massima apertura e rispetto delle diversit, nonch di chiarire il fatto che
differenziare tra questo e quello, operare discriminazioni in base a fattori come dimensioni, colore o
forma e questo genere di assurde distinzioni,  osceno e barbarico, nell'interesse insomma di chiarire la
faccenda una volta per tutte, ci mettiamo a telefonare a destra e a sinistra alla ricerca di volontari.
Hai qualche amico nero?
Ah s? Ma chiaro quanto?
Davvero? Pensavo fosse indiano.
E amici grossi?
S, cio, grassi.
No, abbiamo bisogno di ragazzi. Di donne ne abbiamo gi abbastanza.
Quanto  grosso?
Pensi che lo farebbe?
Ah, poi, conosci qualche ragazza senza tette?
Voglio dire, davvero piatta. Ossuta.
Dov' che ha la cicatrice? Ma si vede?
Dov' che ha i peli?
A differenza della prima sessione fotografica nuda, questa volta  infinitamente pi facile trovare le
persone, perch a questo punto abbiamo una vera rivista, e questa volta non ci saranno corse-con-peni-
sbatacchianti, e poi siamo anche giunti a un paio di compromessi: a) promettiamo l'anonimato tagliando
le foto all'altezza della testa; b) lasciamo che chi vuole possa tenere su la biancheria intima, se non sopra
almeno sotto. Abbiamo deciso cos un po' per loro e un po' per ragioni pratiche, cio ci rendiamo
conto, pur tra sospiri pieni di rimorso, che riempire le nostre pagine di tizi nudi, in particolare di gente
dal corpo chiaramente imperfetto, non aiuter la gi difficoltosa distribuzione della nostra rivista in
edicola. Ebbene s,  una svendita di noi stessi,  un compromesso che spezza il cuore - e sappiate che
ogni compromesso  un'autostrada a cinque corsie che ci attraversa l'anima - ma bisogner pure che il
nostro punto di vista alla fine raggiunga l'America, per quanto malconcio possa arrivare al traguardo.
Judd dice che porter un amico, un altro membro del cast. Siamo al settimo cielo. Con due membri
del cast siamo sicuri di finire nei notiziari, questa sar la cosa che ci far schizzare alle stelle, per cui
quando vediamo l'auto inoltrarsi nel vialetto, una vecchia Dodge pervinca o gi di l, cos
quintessenzialmente di San Francisco, una vecchia scatola stinta dal sole, gi possiamo vedere i pezzi
che finalmente si incastrano, possiamo sentire che stiamo facendo qualcosa di enorme dal punto di vista
sociologico, qualcosa che godr dell'appropriata copertura dei media, un argomento di grande rilievo
che sar efficacemente disseminato tra milio...
Non vediamo le telecamere. Loro due arrivano e...
Niente furgoni al seguito. Vado loro incontro mentre parcheggiano nell'area adiacente allo studio, e
con l'aria pi casuale possibile do un'occhiata a destra e a sinistra per vedere se sta arrivando qualcuno.
Niente. Non ci sono telecamere. Ci aspettavamo un sacco di telecamere.
Ehi dico.
Ehi dice Judd.
E allora, niente telecamere oggi, eh?
No, oggi sono tutti con Rachel.
Ah, ecco. Bene. Di certo non volevamo quelle dannate telecamere tra i piedi proprio oggi a fare
casino.
Giusto.
Possono distrarti completamente...
Gi.
... sempre davanti alla tua faccia, sempre l a registrare tutto quello che dici e che fai.
Certo. Ah, questo  Puck.
Ehi.
Ehi.
Stringo la mano a Puck, il quale indossa pantaloncini al ginocchio e una canottiera bianca.  un tizio
allampanato, pallido, con gli occhi sempre all'erta in un modo un po' inquietante. Nell'istante esatto in
cui gli tocco la mano comincia a parlare. Velocissimo, senza prendere fiato, senza battere ciglio. Quando
lo sento parlare, mi viene subito da chiedermi se magari non sia sotto l'effetto di qualche droga
euforizzante, una qualche specie di allucinogeno. Ho visto dei film in tv su gente che prende quelle
droghe. Ce n'era uno con Doug McKeon e Helen Hunt, in cui lei prende della polvere d'angelo e salta
fuori dalla finestra della scuola, cade due piani di sotto, si rialza, corre in giro per un po' e poi muore.
Forse Puck  sotto speed.  questo l'effetto? Pare non avere la minima intenzione di smettere di parlare.
Parla di The Real World e del fatto che adesso sta facendo il salto e non lo ferma pi nessuno, e lui 
anche un pony express di quelli in bici sai e c'era quell'incrocio e il motocross cazzo s merda figa tosto e non mi ferma
pi nessuno.
 con tutta probabilit la persona pi disturbante che io abbia mai incontrato. Ha graffi su tutto il
corpo, anche in faccia. Che possieda molti gatti? Difficile dire. Non smette mai di parlare. Perch io facevo
motocross un tempo e c' qualche ragazza mica male nel cast ma sembrano tutte frigide e s, ho un agente e feste figo cazzo
s cio tipo cio cio va bene devo andare a presto d'accordo cio cio tipo.
 fantastico e orribile. Magnetico e repellente. Ha occhi famelici. Cazzo s dovevi vedere porca troia
pesissimo palle un casino rottura di coglioni. Si alza la maglietta per mostrarci i suoi tatuaggi.
Ammazziamo il tempo nel parcheggio in attesa del nostro turno con Van Dongen. Kirsten, sempre
lei la migliore, arriva per prima, poi Carla, e a seguire una gran confusione di stagisti e amici. Abbiamo
coinvolto tutti quelli che conoscevamo.
Uno a uno entriamo nello studio, chiudendoci la porta dietro le spalle e rimaniamo soli con Van
Dongen, il quale ci guida all'interno di una U di teli bianchi e ci fa cenno di toglierci i vestiti che
abbiamo intenzione di togliere. Eseguiamo, e mentre siamo l, senza sapere esattamente dove mettere le
braccia e le mani, ci viene fatto di chiederci che cosa penser dei nostri corpi. Non sappiamo che fare
delle mani. Le teniamo lungo i fianchi, davanti ai genitali, dietro la schiena. Che ci puoi fare con le mani
quando hai di fronte a te un obiettivo interessato a ben altro? Quando scatta, i flash posti davanti e
dietro a noi guizzano insieme, e in quel biancore rimaniamo per un istante come congelati. Poi torna il
buio. Di ognuno di noi scatta pi o meno cinque foto, alcune frontali, altre di schiena - non possiamo
permettercene di pi - e poi abbiamo finito e apriamo la pesante porta dello studio alla luce del giorno,
cento volte pi intensa di quella dei flash. La luce di San Francisco in pieno giorno.
La gente che ha accettato di mettersi nuda ha la nostra approvazione. Abbiamo invece un'opinione
inferiore di coloro che hanno opposto un rifiuto, dei molti amici che hanno detto di no. Li reputiamo
non solo troppo casti, ma micragnosi, meschini, senza cuore e sostanzialmente senza fegato. Preferiamo
quelli che posano, e ancora di pi quelli come Moodie, Marny e me (e Puck), che si offrono di posare
nudi anche se  improbabile che le foto vengano effettivamente usate. Nudi! Decidiamo che nudi
significa ben qualcosa. Quelli che posano sono dei nostri, gente che vive con la medesima avidit vitale
che noi stessi prediligiamo, gente che non sa dire no - con tutto questo come si potrebbe mai dire di
no?
Nel parcheggio Puck comincia a spazientirsi. Festa cazzo muoversi fighe s motocross X9-45GV sbronza
devo andare. Mentre parliamo (o meglio mentre parla lui) un cagnolino arriva e si mette ad annusare di
qua e di l. Giochiamo con la bestiola e scopriamo presto che, nonostante abbia un aspetto ben curato,
 privo di medaglietta. Poco dopo Puck decide di tenerselo. Finito di posare, Puck e Judd se ne vanno, e
nonostante le proteste nostre e di Judd, Puck acchiappa il cagnetta, che di sicuro appartiene a qualcuno
del quartiere, e lo porta sul set di The Real World, dove si unir al cast.
Poco tempo dopo, in occasione della mia unica visita alla casa, mentre gioco a biliardo con Judd
vedo il cane, e gli altri membri del cast che ciondolano evidentemente senza aver niente da fare, anche
perch il programma li ha praticamente chiusi in un angolo: sono stati scoraggiati dal lavorare (noioso),
non possono viaggiare (non praticabile), n allontanarsi, per cui non gli resta che camminare dalla
cucina al divano e parlare tra loro, in attesa di offendersi o essere offesi.
Quando riceviamo le fotografie, io e Moodie ci passiamo su ore e ore, le studiamo, tentiamo di
capire chi  chi, ma dato che le teste sono state tagliate, non riusciamo immediatamente a individuare
l'identit delle varie persone, neanche la nostra. Non siamo in grado di stabilire la differenza tra uno dei
nostri stagisti e un tizio grande e grosso e peloso che si  presentato senza che nessuno lo avesse
invitato. Non riusciamo nemmeno, con nostro grande imbarazzo, a stabilire la differenza tra Kirsten e
Carla, che sono entrambe candide e magroline. Ancor pi inquietante  il fatto che ci vuole un attimo
anche per distinguere me da Puck - abbiamo gli stessi pantaloncini, la stessa corporatura, la stessa
postura. L'unica differenza sta nei tatuaggi. Io non ne ho, mentre lui ne ha uno a forma di coniglietto,
un'ape e un uccello. A ogni modo rimaniamo scioccati dalla variabilit delle persone, dalla stranezza dei
nostri amici, di come quella donna con il seno grande tiri su il reggiseno, di quanto sia pelosa la schiena
di quel tizio, di che forma strana abbiano le spalle di quell'altro, di quanto sia piatto il culo di quello l...
 tutto alquanto strano. La variet di malformazioni, gli inaspettati difetti, il prematuro cascare di carni,
i fiori e i serpenti, i ciuffi di peli inguinali che scoppiano fuori da mutande e slippini e quella donna che
anche con il seno di fuori, evidentemente da donna, continua a sembrare un uomo...
Questa gente.
Questa gente  un mucchio di freak!
Come se non bastasse, Toph crede di essere uno di noi. Pur avendo da sempre trascorso un sacco di
tempo assieme ai miei amici e conoscendo Flagg, Moodie, Marny e tutti gli altri fin dalla pi tenera et,
ultimamente la confusione dei piani aveva raggiunto un livello decisamente inaudito e preoccupante.
Anche se dal punto di vista della socializzazione pure a scuola non dimostrava di avere problemi, era di
una pigrizia assoluta nel cercare di farsi degli amici della sua et. Il fatto  che non riusciva a credere alla
quantit di stupidaggini che i suoi coetanei erano in grado di dire. Le ragazze erano decisamente senza
speranza e i bambini erano appena un gradino pi su. Per cui non esitava mai a frequentare riunioni di
persone della mia et, n si dimostrava timido di fronte a nessuno, specie se i suoi interlocutori, anche
sconosciuti, si mostravano in vena di discussioni appassionate. Non era perci affatto strano, in
occasione di uno dei barbecue organizzati da Marny, trovare Toph nel bel mezzo di quindici o venti
persone sedute su un paio di divani sistemati a V, intento ad arringare i malcapitati sulle regole e le
sottigliezze del gioco dei mimi, che non gli ho insegnato io ma che conosceva alla perfezione e poteva
organizzare in quattro e quattr'otto. Anche in ufficio si dava per scontata la sua presenza...
Paul: Ehi, Toph.
Moodie: Ehi, Toph-Man.
... al punto che quando qualcuno di noi lo notava per quello che era, dovevamo fare come un passo
indietro e sforzarci di vederlo per quello che era, perlomeno in superficie, ossia un ragazzino di prima
media. Ovviamente, lui dal canto suo faceva una gran fatica a comprendere questo fatto, come non
manc di dimostrare un giorno che io e Marny stavamo tornando in auto dalla spiaggia. Stavamo
discutendo di una delle stagiste che, avendo ventidue anni, era assai pi giovane di quanto avessimo
pensato all'inizio.
Veramente? disse Toph sporto in avanti, la testa che spuntava fra noi due dal sedile posteriore.
Pensavo che avesse la nostra et.
Oddio! disse Marny scoppiando a ridere.
Gli ci volle ancora qualche secondo per rendersi conto di cosa aveva appena detto.
Mi girai verso di lui.
Toph, tu hai undici anni.
Lui arross e si butt a sedere all'indietro. Marny continuava a sghignazzare.
Ma per quanto io desideri incoraggiarlo a mescolarsi di pi con i ragazzi della sua et, temo che se
viene coinvolto in altre situazioni cesser di essere sempre disponibile ai miei bisogni. Che cosa farei se
non avessi un Toph seduto in camera sua, pronto in qualunque momento, sempre disponibile a
seguirmi nei miei vagabondaggi, a venir chiuso in un angolo e picchiato alle reni, a essere portato, come
adesso, alla Berkeley Marina a giocare a tirarci dietro le cose? Non avere Toph sarebbe come non avere
vita. Andiamo gi alla Berkeley Marina quando abbiamo voglia di vedere acqua e non abbiamo tempo
di andare fino all'oceano. Si tratta di una specie di dito di terra che si protende diritta dentro la baia
partendo dalla University Avenue. Passate le navi ormeggiate, i ristoranti e i locali, c' un parco che
corre parallelo, enorme e dolcemente ondulato, verdissimo e con radi alberi qua e l.  una specie di
paradiso degli aquiloni, specie nella sua punta estrema che si sporge nella baia, sempre affollato di
persone, ognuna con il suo aquilone, qualche ragazzo accompagnato dai genitori, ma perlopi si tratta
di aquilonisti semiprofessionisti, con i loro aggeggi chiusi nelle scatole, gli F-16 Tomcat con i comandi a
due mani, altri con un sacco di dettagli e finestrelle e minuscole celle, altri ancora con complicatissime
ali a sbalzo e code lunghe dieci di metri che saettano su e gi, sfrecciano verso terra fin quasi a toccare
l'erba per poi schizzare di nuovo verso l'alto. E tutti hanno un'aria severa e compresa, come capitani al
loro posto di comando.
Parcheggiano i loro camper e i loro furgoncini laggi, proprio sulla rientranza che va a lambire la
baia, quindi si siedono su seggiole pieghevoli a chiacchierare di marche di cordami, convention di
aquilonisti, o di come possono mettersi meglio tra i coglioni, magari proprio mentre cerchiamo di fare un
lancio, cos da farci incazzare per bene. Quando andiamo a quel parco preghiamo sempre che non ci
siano, ma questa volta, come del resto la maggior parte delle volte, sono al loro posto. Parcheggiamo e
lasciamo le scarpe in macchina, quindi prendiamo la nostra roba, Toph con il suo...
Ehi, un momento, non puoi indossare quel berretto.
Come sarebbe a dire? dice.
Abbiamo lo stesso berretto. Devi togliertelo.
Toglitelo tu.
No, tu. I miei capelli sono pi strani dei tuoi.
Non  vero.
E invece s. Tu hai i capelli lisci. Lo sai che faccia mi viene con i capelli schiacciati.
Peggio per te.
Cosa?
No.
Eddai. Per piacere.
No.
Toph.
Va bene.
Grazie.
Mongoloide.
Arriviamo preparati, con una quantit di cose da tirarci avanti e indietro. Prima di tutto la palla da
rugby, anche se il divertimento dura poco, perch Toph ha ancora le mani troppo piccole per
maneggiarla come si deve. Poi  il turno della palla da baseball, con cui dobbiamo esercitarci parecchio
perch la squadra in cui  adesso Toph  migliore dell'altra, e lui gioca con parecchi ragazzi pi grandi,
alti e forti, e cos comincia a essere a mal partito, si ritrova indietro, ficcato in qualche punto estremo del
campo, magari a destra, il che  un'umiliazione per entrambi, dopo tutti questi anni di lavoro. Perci
adesso proviamo a fare degli spioventi, anche se non troppo, per evitare di colpire gli aquiloni
cancellandoli una volta per tutte dal cielo sopra di noi nel quale ballonzolano e svolazzano, le corde che
fischiano sopra le nostre teste.
Toph manca la palla, e la manca perch sta facendo strani esperimenti e tenta dei giochetti.
Ehi, lascia perdere le prese da basket, elegantone.
Lascia perdere le prese da basket, elegantone.
Succhiami.
Succhiami.
Oggi giochiamo a imitarmi.
Posiamo i guantoni e giochiamo a frisbee, in attesa che una folla in delirio si raccolga intorno a noi.
Qui non c' lo spazio che c' di solito in spiaggia o al parco su in collina, e il campo corto richiede una
certa delicatezza per attenuare la forza bruta che solitamente imprimiamo ai nostri lanci, per cui ci
diventano impossibili quegli alti, profondi, epici lanci per cui andiamo famosi e siamo giustamente
acclamati. A ogni modo ce la caviamo, lanciando il frisbee tra i fili diagonali degli aquiloni, facendolo
girare attorno ai passanti, ovviamente acchiappandolo in un numero imprecisato di modi, uno pi
fantastico dell'altro: tra le gambe (ma non come certi principianti), dietro la schiena (mentre saltiamo
girando su noi stessi da sinistra a destra) e, dopo averlo fatto saltellare due, tre, quattro volte sulla punta
di un dito, domandolo e facendolo rallentare fino alla presa con un dito solo. Siamo talmente bravi.
Tutti concordano.
Di fronte a noi una coppia, lui nero e lei bianca, sta passeggiando assieme alla loro bambina di circa
quattro anni dalla pelle color nocciola. La pelle della bambina ha una sfumatura assai pi bella di quella
sia della mamma sia del pap, ed  notevole per come  palesemente il risultato del mescolamento della
pigmentazione dei genitori. Marrone e bianco fa marroncino, come se mescolare le pelli fosse un po'
come mescolare i colori.
Lancia, sfigato.
Ecco.
Il lancio di Toph vira verso la famigliola e per poco non decapita le creatura. Il frisbee viene raccolto
dal padre che lo rilancia come se fosse un ferro di cavallo. Poveraccio.
Il parco d ricetto a combinazioni davvero innovative di persone. Ancor pi di Berkeley in generale,
 una specie di laboratorio, e si ha l'impressione che quest'area erbosa sia una specie di centro per lo
sviluppo di tecniche sperimentali di creazione della gente, una sorta di capitale mondiale della coppia
mista. Probabilmente met delle coppie presenti  in qualche modo incrociata, perlopi neri e bianchi
ma anche asiatici e bianchi (anche nella versione meno comune di uomo asiatico-donna bianca) duetti
bianco-latini, o asiatico-latini o nero-asiatici, con una spruzzata di lesbiche. Sembra di essere in un
casting per la pubblicit di una banca - si prende uno di questo, due di quello, pi una figura non
tradizionale... Dammi gli anni Novanta! Dammi il futuro!
Incidentalmente, io e Toph, quanto a repertorio di battute, siamo nel bel mezzo di una fase sulla
dubbia importanza delle razze. Non siamo sicuri di come sia cominciata, anche se di certo non a causa
del maggiore e pi responsabile di noi due, ma pi o meno funziona cos.
Io dico: Il tuo berretto puzza di piscia.
E lui: Dici cos solo perch sono negro.
Segue risata.
Questo schema funziona adattato a qualunque situazione, per esempio con la sessualit ("Mi stai
dando noia solo perch sono gay?") o con la religione (" perch sono ebreo?  per quello?"). Oh, ci
divertiamo un mondo, o almeno io s, anche perch lui sa a malapena quello che sta dicendo.
Ovviamente io sto bene attento a fare in modo che questi pezzi di bravura restino tra noi, e che ce li
godiamo solo a casa, dato che tutta la vis comica andrebbe persa con i suoi compagni, i loro genitori, o
ancora peggio, con la signora Richardson.
Dopo circa una mezz'ora di performance ad altissimo livello con il frisbee, ci riposiamo nel bel
mezzo della zona aquiloni, sull'erba, osservando le code che saltellano e si inarcano. Il Golden Gate 
proprio davanti a noi, sembra minuscolo, leggero, fatto di plastica e filo di ferro. La citt, cio la Citt,
cio San Francisco,  ammassata e bianca e grigia a sinistra, la baia  piatta, blu, qua e l appena
increspata, punteggiata da piume bianche di barche a vela e motoscafi con la loro striscia candida.
E all'improvviso mi viene un'idea: nuotare fino ad Alcatraz. Questa s che sarebbe un'impresa,
nuotare non da ma verso Alcatraz. Non sembra nemmeno poi cos lontana. Forse mezzo miglio? 
sempre difficile stabilire le distanze sull'acqua. Ma di sicuro potrei farcela, se il mare  tranquillo. A rana.
Voglio dire, che cosa ci sar mai di cos difficile? Basta non farsi prendere dal panico e non stancarsi
troppo in fretta,  tutta una questione di programmare lo sforzo...
E anche Toph lo farebbe, insieme a me,  chiaro. Questa s che sarebbe bella, noi che facciamo la
nuotata insieme verso Alcatraz. Sarebbe di sicuro una prima assoluta, due tizi che tranquilli se ne vanno
a nuoto fino ad Alcatraz. Potremmo preparare insieme la cosa e non dire niente a nessuno, portare dei
costumi da bagno e semplicemente tuffarci dalla scogliera e partire. Sarebbe fantastico, e sarebbe ancora
pi affascinante se vi fosse coinvolto anche Toph...
Ahia. Cristo.
Toph, annoiatosi del momento di pausa, ha cominciato a raccogliere i pezzetti conici di terra
prodotti dal dissodatore e me li tira da una distanza di un paio di metri. Me li tira sullo stomaco,
divertendosi a vederli rimbalzare, e accompagnando ogni lancio con una risatina.
Dato che dopo una ventina di lanci non gli sto ancora dando retta, comincia a tirarmi addosso delle
piccole pigne. Per dispone di sole cinque pigne, perci tutte le volte che le ha terminate gli tocca
avvicinarsi gattoni con fare furtivo, ridacchiando, per recuperarle. Quindi arretra sempre sulle ginocchia
fino alla sua posizione e ricomincia.
Reggo la cosa per tre round, quindi decido di somministrargli la punizione di cui  disperatamente in
cerca. La quarta volta che si avvicina lo butto a terra e mi siedo sopra di lui. A quel punto si mette a
piangere. Quando per lo libero salta su con una risata esclamando: Bastardo!, dato che stava facendo
finta di piangere, come del resto avrei dovuto sapere, perch lui non piange, non ha mai pianto - ma ora
che l'ho lasciato alzarsi, gli ho dato il tempo e lo spazio per... Cristo, la mossa segreta. Ho orrore della
mossa segreta. Toph arretra, prende lo slancio (anche se ancora in ginocchio) e quindi mi si getta
contro, facendo la mossa in cui si d una pacca al gomito e mi si lancia addosso.  una delle sue tre
mosse. Ecco quali sono:
a) LA MOSSA DELL'OGGETTO VOLANTE: per questa mossa, la pi comunemente impiegata,
prende un oggetto, tipo una palla o un asciugamano o un cuscino, e me lo lancia contro con una sorta
di studiato movimento a parabola. Poi, mentre si suppone che io sia stato distratto dall'oggetto che mi
sta arrivando contro, mi si butta addosso immediatamente a seguire l'oggetto in questione, dandomi una
spallata. L'obiettivo, si presume,  di causare dapprima disorientamento, per poi infliggere un colpo
mortale.
b) LA MOSSA CON SCHIAFFO SUL GOMITO: questa mossa, quella che sta mettendo in pratica in
questo istante,  pi recente di quella dell'oggetto volante e ha anche meno senso. In pratica la mossa
con schiaffo sul gomito  un attacco contro di me con il gomito destro puntato, nella medesima
posizione che si assumerebbe aggredendo qualcuno con un coltello o per mostrargli la bua, e intanto lo
si schiaffeggia rapidamente con la mano sinistra. Il significato di quest'ultimo gesto resta non meglio
chiarito, a meno che non si tratti di una tecnica per distrarre l'attenzione dell'avversario, come nel caso
della mossa dell'oggetto volante. Naturalmente, laddove la mossa dell'oggetto volante riesce almeno in
parte, questa  destinata ogni volta a fallire miseramente, dato che non fa altro che focalizzare
l'attenzione sull'unica arma plausibile, ossia il gomito stesso.
C) LA MOSSA CON SCHIAFFO ALLA CAVIGLIA: si tratta di una mossa molto simile alla mossa con
schiaffo sul gomito, come sar evidente a tutti, se non fosse che, in luogo dello schiaffeggiamento del
gomito, prevede che la carica sia effettuata saltellando su un piede solo e tenendosi con una mano l'altro
piede, di cui viene schiaffeggiata la caviglia. Tale manovra si commenta da s.
In questo istante, dunque, mi sta venendo incontro, ginocchioni, schiaffeggiandosi il gomito puntato
contro di me con il palmo sinistro, con un'aria da mutilato grave, incazzato e per giunta masochista.
Non ho l'energia per farmi da parte in tempo, per cui lascio che mi atterri sulla schiena. Ben presto ci
rotoliamo sull'erba, e in pochi secondi io lo inchiodo a terra sullo stomaco e gli piego le gambe
all'indietro perpendicolarmente, le caviglie contro il retro delle ginocchia, premendogli i polpacci a mo'
di schiaccianoci e provocandogli un tremendo, tremendo dolore.
E allora farfuglia, i polmoni schiacciati sotto il mio peso, ti ... bastata la... punizzzz...
Bastata cosa? dico, e a questo punto comincio a saltellargli sopra.
Puni...
Come? Non capisco. Devi scandire bene.
Puniscio...
Scan-di-re.
La gente ci guarda.
Mi alzo, come faccio di solito quando vedo che la gente ci nota fare la lotta in pubblico, dato che
Toph ormai sta diventando grande e, visto che io ho una barba, come dire, piuttosto creativa, non
vorrei che la gente pensasse quello che penserei io se vedessi un adulto seduto sopra un ragazzo, nel bel
mezzo di un parco, intento a grugnire e sbuffare.
Quando comincia a fare buio e il popolo degli aquiloni se ne va per lasciare il campo a quelli del
jogging, ce ne torniamo a casa.
Al nostro arrivo troviamo un messaggio di Meredith.
Chiamami non appena ricevi questo messaggio dice.
Chiamo.
 John dice. Ha appena terminato di parlare al telefono con John, e dice che aveva una voce
strana, e le ha detto qualcosa a proposito di ingerire certe pillole che aveva l sul tavolo vicino al divano,
nel suo appartamento a Oakland.
Cristo dico, chiudendo la porta della camera da letto.
S.
Perch ha chiamato te?
Ha detto che tu non eri a casa.
Credi parlasse sul serio?
S. Forse. Credo che dovresti andare da lui.
Dovrei chiamarlo?
No, vacci e basta.
Raccomando a Toph di rimanere a casa.
Chiudi a chiave.
In un secondo sono in macchina.
Sono un eroe.
John non lo farebbe mai sul serio.
 solo alla ricerca di attenzione.
Oh, invece potrebbe farlo eccome. Potrebbe davvero fare la cazzata.
E sar il traffico a ucciderlo. Sono le cinque. Ci sar un casino pazzesco per strada, cazzo, cazzo. E se
prendessi l'autostrada? No, no, peggio. Vado gi per San Pablo, in direzione sud, dritto come una spada,
ma... perch diavolo devono essere le cinque? C' la radio, bisogna accenderla, perch la radio va sempre
tenuta accesa quando c' di mezzo la guida ad alta velocit e a zigzag nel traffico. Ecco,  accesa. Ci
siamo, qualcosa si muove. Bisogna aprire anche i finestrini. Ci si muove, finalmente.
Non lo farebbe mai. Perch avrebbe detto a Mer delle pillole se avesse avuto davvero intenzione di
farlo sul serio? Beccato!
John da qualche tempo va da un nuovo analista, sta prendendo dello Zoloft e si sta comportando in
modo sempre pi distratto. Io e Meredith pi volte abbiamo fatto i turni a stargli dietro...
E tutta la mattina che vomito dice.
Vomita sempre. Conati rochi, sembra che sputi bile, sangue, pezzi
di fegato. Nessuno sa perch. Chiama, ha una voce strana, parla lentamente, a fatica.
Dove sei?
A casa.
Chi c' con te?
Nessuno.
E perch sembri sbronzo?
Sono le medicine.
Gi per San Pablo.  quasi carino qui intorno, subito dopo University, con tutte le boutique e...
Sposta quella macchina, testa di cazzo. S, s, proprio tu, spostati!
Da San Pablo a Oakland, edifici malmessi e sprangati, vuoti, simili a costruzioni di scena,
bidimensionali... La radio sparata al massimo, Pat Benatar, ma guarda un po'. Pat Benatar.
Vai un po' avanti con questo camioncino, pezzo di merda del cazzo, vai! Vai, ho detto! Anche tu, col
tuo maggiolino del cazzo! Figlio di puttana!
Ci sto mettendo troppo, troppo, troppo. Potrebbe essere gi morto a quest'ora, morto, s. Ma no che
non  morto. Sta recitando. Vuole la mia attenzione, vuole essere compatito.  proprio senza spina
dorsale....
Magari invece fa sul serio. Forse questa  la volta buona. Non posso credere di esserci ancora in
mezzo fino al collo. Avr un amico morto. Ho forse desiderio di un amico morto? Che in realt desideri
un amico morto? Un amico morto lo si pu usare in parecchi modi e... no, no, non voglio nessun amico
morto. Magari quello che voglio  un amico morto senza che nessun amico debba morire.
Arrivato a casa sua ho qualche timore a entrare. Suono il citofono? Non lo suono? Non mi apre,
questo  certo. Non ho pensato a come diavolo entrare... Cazzo, adesso mi tocca andare su per la scala
antincendio e magari rompere una finestra e... ma che cazzo dici, basta citofonare a qualcun altro,
mongoloide... ma poi quelli mi chiedono chi , e io cosa dico? Non gli dico certo che cosa sta
succedendo... E perch poi non dovrei dire che cosa sta succedendo? Digli del tuo amico testa di cazzo
e delle sue pillole! Non spetta e me mantenere i suoi piccoli segreti! Cazzo, cazzo, ma no, ecco, guarda,
perfetto, una tipa sta uscendo, proprio in tempo, fantastico, mi infilo dentro, acchiappo la seconda porta
e... non male la tipa, forse un po' troppo stile elfo, e ha un profumo... ma cos' quel profumo? Oh s!
Jessica Strachan, prima media! Oh Jessica, ti devo richiamare, mi devo assolutamente ricordare... La
donna elfo non  affatto male, a ben guardare, forse appena un po' troppo passata, ma...
Cazzo. Mi precipito su per i quattro piani di scale, faccio i gradini a tre a tre, rapido come un indiano
e cristodiddio ha anche lasciato la porta aperta e quando mi proietto dentro sbatto anche la porta
contro il muro per amplificare l'effetto drammatico e mi aspetto di trovare chiss che tragedia in corso,
che ne so, del sangue o lui a terra che schiuma dalla bocca o il suo cadavere freddo e bluverdastrogrigio,
magari anche nudo, ma no, perch nudo, poi? Non nudo... e invece eccolo l, sul suo stronzo di futon, a
bere vino.
Ma che gran testa di cazzo.
Che cazzo stai facendo?
Sorride. Che cosa sto facendo? Io lo odio, questo tizio.
O l'ha gi fatto?
L'hai gi fatto? sono sovreccitato dal viaggio e dalla corsa per le scale. L'hai gi fatto? Vaffanculo
se l'hai fatto, fottuto succhiacazzi.
Sul tavolo ci sono pillole varie sparse su una tovaglietta batik. Indico quel mucchietto come se fosse
l per dimostrazione, tutte belle in evidenza come caramelle in una boccia di vetro.
Che cosa sono queste? chiedo con il dito puntato. Che cazzo sono queste?
Alza le spalle.
Perlustro l'appartamento. Sono come un poliziotto, un segugio, un robot. Perlustro l'appartamento
alla ricerca di cose malvagie, di indizi! Gli salver la vita. Sono la sua sola possibilit di vita.
Vado in bagno, apro l'armadietto dei medicinali, rovescio tutto quanto con pi furia del necessario,
lancio in giro delle cose. Butto roba anche nella doccia.  divertente, a dire il vero. Mi imbatto in due
boccette che hanno tutta l'aria di medicinali da ricetta. Ecco la prova! Balzo fuori dal bagno e mi
avvicino a lui minaccioso.
Che cosa sono queste?
Sorride col suo sorriso del cazzo.
Che cazzo sono queste? Sono quelle? dico indicando il tavolo e poi nuovamente le boccette. Leggo
l'etichetta. Zoloft. Ativan. Altra roba. Lo Zoloft so cos', ma l'Ativan non ho la pi pallida idea di cosa
sia. Forse un antiemorroidale...
Va bene, d'accordo. Adesso ascoltami bene. O tu mi dici immediatamente che cosa hai preso
oppure io chiamo la polizia, caro il mio testa di minchia.
Testa di minchia? E questa dove mi esce? Non dico "testa di minchia" da anni. Forse dovrei trovare
una parola pi dura...
Non ho preso niente dice, ridacchiando, divertito dal mio atteggiamento. Non agitarti. Non
preoccuparti dice in quello che a me sembra un esagerato stato di ubriachezza. Faccia di culo.  tutto
okay. Tranquillo. Parla veramente cos. Mi verrebbe da prenderlo a calci.
E allora dove sono le altre? dico indicando le pillole sul tavolo.
Mi fa una graziosa alzata di spalle, con le palme delle manine all'ins e tutto il resto.
Vaffanculo. Io adesso chiamo la polizia. Ci capiranno qualcosa loro. Cerco il telefono. Dov' il
telefono?
Il telefono  appeso al muro, John  sempre stato un tipo ordinato. Persino le bottiglie vuote sono
disposte bene allineate nella dispensa, tutte in fila. Compongo il numero.
Ferma, ferma dice lui, improvvisamente agitato, strascicando il secondo "ferma". Non ho preso
nulla. Rilaaaassati.
Rilaaaassati?
Esatto, rilaaaassati.
E perch parli come un coglione?
Fa un gesto come a indicare che ha bevuto, il gesto secco che indica l'inghiottimento di una dose di
superalcolico, il genere di gesto che di solito si fa quando non si ha un bicchiere in mano. Ma dato che
lui invece ha un bicchiere in mano, si versa tutto il vino sulla camicia.
Pezzo di idiota.
Guardo la bottiglia,  quasi vuota.  l da solo a bere Merlot in pieno pomeriggio. Non ho la pi
pallida idea di chi sia la persona che mi sta di fronte. Ha gli stinchi pieni di lividi, i capelli come se si
fosse appena alzato dal letto. Che razza di persona beve da sola al pomeriggio? E quel calendario con le
tipe in costume da bagno! Io la polizia la chiamo comunque.
Be', sai cosa, io la polizia la chiamo lo stesso. Non mi voglio sporcare le mani del tuo sangue. (Ci
manca questa.) Faccio il 911 e sento l'eccitazione percorrermi la schiena.  la prima volta che chiamo in
vita mia. Pochi squilli e bum! Una centralinista. Ho tutto sotto controllo! Ho notizie da dare! Ho un
problema da portare! Racconto alla centralinista di questo faccia di culo, e intanto mostro il medio a
John. Le dico che potrebbe o non potrebbe aver preso le pillole. Probabilmente ha preso qualcosa, dico,
per essere sicuro che mandino davvero qualcuno. Riaggancio e gli lancio il telefono.
Stanno arrivando, idiota.
Mi aggiro per la casa in cerca di nuovi indizi. La cucina. Spalanco gli armadietti, faccio cadere delle
posate nel lavandino creando un fracasso da orchestra di cimbali.
Ehi, che cazzo? dice.
Che cazzo cosa? grido dalla cucina. Che cazzo cosa? Che cazzo un cazzo, ecco cosa.
Torno in bagno, guardo sotto il lavandino. Niente. Richiudo l'armadietto sbattendo le ante. Faccio
pi rumore che posso. Ne ho il diritto. Butto gi tutto, se mi pare. Mi aspettavo a questo punto di
trovare qualcosa, che ne so, fucili, droga, lingotti d'oro.  fiction, adesso, pura fiction del cazzo.
Mi siedo a terra proprio di fronte a lui, dall'altra parte del tavolino in vetro e acciaio cromato. Sul
piano del tavolo una foto dei suoi genitori, una brutta istantanea troppo ingrandita.
Adesso ti pomperanno lo stomaco, coglione.
Lui fa ancora la sua alzata di spalle cos graziosa, con tanto di sorrisetto. Mi verrebbe voglia di
schiacciargli la testa come un acino d'uva.
Qual  il problema? Che vi siete lasciati? dico senza pronunciare di proposito il nome di Georgia e
segnando un punto a mio favore.  perch vi siete lasciati. Non dirmi che  perch ti sei lasciato con
una.
Come ti pare.
Cristo.
Vaffanculo, tu non hai idea di come ci si senta.
Di come ci si senta? Di colpo mi viene in mente che questa potrebbe essere la nostra ultima
conversazione. Pu darsi che stia morendo, pu darsi che le pillole lo stiano gi intorpidendo, che lo
stiano portando via. Dovrei essere pi gentile. Dovremmo parlare di cose belle. Le gite in auto
nell'Illinois centrale, tutte quelle miglia perfettamente in piano dove si poteva guidare a centoventi,
centrotrenta all'ora, con i finestrini abbassati, e il mais non c'era pi, solo campi grigi a perdita d'occhio,
e ti pareva di arare il tempo, di essere un missile che tagliava la terra in due lasciando rovine piene di
gratitudine al suo passaggio, ma allo stesso tempo ben sapendo, perch lo sapevamo, lo abbiamo
sempre saputo, che in realt, perlomeno nella prospettiva di chiunque altro, le cose non stavano cos,
che per le auto che ci venivano incontro non eravamo altro che un rumore rapido e intenso, un flash;
visti dall'alto - anche un aereo da disinfestazione sarebbe bastato a restituire la giusta prospettiva - non
eravamo n rumorosi n potenti n in grado di influenzare un bel niente, di lasciare rovine o di
produrre rumore; non eravamo altro che una piccola cosa nera che arrancava su una strada nera capaci
solo di emettere null'altro che un ridicolo ronzio, strisciando su una griglia piatta e terribile.
E allora, dimmi un po' tu, com' che ci si sente? Anch'io ho avuto i miei problemi di coppia, sai?
suggerisco.
Non  quello.  questo il problema dice puntandosi la testa con l'indice.
Cosa?
China in avanti la testa come se pesasse quintali. Ogni secondo che passa  pi ubriaco.
Fuori un cane abbaia, come impazzito.
Sono morti dice.
Chi?
Si passa le mani nei capelli. Quanto dramma.
 davvero un'idiozia.
E allora non posso...
Esatto. Non puoi.
Potresti venire stuprato su una montagna del Guatemala, potresti...
Potrei cosa?
Senti un po', questa faccenda che bevi da solo e tutto il resto, il vino e le pastiglie...  tutto un
dannato clich!
Qualcuno bussa alla porta.
Da questa parte.
I poliziotti sono giganteschi. Fanno diventare la stanza minuscola, la riempiono di nero. Sono due;
vogliono sapere qual  il problema. Ma non lo sanno di gi? Quello che smista i messaggi non...
Quando arrivo alla parte in cui spiego che non siamo sicuri se abbia o non abbia assunto sostanze
pericolose e indico John con il pollice...
Il testa di cazzo fa spallucce anche a loro!
Ma il suo sguardo ha assunto un'aria nervosa. Forse ha davvero preso qualcosa. Mi fa quasi pena,
adesso. Lo vedo morto. Al pronto soccorso, con i dottori che gli fanno quella cosa con gli aggeggi
elettrificati, quella che uno fa Energia! (thump!), il corpo rigido e vagamente pisciforme. Poi lo guardo.
Gli stanno meglio i capelli cos, un po' lunghi. Il taglio alla militare non gli donava. E quasi carino,
adesso, il volto abbronzato...
E poi ancora da morto. Come in una di quelle cartoline olografiche che se le giri a destra vedi
un'immagine e se la giri a sinistra ne vedi un'altra...
Gli sta dicendo che non c' nulla di cui preoccuparsi e che stava solo bevendo un po' di vino.
Non avete altro da fare, ragazzi? gli chiede John.
Ma adesso sono io che voglio che succeda qualcosa. Voglio sfogarmi. C' stato tutto questo
accumulo di tensione e adesso qualcosa deve pur accadere.
John cerca di raggiungere la bottiglia di vino come per versarsene un altro bicchiere, proprio cos,
per bersi un buon bicchiere di vino. Uno dei poliziotti si ferma a guardare la scena, la penna in bocca,
con un'aria talmente perplessa che il suo sguardo  quasi strabico. John si ferma, posa la bottiglia, e
abbandona le mani in grembo.
L'altro poliziotto sta scrivendo fitto fitto sul suo taccuino. Il taccuino  minuscolo. Anche la penna 
minuscola, a dire il vero. Entrambi hanno un'aria decisamente troppo piccola, sia la penna che il
taccuino. Personalmente io li vorrei pi grandi. Anche se in effetti, un taccuino pi grande dov' che te
lo metti? Ci sarebbe bisogno di un portataccuino, il che sarebbe abbastanza fico, ma poi come fai a
correre, specie con la torcia appesa e tutto il resto... Immagino che il taccuino sia piccolo in modo da
poterlo sistemare nel cinturone regolamentare... Chiss se lo chiamano davvero cinturone
regolamentare. Sarebbe una figata. Forse posso chiedere. Non adesso, voglio dire, ma dopo, magari.
John nel frattempo se ne sta seduto l con le mani intrecciate tra le ginocchia ossute come se fosse in
attesa di una cartolina di San Valentino. Le trasmittenti dei poliziotti cominciano a ronzare, a parlare,
capiamo da frasi smozzicate che gli infermieri sono in arrivo. Ci viene detto che John sar portato via in
ogni caso, per non correre rischi, e a quel punto tutto diventa abbastanza di routine. I poliziotti sono
rilassati. Chiss quante volte hanno gi visto questo genere di cose. Anch'io sono rilassato. Gli sto quasi
per offrire qualcosa da mangiare. Do un'occhiata di l in cucina. C' un vassoio con dell'uva. Vi
andrebbe un po' d'uva, ragazzi?
Con un gesto improvviso e inaspettato John acchiappa le pillole sul tavolo e le inghiotte tutte in una
volta.
Cosa  successo? dice uno dei poliziotti.
Ha appena preso le pastiglie!
Quali pastiglie?
Quelle che c'erano sul tavolo. Ma cos', siete ciechi voialtri?
Che cazzo significa? chiedo a John. Vorrei aprirgli la bocca e fargliele sputare una a una quelle
pastiglie, come a un gatto che tiene in bocca un criceto, un bambino che ha inghiottito un giocattolo...
Questa  stata la cosa pi del cazzo che mi sia capitata di vedere! Adesso s che ti pomperanno a
morte lo stomaco!
John chiude gli occhi.
Coglione! Coglione!
L'ambulanza arriva accompagnata da un'altra auto della polizia. Quando lasciamo l'appartamento
John  su una barella, fuori  buio e l'intero quartiere sta esplodendo di luci rosse e blu che passano
veloci sui muri delle case, disegnando graffiti lampeggianti.
Li seguo con la mia auto. Mi chiedo in quale ospedale andranno. Com' che decidono? Non siamo
diretti all'ospedale pi vicino. Non sono mai stato nella zona in cui si sta avventurando adesso
l'ambulanza. L'ambulanza va pi piano di quanto dovrebbe andare un'ambulanza. O non sono granch
preoccupati oppure John  gi morto.
Mi fermo a un semaforo proprio accanto a un gruppetto di ragazzi. E se mi sparano? Mi trovo nella
zona dove qualunque ipotesi diventa credibile. Non mi sorprenderei pi di tanto, del resto. Terremoti,
locuste, pioggia velenosa non sarebbero sufficienti a scuotermi. Visite di Dio in persona, unicorni,
uomini pipistrello armati di torce e scettri, tutto  plausibile. Se questi ragazzi sono malintenzionati,
hanno delle armi e vogliono sparare a qualcuno per un rito di iniziazione o per qualunque altra ragione
per cui dei ragazzi di strada sparano addosso a gente come me, be', quello sar io. Vetri che si spaccano,
il proiettile che perfora l'abitacolo, e io non ne sar sorpreso. Con una pallottola conficcata in testa
andr a sbattere contro un albero, e mentre sar in attesa che mi tirino fuori dall'auto ridotta a un
rottame, moribondo, non sar preso dal panico, non grider. Penser, semplicemente: Strano, era
esattamente come me lo immaginavo.
Mentre ci avviciniamo a Ashby, cerco di ricordarmi quell'indovinello sul ragazzo malato, e il dottore
che non lo pu operare perch il ragazzo  imparentato con il dottore oppure  il figlio del dottore e
come pu essere che... non mi ricordo un cazzo di quell'indovinello.
A un semaforo perdo l'ambulanza.
Quando arrivo all'ospedale il dottore, una donna con la coda di cavallo intorno ai trentacinque anni,
si avvicina per farmi il punto della situazione, e a dire il vero ha un'aria stanca e assai poco
compassionevole. E cos lei  un amico del grande attore?
Chiamo Beth dalla sala d'attesa perch vada da Toph. Io devo rimanere fino a che non svuotano lo
stomaco di John.
Quanto ci vorr? chiede.
Non so. Un'ora? Due?
Mi siedo in sala d'attesa.
E, Dio, c' quel tizio, Conan O'Brian, alla tv. Quel Conan mi uccide. Guardo la televisione piazzata
all'altro capo della stanza, affollata di brutte sedie, con due bambini che fanno un baccano d'inferno,
accompagnati dalla madre, una donna robusta. Sono cos chiassosi che non riesco a seguire la
trasmissione. Conan sta facendo una specie di parodia del Live Aid, e lui e Andy, la sua spalla, litigano
perch Andy vuole fare la prima donna anche se non riuscirebbe a cantare neanche per salvarsi la sua,
di vita. Riesco a stento a sentire cosa dicono per via delle urla dei bambini. Sposto la sedia pi vicino
allo schermo. Ecco. Entra Sting - ah, ecco, bella mossa, fare arrivare Sting a questo punto - e canta
assieme a Conan e ad Andy. C' anche il batterista di Springsteen, quello che sembra un postino a cui si
 congelato il sorriso in faccia. Sghignazzo di gusto.  la cosa pi buffa che io...
Vorrei avere carta e penna con me. (Sono dettagli che potrebbero tornare buoni.) Se ne potrebbe
fare un racconto o qualcosa del genere.
O forse no. Se ne  scritta di roba sui suicidi. Forse per io potrei includervi qualche elemento
straniante, quello che pensavo mentre ci dirigevamo all'ospedale, che ne so, il tempo, l'indovinello del
dottore, l'aver guardato Conan in tv. Quello, per esempio,  un buon particolare da inserire, ridere
guardando la tv mentre di l stanno svuotando lo stomaco del tuo amico. Ma scommetto che  stato
fatto anche questo. Forse anche in tv, in qualche telefilm tipo Picket Fences. Ma forse potrei spingermi
oltre. Dovrei spingermi oltre. Per esempio, nel mio testo potrei dire di essere consapevole che cose del
genere sono gi state fatte, ma che non avevo altra scelta, perch era andata esattamente a quel modo. Ma
forse, a quel punto suonerebbe un po' come quando il narratore, saturato dai media, non riesce a vivere
delle esperienze se non utilizzando l'eco proveniente dalla televisione, dai film, dai libri eccetera,
eccetera. Maledetti ragazzini. Tutto quello strepito comincia a diventare un problema seccante. Va bene
tutto tranne che per questo cazzo di urli. Perci un domani sarebbe meglio tralasciare questo dettaglio.
Dir solo che, trovandomi a vivere situazioni assai simili ad altre che ho visto gi accadere, sono
comunque in grado di comprendere il valore di viverle, per quanto orribili esse siano, visto che in
seguito diventeranno materiale favoloso, specie se mi decido a prendere degli appunti, o adesso, sulla
mano, con una penna presa in prestito al banco di accettazione, o quando torno a casa.
Forse ce n' una in macchina.
Ma non sarebbe carino alzarsi e andare a prenderla.
Per cui, invece di lamentare la fine dell'esperienza senza mediazioni, io intendo celebrarla, godendo
del simultaneo esperire di un evento e delle sue decine di risonanze nelle arti e nei media, le quali
rendono l'evento non pi dozzinale ma pi ricco (aha!), visto che risulta assai pi stratificato, di una
profondit rigogliosa, senza per questo intorpidire o assorbire l'emotivit ma, al contrario, rivelandosi
edificante e ramificato. Per cui, in definitiva, a un primo livello c' l'esperienza dell'amico e della
minaccia di suicidio, poi l'eco del fatto che queste cose sono gi avvenute migliaia di volte, poi la
consapevolezza di questa eco, la rabbia dovuta alla presenza di questa eco, poi la sua accettazione e
l'accoglienza di questa eco in quanto arricchimento, e infine il riconoscimento del valore di un amico
che minaccia il suicidio e si fa fare una lavanda gastrica, sia in quanto esperienza di vita sia in quanto
materiale per un racconto sperimentale o per un brano all'interno di un romanzo, senza contare poi il
fatto di sentirsi superiori da un punto di vista esperienziale rispetto ai propri coetanei, specie a coloro
che non hanno visto tutto quello che ho visto io, e io ne ho viste di cose. Un'altra esperienza che
potrebbe venire buona tra le tante, insomma, come fare paracadutismo, viaggiare con uno zaino in
spalla per l'Europa, o un mnage  trois.
Ma Dio, quei ragazzini ciccioni, ma guardali un po', che porcelli. Ma cos', una disfunzione genetica?
Che schifo, l'esistenza di ragazzini ciccioni.
E poi potrei rendermi conto dei pericoli dell'autoconsapevolezza, intanto che mi addentro nella
nebbia di tutti questi echi, attraverso le metafore miste, il rumore, nel tentativo di mostrare l'essenza,
che  ancora l, in quanto essenza, a dispetto della nebbia. L'essenza  l'essenza  l'essenza. L'essenza c' sempre e non pu essere articolata.
Pu essere solo parodizzata.
.
Entro a fargli visita.
Ha un tubo che gli esce dalla bocca e un altro dal naso. Quello ficcato in bocca ha l'aria un po'
troppo grossa, e tutta la situazione  alquanto indecente. Ha una faccia lattea e abbattuta, quasi che il
tubo stesse risucchiando ben pi che il contenuto del suo stomaco, quasi che stesse prendendo tutto,
come una sorta di punizione. Dorme, sedato, chiss, forse gli hanno dato della morfina, il volto all'ins,
inclinato verso sinistra, in direzione delle macchine. Mi pare che abbia le mani legate al letto.
Ha le mani legate al letto. I legacci sono spessi, neri, di velcro. Deve avere fatto resistenza o cercato
di picchiare qualcuno.
Ha le gambe larghe, le braccia distese, la mano sinistra  ancora contratta, come se stringesse
qualcosa che non c'. Quelle gambette da pollo che si ritrova, piene di lividi a furia di sbattere contro i
mobili, quando  sbronzo. E ha i piedi nudi. Fa troppo freddo per stare a piedi nudi...
E il pavimento non  pulito come dovrebbe essere.
Non dovrebbe essere pi pulito? Dovrebbero pulire...
Potrei pulire io...
Questa scena l'ho gi vista, in un certo senso, questa stanza, questa  la stanza dove  stata portata
mia madre la prima volta per il sangue dal naso, l'hanno portata al pronto soccorso, la prima volta,
l'hanno intubata, e poi le trasfusioni, e tutto quel sangue che le versavano dentro...
Ma questa stanza  pi grande, troppo grande e bianca. Questo camerone enorme, separato dal resto
del reparto, deve essere stato costruito per pi di un letto. Ha un effetto drammatico perfino eccessivo,
con quell'unico letto al centro della stanza e tutto quello spazio.
Me ne sto dall'altra parte della camera, incerto se toccarlo o meno, se avvicinarmi ancora un po'.
Non fa differenza. Non lo sapr mai.  addormentato.
In una stanza del genere si potrebbe appendere qualcosa alle pareti. Sarebbe bello appendere dei
poster, come fanno negli studi dei dentisti, qualcosa che puoi guardare mentre ti lavorano in bocca.
Per, a ben pensarci, magari tu sei l che stai morendo, e l'ultima cosa che ti tocca vedere in vita tua 
una stampa di LeRoy Neiman della serie Capolavori del 1983, e a pensarci bene sarebbe proprio
orribile, anche se non  che sia qualcosa di particolarmente appropriato da vedere, prima di morire...
A meno che uno in vita non sia stato un patito del golf...
Meglio lasciarli bianchi, questi muri.
Appoggio una spalla e la testa contro il muro e resto a guardare per un po', un palmo premuto
contro il muro bianco. Da bambino era talmente magrolino, sembrava sempre pi piccolo degli altri e di
qualche anno pi giovane... eppure era un nuotatore eccezionale, eccezionale, in piscina e al mare, aveva
una bracciata favolosa. Per un minuto, tanto per fare qualcosa, cerco di sincronizzare il mio respiro al
suo, osservando il suo petto che si solleva e si abbassa, il resto del corpo in riposo, immobile, le mani a
pugno, legate, e mentre diventa sempre pi esangue guardo quella stupida testa di cazzo che dorme.
A un certo punto si alza. Si sveglia,  in piedi, si strappa i tubi dal naso, dalle braccia, assieme ai fili e
agli elettrodi, a piedi nudi. Sobbalzo.
Cristo! Che cazzo stai facendo?
Ma vaffanculo.
Che intendi dire, con vaffanculo?
Intendo dire vaffanculo, pezzo di merda. Io me ne vado.
Cosa?
Puoi andare a farti fottere, io non intendo essere un cazzo di stupido aneddoto nel tuo stupido
libro.
Sta frugando nei cassetti.
Che cosa stai cercando?
I miei vestiti, testa di cazzo.
Non puoi andartene cos. Sei sotto sedativi e tutto il resto.
Oh, fammi il favore. Posso fare quel cazzo che mi pare. Io vado a casa.
E io chiamo l'infermiera. Tu... Tu devi passare qui la notte, e io devo rimanere con te fino alle tre
del mattino, almeno fino a che non dicono che sei fuori pericolo e che stai dormendo, e allora con il
cuore pesante io torno a casa, da Toph, perch il dovere mi chiama. E poi vengo di nuovo domani a
farti visita al reparto psichiatrico e poi...
Senti, pezzo di merda, puoi andare a farti fottere. Tutta questa faccenda  spazzatura del cazzo. Io
dovrei starmene l con i miei stinchi pieni di lividi e tutto il resto mentre tu fai la parte dell'amico
premuroso, sempre disponibile, oh, come no, superresponsabile, mentre io invece sono il tipo perso che
non vale un cazzo... Ascoltami bene, io non ne voglio sapere. Trovati qualcun altro per fare il simbolo di
non so che cazzo, della tua giovent devastata o chiss che altro.
Ascoltami, John...
E chi  John?
Tu sei John.
Io sono John?
S, ti ho cambiato il nome.
Ah gi, certo. E come mai John, che non mi ricordo pi?
Era il nome di mio padre.
Cristo! Per cui sono tuo padre, per giunta. Fanculo, fratello, quando  troppo  troppo. Tu sei
veramente fuori!
Io sarei fuori? Io sarei fuori? Col cazzo che sono fuori!
Va bene, come vuoi, sono io quello fuori, io! Come ti pare. Ma non ti ho mica chiesto io di
strombazzare tutta questa storia...
Ma che cazzo dici? Sei tu quello che ha fatto in modo di finire qui, prima di tutto! Mi stai venendo a
dire che hai inghiottito una manciata di pillole di fronte a me e a due poliziotti e non volevi attenzione?
Ma vaffanculo.
Ma questo non vuol dire che...
S che vuol dire.
Non  vero.
Senti, io ti do tutta l'attenzione che vuoi e te la sto dando da anni e anni, ti ascolto delirare ogni
volta che hai uno dei tuoi cazzo di su e gi, sul fatto che non ti hanno preso in questa o quella palestra,
e che ti sei lasciato con questa o con quella, e tutti i litigi con Meredith o chiunque altro... Voglio dire,
non  che sia roba granch interessante, se proprio devo dirtelo, eppure ti ascolto e ti ho sempre
ascoltato. Lo so che il tuo analista ti ha convinto che ti  toccata in sorte la vita peggiore del mondo - e
non riesco ancora a credere che tu gli abbia detto che hai avuto un'infanzia di abusi, bugiardo del cazzo!
- ma comunque devi sapere che l'attuale nucleo dei tuoi problemi, e questa faccenda del bere...  roba
noiosa da morire. Noiosa, mi senti? No-io-sa. Tu stesso sei annoiato. E sei pigro. Voglio dire, non c'
cosa nella tua vita che non sia una noia: alcol, pillole, tentati suicidi. Voglio dire, nessuno prende pi per
buona roba del genere, da tanto che  noiosa.
E allora lasciala fuori.
Vabb, non  noiosa fino a questo punto.
Tu sei veramente malato.
D'accordo. Ma questa roba  mia. Sei tu che me l'hai data. Stiamo facendo uno scambio. Io ti ho
dato l'attenzione di cui avevi bisogno, ti ho tirato fuori, e tu passi tre giorni al reparto psichiatrico a dire
quanto avresti voglia di rifarlo, e io sono quello che viene a sedersi al tuo capezzale e ti fa il predicozzo.
Insomma, il punto  che con tutta la merda che mi tocca ingoiare per te, ecco finalmente quello che mi
spetta, questa roba  mia, e tu, che hai fatto la parte dell'attore tragico tutto da solo, adesso devi
rispettare il contratto, stare al gioco, tenere il passo. Adesso la metafora sei tu.
Non parla. Ha in mano un paio di camici trovati in uno dei mobiletti. Li ributta dentro.
E va bene. Mettimi nel tuo cazzo di libro.
Dici sul serio?
Si.
Non  che lo fai per me?
Che importanza ha?
In realt nessuna.
Come vuoi. Allora io torno a letto, mi metto gi e tutto il resto. Devi legarmi di nuovo.
Faccio io.
E dammi dell'altra morfina, se non ti spiace.
Certo, certo, non c' problema. Senti, apprezzo davvero quello che stai facendo.
 Lo so, lo so. Passami quel tubo.
Ecco.
Grazie. Adesso sistema le coperte.
A posto.
Va bene.
Vedrai, sar fantastico.
John dovr trascorrere tre giorni nel reparto di psichiatria. Mi ha chiamato e io lo sto richiamando. Il
telefono squilla dodici, tredici volte. Risponde un uomo di una certa et.
Pronto?
Sussurra appena.
S, pronto, c' John?
Chi?
Una persona di nome John. Alto, biondino.
No guardi, al momento nessuno pu risponderle.
Perch no?
Sono tutti in terapia e lo saranno per almeno un'ora. Io stesso ho dovuto lasciare la sessione per
rispondere al telefono. Mi hanno chiesto di alzarmi e di rispondere al telefono.
Ma non star parlando con un paziente?
Potrei lasciare un messaggio?
Lunga pausa. Non sono sicuro. Aspetti.
Il ricevitore viene posato rumorosamente. Posso sentirlo penzolare dal cavo. Dopo un minuto o due,
l'uomo riprende la cornetta, col respiro pesante.
Va bene, credo di poter rischiare.
Gli chiedo di dire a John che ho chiamato.
Va bene, ha chiamato John.
No, io ho chiamato John.
Ah, ecco. Si sta agitando.  lei a chiamare John. La conosce?  un parente?
No.
 suo padre?
No.
Be' ma allora lei non pu chiamare se...
Va bene, sono suo pap.
Non  vero. Lei ha appena detto che...
Guardi, non importa, richiamer.
Oh, grazie!
Ripasso pi tardi nel pomeriggio.
Vengo accompagnato all'ingresso a firmare un registro. In fondo al corridoio c' una stanza comune
moquettata di blu, qualche divano qua e l e un piano da lavoro. Assomiglia un po' a un'aula delle
elementari. John si trova dopo la prima porta a sinistra, a letto, steso su un fianco, le mani tra le cosce,
in una stanza buia. Una coperta gli copre i piedi.
Mi siedo sul lato opposto del letto.
Allora?
Lo senti questo odore?
Quale odore?
Non lo senti?
No. Che cos'?
L'altro tizio della camera non  riuscito a trovare il bagno, stanotte.
Quale altro tizio?
Il mio compagno di stanza, l'anziano nero che sta l.
Oh.
 andato avanti tutta la notte. Si lamentava, bussava alla finestra, piangeva. Diceva: "Sto morendo,
per favore, aiutatemi, sto morendo". Incredibile.
Stava morendo?
No, non stava morendo. Stava cagando!
Mi pareva che avessi detto che era alla finestra.
 esattamente quello che ho detto. Non riusciva a trovare il bagno e l'ha fatta l, in piedi davanti alla
finestra.
Oh.
A quel punto ha smesso di fare casino e al mattino c'era merda dappertutto. Gli era scesa gi per le
gambe, dentro le scarpe, e per tutta la notte ha continuato a camminare su e gi per la camera... Okay,
va bene cos.
C'erano impronte di merda sul pavimento e per tutto il corridoio.
D'accordo, ho capito. Perci...
Perci mi hanno trasferito in un'altra camera per un po'. Poi hanno pulito il pavimento e mi hanno
rimesso qui.
Io non sento nessun odore.
S, hanno spruzzato deodorante o qualcosa del genere.
A dire la verit, c' un buon odore qua dentro.
Mi hanno legato al letto.
Quando?
Per quasi tutto il giorno, dopo che sono arrivato.
Ah. Vuole scandalizzarmi, o impressionarmi, una delle due.  una procedura standard?
Mi ha fatto quasi andare fuori di testa, cazzo. Guardami le braccia. Mi mostra i polsi bluastri,
scorticati.
E guarda qui.
Mi fa vedere le caviglie rosse, chiazzate.
Cio, non so, sei mai stato legato in vita tua?
Lasciami pensare. Cerco di pensare a qualcosa di efficace da dire. No, non sono mai stato legato.
Seguito da:
Ma non ho neppure mai fatto finta di uccidermi.
Cosa hai detto?
Niente.
Vaffanculo.
Vaffanculo tu.
Pensi che non facessi sul serio? Tu e quella troia dell'infermiera.  stata una vera troia. Mi ha
chiamato Martin Sheen.
Non somigli a Martin Sheen.
Si riferiva alla recitazione. Come in quella scena di Apocalypse Now.
Non l'ho mai visto.
No?
Non tutto quanto. Quella parte non l'ho vista...
Lo osservo per un minuto.
Assomigli di pi a Emilio Estevez.
Si solleva su un gomito per guardarmi in faccia.
Non  divertente.
Lo so.
Mi hanno legato perch pensavano che potessi farlo di nuovo.
E perch mai lo pensavano?
Perch gli ho detto che l'avrei fatto di nuovo.
Ma non lo farai.
E perch no?
L'uomo della cacca entra in camera. Ha la pelle violacea e grigiastra. Saluta con la mano. Siede per un
minuto sul suo letto, lisciando le lenzuola con il palmo. Poi si alza strascicando i piedi.
John si sporge verso di me, parlando a bassa voce.
Lo vedi come cammina? Lo fanno tutti, in questo posto.  la camminata alla Torazina.
Ah, ecco.
Lo sai che sono costretto a stare qui?
L'ho immaginato.
Stando cos le cose, non potrei andarmene nemmeno se volessi.
Be', ecco...
Intendo dire, non  strano, se ci pensi, che della gente che nemmeno conosco possa impedirmi di
andarmene?  bizzarro, anche solo a livello filosofico, non trovi?
Concordo sul fatto che  bizzarro.
Sono talmente stanco.
Anch'io dico, forse un po' troppo in fretta. Tutti siamo stanchi.
No, davvero, sono stanco dice.
Rotola su un fianco, dandomi le spalle.
Vuole essere incoraggiato.
Gli poso una mano sulla spalla. Non ci posso credere che stia per obbligarmi a fargli la predica.
Sono pazzo di rabbia per il fatto che mi stia obbligando a fargli la predica. E gliela faccio, raccattando i
pezzi da tutte le volte che ho visto farlo in tv e al cinema. Gli dico che c' tanta gente che gli vuole bene
e che sarebbe distrutta se davvero un giorno lui la facesse finita, mentre mi chiedo, in un angolo del
cervello, se poi le cose stanno davvero cos. Gli dico che ha in s un enorme potenziale, che ha un
sacco di cose da fare, mentre dentro di me sono abbastanza convinto che non far mai un degno uso n
del suo corpo n della sua mente. Gli dico che tutti abbiamo brutti periodi, e intanto ce l'ho sempre di
pi con lui, con tutta quella messinscena, e l'autocommiserazione, e tutto il resto, quando in realt ha
tutto. Ha una totale autonomia, senza genitori o gente che dipende da lui, ha soldi e nessuna immediata
minaccia di dolori o calamit.  al novantanovesimo percentile, come me. Non ha veri obblighi verso
nessuno, pu andarsene dove vuole in qualunque momento, dormire dove gli pare, trasferirsi a piacere,
eppure fa sprecare a tutti noi del gran tempo con questa roba. Ma me lo tengo per me, me lo tengo per
un'altra occasione, e invece mi limito a dire solo cose superpositive e avvincenti. E se io non ci credo
granch, in compenso ci crede lui. Mi faccio schifo da solo a furia di dire tutte quelle banalit, dato che
le ragioni per vivere non sono certo spiegabili cos in pochi minuti, seduti sul bordo di un letto in un
reparto di psichiatria, eppure mi pare incuriosito dalle mie parole, il che mi spinge a pormi ulteriori
domande sul suo conto, su come un discorsetto cos melassoso possa convincerlo a vivere, sul perch
insista a portare me e se stesso tanto in basso senza rendersi conto di quanto siamo ridicoli tutti e due,
su quando esattamente gli si  rammollito il cervello, sul momento esatto in cui l'ho perduto, sulle
ragioni per cui lo amo, sul perch mi preoccupo per una persona talmente debole e piagnucolosa, e su
dove cazzo avr parcheggiato la macchina.
...
.
...
FINE Parte 2.